Conoscere le allergie per salvarsi la vita

Anche un gelato può uccidere, non per una congestione, ma per un problema allergico. L’episodio è accaduto di recente a un ragazzo, ma gli esperti tranquillizzano: sono casi isolati, che accadono in contesti particolari e in persone che hanno specifiche predisposizioni a reazioni abnormi verso un allergene che per alcuni, la gran parte, è innocuo, ma per altri diviene una reale minaccia. Fondamentale è sapere riconoscere questi casi particolari, quando cioè una reazione allergica da “banale”, che si limita magari a un’eruzione cutanea, si trasforma in anafilassi. Una condizione che può mettere a repentaglio la vita.

«L’anafilassi – spiega Pasquale Comberiati, Professore Associato di Pediatria all’Università di Pisa e responsabile della Commissione Anafilassi SIAIP (Società Italiana di Allergologia e Immunologia Pediatrica) – è una reazione allergica sistemica grave, che può evolvere molto rapidamente, talvolta nel giro di pochi minuti, fino a poter causare la morte. Fondamentale è imparare a riconoscere i sintomi che compaiono solitamente entro pochi minuti (fino a 2 ore) dall’assunzione dell’alimento scatenante, e che possono avere un’ampia variabilità di manifestazioni: difficoltà respiratoria, tosse secca persistente, edema (gonfiore) della glottide, cioè di una parte specifica della gola, stridore, respiro sibilante, broncospasmo, calo della pressione arteriosa, perdita di coscienza, fino all’arresto respiratorio e cardiocircolatorio. A queste reazioni si possono associare anche sintomi cutanei, come orticaria e angioedema, manifestazioni gastrointestinali, ad esempio vomito e dolore addominale, che solitamente precedono quelli respiratori o cardiocircolatori. In questo “quadro clinico” così importante, è evidente come il fattore tempo sia determinante: agire tempestivamente è un “salvavita”. Quindi il riconoscimento precoce dei sintomi e dei segni clinici ma anche la rapida somministrazione di rimedi opportuni, come l’adrenalina per via intramuscolo è un binomio “vitale”». Questo sottolinea anche l’importanza, cruciale, dell’informazione estesa, che deve coinvolgere le persone allergiche e i familiari i quali – più di altri – devono essere consapevoli e responsabilizzati sulla gestione del rischio allergico correlato, ma anche chi lavora nei contesti pubblici, ad esempio nella ristorazione o nelle comunità scolastiche. In questi ambiti la comunicazione di un’allergia non deve mai essere trascurata, consapevoli della gravità potenziale delle allergie alimentari, quindi della capacità di saperle riconoscere e riuscire a gestire l’anafilassi.

«L’anafilassi, come detto, è una emergenza medica tempo-dipendente – aggiunge Gian Luigi Marseglia, Professore Ordinario di Pediatria all’Università degli Studi di Pavia e Presidente SIAIP – richiede interventi rapidi e appropriati, di cui l’adrenalina autoiniettabile è il trattamento principale, il cui corretto utilizzo deve diventare patrimonio condiviso, anche al di fuori degli ospedali».

Le più recenti linee guida internazionali della World Allergy Organization (WAO) e della European Academy of Allergy and Clinical Immunology EAACI confermano che l’adrenalina intramuscolare è il trattamento di prima linea dell’anafilassi e il ritardo nella sua somministrazione aumenta significativamente il rischio di esiti fatali. «La prevenzione passa, dunque, attraverso la formazione e una comunicazione scientificamente corretta. È questa la ragione per cui come società scientifica, siamo impegnati da anni a educare la classe medica, pediatri e specialisti – prosegue il Professor Marseglia – ma anche a sensibilizzare tutte le figure che, nella quotidianità, possono dover intervenire per prime nella gestione di una reazione allergica grave. In particolare, come SIAIP stiamo lavorando attivamente a livello nazionale per promuovere la cultura delle allergie alimentari con tutte le istituzioni scolastiche e con gli enti che si occupano di ristorazione e distribuzione alimentare. La preparazione e la tempestività di azione possono fare la differenza tra la vita e la morte dei bambini allergici e, come esperti, abbiamo l’obbligo di garantire una migliore qualità di vita dei piccoli e delle loro famiglie».

L’attenzione si concentra sull’informazione delle allergie alimentari proprio per la loro ampia diffusione: secondo il National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID), rappresentano la principale causa di anafilassi tra bambini e adolescenti. In Italia, nelle ultime due decadi, se ne è osservato un forte aumento e di conseguenza anche degli accessi in Pronto Soccorso per questa causa della popolazione pediatrica.

Allora, come divulgare una corretta informazione anche tra i non esperti, ad esempio le famiglie e chi tutela i piccoli?
«Sul fronte della comunicazione pubblica – conclude Mario Picozza, Presidente di Federasma e Allergie ODV – è fondamentale utilizzare una terminologia semplice, ma scientificamente corretta quando si affrontano temi così delicati. Partendo ad esempio dalla correzione di alcune fake news circolanti, tra cui l’espressione “allergia al lattosio”, riportata erroneamente da diversi media, che ha contribuito a generare confusione tra allergie alimentari e intolleranze. Il lattosio può causare un’intolleranza, ma non provoca anafilassi, mentre sono le allergie alle proteine del latte e ai suoi derivati a determinare reazioni gravi e potenzialmente fatali. Fare informazione su tutti questi aspetti significa aiutare anche la popolazione, come cittadini e pazienti, a fare chiarezza, favorendo la comprensione del reale significato del rischio allergologico». Un’informazione scientificamente accurata è parte integrante della prevenzione e della tutela della salute pubblica: utilizzare termini impropri in ambito medico non solo è un errore lessicale, ma alimenta la disinformazione e compromette la giusta percezione del rischio allergologico. Mettendo a rischio la vita anche dei piccoli e di ogni altra persona predisposta. Evitarlo deve essere una priorità “salvavita”.

di Francesca Morelli

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