I più piccoli non sanno più divertirsi in modo “sano”, una biciclettata, una corsa all’aria aperta, ruba bandiera, nascondino, il mondo con sassetti e gessetti, i giochi da cortile sono diventati una rarità. Forse neppure conosciuti dalle nuove generazioni. Duque con la chiusura della scuola e le molte ore di tempo libero a disposizione, che si fa? Ci si connetta a internet, ai social, alle chat di gruppo, neanche a dirlo. Un “passatempo” che sta diventando sempre più sistematico e “cronico” fra gli adolescenti ed è allarme fra gli esperti. Alcune nazioni, come il Regno Unito, hanno già preso posizione vietando l’uso dei social media agli under 16. Una misura, sebbene condivisa, non ritenuta sufficiente in Italia, stimando che sia necessario istituire una sorta di “patentino digitale” che dia accesso e abiliti all’uso di queste piattaforme solo dopo aver dimostrato di conoscere i rischi, le opportunità e le responsabilità che la vita digitale comporta. Il rischio, infatti, è l’esposizione a cyberbullismo, ma anche a vulnerabilità per emozioni, identità, relazioni e comportamenti che possono essere sensibilmente influenzati dalla tecnologia in assenza di una vera educazione digitale. Che nel nostro Paese manca e che dovrebbe essere estesa anche all’Intelligenza Artificiale, strumenti potentissimi che possono informare, orientare, consolare, persuadere e perfino sostituirsi al confronto umano, se non utilizzati in modo critico e consapevole. È un concetto che emerge forte da SINPIA (Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza) e dall’Istituto di Neuropsichiatria Infantile “Giovanni Bollea” dell’AOU Policlinico Umberto I – Sapienza Università di Roma che richiamano l’attenzione di famiglie e istituzioni sui rischi di un uso non accompagnato dei social e sulle strategie per proteggere il benessere psichico dei più giovani. Temi tutti trattati in occasione del Convegno “Connessioni pericolose? 2.0 Tecnologie digitali, adolescenti e salute mentale”, organizzato dall’Istituto di Neuropsichiatria Infantile dell’AOU Policlinico Umberto I – Sapienza Università di Roma, patrocinato dalla stessa Società, che ha riunito Neuropsichiatri, Istituzioni e massimi esperti del settore.
Un’ allerta, quella degli esperti, giustificata dai numeri e dai comportamenti verso le piattaforme digitali: secondo i dati dell’OMS, tra il 2018 e il 2022, la quota di adolescenti con un uso problematico dei social media è salita dal 7% all’11%, con impatto (negativo) maggiore fra le ragazze, e che può ridurre il benessere psichico, sviluppare disturbi del sonno, ansia, depressione e calo del rendimento scolastico. Inoltre, studi più recenti evidenziano pericoli specifici per i minori più vulnerabili, fra cui l’istigazione al suicidio, atti di autolesionismo e altri impulsi pericolosi. «In un’epoca in cui la vita digitale è parte integrante della quotidianità – afferma Elisa Fazzi, Neuropsichiatra infantile dell’Università di Brescia e Presidente SINPIA – la sfida non è demonizzare o proibire la tecnologia, ma proteggere bambini e adolescenti da un uso non regolato attraverso una strategia di accompagnamento graduale, evitando sia l’iper-controllo che l’abbandono educativo, considerando che gli effetti dei social dipendono da una pluralità di fattori: l’età, la qualità dei contenuti, la vulnerabilità individuale e, soprattutto, la presenza di adulti competenti come punti di riferimento. Questo implica sensibilizzare famiglie, scuole e istituzioni sul buon governo dei social network, basato su equilibrio e una solida educazione digitale». Quest’ultima consente, infatti, di sapere selezionare fonti e informazioni e sfruttare le opportunità preziose delle piattaforme che, se ben usate, possono favorire il senso di appartenenza, contrastare l’isolamento sociale, facilitare l’accesso