Alterazione del sonno, affaticamento visivo e sovraccarico cognitivo. Sono alcune delle manifestazioni possibili della “cefalea digitale”. Un fenomeno, relativamente nuovo, in crescita tra i giovanissimi, a causa di cattive abitudini digitali: smartphone usati fino a tarda notte, lunghe ore passate tra TikTok ed altri social network, video brevi, scroll su internet e altri siti. Gli effetti dell’iper-esposizione digitale sulla salute dei più giovani sono stati presentati all’81° Congresso Italiano di Pediatria (SIP), tenutosi a Padova (26-29 Maggio).
Si arricchisce dunque di nuovi fattori il mal di testa (o cefalea) tra bambini e adolescenti, gravando su un problema già esistente: questa problematica, infatti, rappresenta una delle cause più frequenti di accesso agli ambulatori pediatrici, interessando fino al 15% dei giovani in età scolare. Ma la frequenza di episodi e il numero di giovanissimi che ne soffrono sta aumentando per un abuso, anche in termini di tempo, trascorso “in compagnia” degli schermi digitali, che si stanno profilando come una tra le maggiori frequentazioni e passatempi nell’arco della giornata. Spesso anche poco sane, perché protratte nel tempo, portando via ore preziose al sonno.
Studi degli ultimi anni e in particolare una ricerca pubblicata su una importante rivista dedicata (Headache), che ha analizzato gli esiti della durata dello screen time in 48 studi internazionali, indica come questa “visione” si associ a un aumento di cefalee ed emicranie pediatriche, identificandola addirittura come uno dei principali fattori di insorgenza delle fome di mal di testa “digitale”. Non a caso espresso, oltre all’emicrania, da affaticamento visivo, bruciore oculare e alterazioni del sonno. Dati e conseguenze confermate anche da un altro recente studio, sul Boletín Médico del Hospital Infantil de México, che ha rilevato episodi di cefalea più frequente in bambini che facevano un utilizzo di smartphone e tablet superiore alle 3 ore al giorno, cosi come di un uso dei dispositivi oltre le 6 ore quotidiane.
Ma la buona notizia, riportata dagli studi, è che riducendo il tempo trascorso davanti agli schermi, cala anche la sintomatologia tipica. Perché insorgono questi effetti collaterali, quali sono i principali meccanismi coinvolti? «La fissazione prolungata di contenuti rapidi e altamente stimolanti, come i video brevi e lo scrolling continuo, tipici delle piattaforme social – spiegano gli esperti intervenuti al convegno – sono la causa dell’affaticamento visivo, mentre la luce blu emessa dagli schermi può ridurre la produzione di melatonina, rendendo più difficile addormentarsi, alterando il ritmo sonno-veglia e peggiorando la qualità del sonno, che rappresenta uno dei principali fattori associati alla cefalea». Non mancano neppure possibili implicazioni muscolo-scheletriche, come il Text neck o “sindrome da smartphone”, dovuto a postura scorretta del collo e della testa: passare molte ore con il collo piegato sullo smartphone aumenta la tensione dei muscoli cervicali e può favorire dolore che si irradia verso la testa, soprattutto nelle forme di cefalea tensiva.
«Guardare il cellulare – dichiara Cesare Faldini, direttore della Clinica ortopedica dell’Istituto Rizzoli di Bologna – è un’azione che compiano tutti, tantissime volte al giorno, ma che mette in sovraccarico il collo. Posizionando lo schermo basso, è necessario abbassare di molto anche lo sguardo e quindi flettere il collo in avanti che viene altamente sollecitato. Questo meccanismo stimola i dischi intervertebrali, le articolazioni che consentono di compiere centinaia di movimenti al giorno che, in sovraccarico, possono generare dolore localizzato soprattutto nella zona posteriore della testa, che scende verso le spalle, fino a irradiarsi anche alla scapola. La prevenzione è semplice: basta correggere un atteggiamento posturale, mantenendo lo schermo più alto, richiedendo così una minore flessione del collo. Ridurre il sovraccarico discale significa anche diminuire l’insorgenza del dolore. Un’ ulteriore strategia di prevenzione è evitare di camminare con il telefono in mano e sul tram o metropolitana cercare di non curvarsi troppo e troppo a lungo sul dispositivo».
Sovraccarico cognitivo: un’altra conseguenza
È possibile parlare anche di sovraccarico cognitivo, oltre che cervicale? Certamente sì, le piattaforme digitali espongono i ragazzi a una stimolazione continua fatta di notifiche, video brevissimi, cambi rapidi di immagini e contenuti sempre nuovi, tenendo quindi impegnata e sempre sollecitata la mente. Il sovraccarico di informazioni, insieme all’ansia di restare connessi e di “non perdersi nulla”, secondo quello che viene definito FOMO (Fear of Missing Out), può contribuire ad aumentare stress e vulnerabilità alla cefalea nei soggetti predisposti.
Quindi la tecnologia, i cellulari sono da demonizzare? No, occorre imparare a usali correttamente e con responsabilità. «Oggi sappiamo che uso serale degli smartphone, binge scrolling, sonno insufficiente e iper-esposizione agli schermi – precisa Antonino Gulino, pediatra di famiglia a Catania e componente del Consiglio Direttivo SIP – possono contribuire a peggiorare cefalee ed emicranie nei soggetti predisposti». Serve una “buona educazione”.
«I dispositivi elettronici fanno ormai parte della quotidianità di bambini e adolescenti – commenta Rino Agostiniani, Presidente SIP – ed è impossibile vietarne l’uso: proprio per questo è fondamentale educare famiglie e ragazzi a un utilizzo consapevole. Regole semplici come evitare smartphone e tablet prima di dormire, tenere le camere da letto device-free, limitare il tempo trascorso online e fare pause frequenti durante l’uso degli schermi possono avere effetti importanti sul benessere fisico e psicologico dei più giovani. La prevenzione della cefalea digitale, oggi, passa anche dall’educazione al buon utilizzo dei dispositivi». Educazione che, sottolinea la Società Italiana di Pediatria anche in un documento recente contenente le raccomandazioni sull’esposizione ai media digitali, deve cominciare fin dall’infanzia.
Come ulteriore e importante indicazione, l’utilizzo dei device non deve avvenire prima dei 13 anni. «Esporre agli schermi un bambino al di sotto dei due anni in maniera non supervisionata – conclude la dottoressa Maria Pontillo, psicoterapeuta dell’Unità di Neuropsichiatria infantile all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma – significa raddoppiare il rischio di un possibile ritardo nello sviluppo del linguaggio. Inoltre nella fascia di età tra 3 e 5 anni, permanere a lungo davanti a uno schermo può indurre alcuni problemi di salute, innanzitutto disturbi del sonno e se l’esposizione è troppo precoce, a discapito dell’attività e dell’esercizio fisico, anche l’aumento delle probabilità di obesità pediatrica. Troppo tempo connessi significa anche mettere a contatto i piccoli, tramite internet, con un mondo tipicamente adulto, verso cui il bambino non dispone di adeguati strumenti emotivi e cognitivi per gestire e valutare i contenuti, mettendo a rischio la sua infanzia».
di Francesca Morelli