Costruire ambienti capaci di sostenere il benessere neuropsichico, riconoscere tempestivamente le situazioni di vulnerabilità, facilitare la richiesta di aiuto, abbattere lo stigma. Sono gli obiettivi di “Cambiare la narrazione del suicidio”, tema della Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio (10 Settembre) per arrivare e superare la cultura del silenzio e del pregiudizio, promuovendo maggiore apertura, comprensione e supporto. Servono sinergie di azione per intercettare e evitare che la sofferenza diventi emergenza, prima che le giovani generazioni siano spinte a atti estremi, come il (tentato) suicidio. Un fenomeno che in Italia, in giovani tra i 15 e i 29 anni, rappresenta la terza causa di morte dopo gli incidenti stradali e i tumori, la seconda nei maschi, cui si aggiungono i tentativi che non vanno a buon fine. Numeri importanti che richiedono un attento lavoro di prevenzione. Nell’infanzia il suicidio resta un evento raro, ma pensieri di morte, ideazione suicidaria e comportamenti autolesivi possono comparire già in età scolare: importanti indicatori di vulnerabilità da non sottovalutare. «La prevenzione è lo strumento più efficace per contrastare il comportamento suicidario, generato dall’interazione tra vulnerabilità biologiche, fattori emotivo- relazionali e ambientali – spiega la Professoressa Elisa Fazzi, Presidente SINPIA (Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza). È necessario promuovere la salute neuropsichiatrica fin dalle prime fasi della vita, rafforzando le competenze di regolazione emotiva e relazionale, creando intorno ai bambini e agli adolescenti una rete di adulti capaci di ascoltare e di riconoscere i segnali di rischio, in famiglia e nella società». Le richieste di aiuto sono in aumento: ad esempio, le consulenze neuropsichiatriche presso il Pronto Soccorso dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma sono passate dalle 155 del 2011 alle 1.675 del 2025 e gli accessi per autolesionismo, ideazione suicidaria e tentato suicidio da 12 a 445.
«Questi numeri – dichiara Stefano Vicari, responsabile di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza del nosocomio romano – indicano che la sofferenza psicologica di bambini e adolescenti arriva sempre più spesso all’emergenza. Non vanno minimizzati i segnali di disagio, come autolesionismo, ritiro, disperazione. Chiedere a un ragazzo se pensa alla morte può offrirgli l’occasione di raccontare la propria sofferenza, potendo da un lato intervenire prima che questa diventi un’emergenza e dall’altro garantire a chi chiede aiuto di trovare servizi capaci di offrire una risposta tempestiva e adeguata». L’adolescenza, caratterizzata da profondi cambiamenti neurobiologici, emotivi, relazionali e da un possibile aumento di impulsività, reattività emotiva e sensibilità agli eventi interpersonali, è l’età in cui si osserva il più rapido incremento dei comportamenti suicidari. Spesso alimentati da alcuni fattori di rischio: depressione, autolesionismo, precedenti tentativi di suicidio, (cyber)bullismo, consumo di sostanze, conflitti familiari, isolamento sociale e difficoltà nelle relazioni con i coetanei. Sono, invece, importanti fattori di protezione come il supporto familiare, in cui la sicurezza nelle relazioni e la presenza di legami positivi possono contribuire a ridurre la vulnerabilità e il senso di appartenenza alla scuola. Programmi che coinvolgono l’intera comunità scolastica possono migliorare la capacità di riconoscere i segnali di rischio, favorire la richiesta di aiuto, ridurre pregiudizio, ideazione suicidaria e comportamenti autolesivi. Anche la resilienza individuale, relazioni positive con i pari, l’educazione alla salute neuropsichiatrica, la Mental Health Literacy, ovvero l’insieme delle conoscenze e delle competenze che permettono di riconoscere il disagio emotivo, comprenderne le manifestazioni e sapere come e dove chiedere aiuto sono elementi di supporto e controllo del rischio.
«È necessario promuovere una cultura della salute neuropsichiatrica e del neurosviluppo – afferma Carmela Bravaccio, Vicepresidente SINPIA, Professore Ordinario presso l’Università Federico II e Direttore Neuropsichiatria Infantile AOU Federico II di Napoli – che coinvolga giovani, genitori, insegnanti, pediatri, medici di medicina generale, educatori, allenatori e tutta la comunità per trattare il problema con un approccio multilivello». La salute neuropsichiatrica dei bambini e degli adolescenti è un investimento sul futuro dell’intera comunità. «Prevenire significa costruire contesti non stigmatizzanti – conclude Lino Nobili, referente SINPIA per la Liguria e Direttore della Neuropsichiatria Infantile dell’Istituto Pediatrico Gaslini di Genova – capaci di avvicinarsi ai ragazzi nei loro luoghi di vita in cui possano sentirsi parte di qualcosa, un punto di ascolto, ricevere un aiuto è possibile. Famiglia, scuola, sanità e comunità hanno una responsabilità comune: fare in modo che nessun ragazzo debba affrontare da solo una sofferenza che può essere riconosciuta e curata».
Francesca Morelli