a informazioni e il supporto tra pari, stimolando anche la creatività. Per molti adolescenti fragili, lo spazio digitale rappresenta un luogo fondamentale di ascolto e confronto. Dall’altro lato, occorre essere consapevoli anche di alcune dinamiche problematiche legate a questi strumenti: ad esempio la necessita di sensibilizzare genitori e Istituzioni sul possibile effetto trigger, ossia il fattore innesco immediato di alcuni contenuti che possono scatenare comportamenti disfunzionali anche ad alto rischio, specialmente in ragazzi che già vivono isolamento o difficoltà emotive, o il contagio sociale. È in aumento, ad esempio, la tendenza alla normalizzazione e spettacolarizzazione del dolore psichico che può aumentare l’imitazione tra i pari più fragili, così come le dinamiche di gruppo, le “community online”, che possono amplificare vulnerabilità preesistenti, rendendo le pratiche pericolose un fenomeno di gruppo che disinibisce il singolo. Gli esperti, inoltre, mettono in luce un’altra criticità: l’esposizione continuativa dei minori nel mondo online, spesso poco controllato, in cui è più facile imbattersi in contenuti violenti, estremisti o umilianti. «La ripetizione di immagini e linguaggi inappropriati – dichiara Francesco Pisani, Direttore UOC NPI del Policlinico Umberto I, Sapienza Università di Roma – può determinare una desensibilizzazione emotiva, inducendo i minori fare dell’aggressività una “cosa normale” e a percepire in modo distorto il rischio e le relazioni sociali. Questo clima digitale facilita fenomeni come il cyberbullismo, la partecipazione a sfide pericolose (challenge) e il contatto con community che promuovono comportamenti a rischio o contesti che alimentano molti degli attuali disturbi neuropsichiatrici».
La ragione di tutti questi fenomeni è chiaramente motivata dagli esperti e lega principalmente allo sviluppo in questa fase della crescita: «Il cervello adolescenziale è strutturalmente più sensibile ai meccanismi di ricompensa e alla pressione sociale – chiarisce Arianna Terrinoni, neuropsichiatra infantile dell’UOC NPI del Policlinico Umberto I, Sapienza Università di Roma – pur possedendo ancora una limitata capacità critica per interromperne l’utilizzo eccessivo o riconoscere certi tipi di manipolazioni. Gli algoritmi delle piattaforme, progettati per massimizzare il coinvolgimento emotivo, tendono inoltre e malauguratamente a privilegiare contenuti estremi e attivanti, inclusi quelli dannosi. Anche il contesto adulto fatica, spesso, a fornire una buona educazione digitale».
Quindi, quali consigli dare soprattutto ai genitori? Ecco le raccomandazioni di SINPIA e degli esperti, che vertono principalmente sul buon uso, responsabile e consapevole, delle piattaforme digitali:
- non utilizzare i dispositivi come “pacificatori” o “baby sitter” per calmare i bambini
- rispettare i limiti di età previsti dalle piattaforme e cercare evitare l’uso dei social prima della preadolescenza
- preservare spazi offline nella vita quotidiana: evitare gli schermi durante i pasti e lasciare gli smartphone fuori dalla camera durante la notte per proteggere la qualità del sonno
- osservare i segnali di allarme come insonnia, irritabilità, ritiro sociale o bisogno compulsivo di controllare le notifiche.
È infine condivisa l’opinione sulla necessità di introdurre l’educazione digitale e affettiva nelle scuole, richiedere maggiore trasparenza agli algoritmi delle piattaforme, implementare sistemi reali di verifica dell’età e rafforzare i servizi di neuropsichiatria infantile per supportare le fragilità emergenti. Obiettivo: costruire un ecosistema digitale sicuro attraverso una vera alleanza tra famiglia, scuola e istituzioni per trasformare la rete in uno spazio di crescita protetto. L‘unica vera salvaguardia per i minori.
Francesca Morelli