L’evento, drammatico, è balzato alle cronache recenti: una giovane donna di Catanzaro, affetta da depressione post partum, decide di farla finita e di trascinare con sé, in questo gesto estremo, anche i suoi tre piccoli figli, di qualche anno e di pochi mesi di vita. Li prepara come se dovesse uscire normalmente. Ma si ferma sul balcone e da lì si getta nel vuoto, con le sue creature. Questa storia, che ha riempito le pagine dei giornali, poteva avere un epilogo diverso? C’era la possibilità di “salvare” questa donna e i suoi bambini? Che cosa è mancato: la cura, l’attenzione nei suoi confronti? Un bisogno di aiuto inascoltato? La depressione post-partum può condurre fino a questo punto? Tante domande a cui, in parte, è possibile dare risposta, almeno cercando di capire che cosa sia davvero questa condizione.
«La depressione post partum – spiega la Professoressa Cristina Colombo, psichiatra, primario dell’Unità dei Disturbi dell’Umore dell’IRCCS Ospedale San Raffaele-Turro di Milano e docente ordinario di Psichiatria all’Università Vita Salute San Raffaele – non è una problematica a sé, ma una manifestazione della depressione. Quest’ultima è una patologia molto diffusa in Italia, con una incidenza di circa l’11-12% della popolazione generale e una netta prevalenza al femminile, con un rapporto maschi-femmine 2 a 1. Questo significa che le donne hanno una probabilità doppia, rispetto all’uomo, di sviluppare episodi depressivi nel corso della vita e in particolare in alcuni momenti critici, spesso legati agli sbalzi ormonali. Fra i più a rischio c’è proprio il post-partum che espone la donna alla possibilità di manifestare un primo episodio depressivo o, nel caso in cui ne sia soggetta o abbia avuto manifestazioni precedenti, di avere una ricaduta».
La depressione che segue il parto non va però confusa con il “maternity blues”, una condizione che insorge a circa una settimana di distanza dalla nascita del bimbo, in cui la mamma piange, si domanda cosa fare e come comportarsi con quel frugolino. È una condizione passeggera, che si risolve di norma nell’arco di poco tempo con “l’accudimento” familiare, i consigli, ma anche il supporto pratico di chi sta accanto alla giovane mamma. La depressione post partum, invece, compare un mese e mezzo circa dopo il parto, in modo subdolo: spesso si nasconde dietro una stanchezza, scambiata come tale, perché la mamma allatta, dorme male, fatica di giorno. Certamente il contesto storico e sociale attuale, non aiuta: in passato le giovani donne erano sostenute dal nucleo familiare: mamma, sorelle, suocera, che a turno si incaricavano di cullare il bambino, di portarlo a passeggio, lasciavano il tempo alla neo-mamma di riposarsi e dedicare del tempo a sé. Una importante valvola di sfogo venuta a mancare: la realtà porta oggi la donna a vivere la maternità “in solitudine”. Sola a gestire il piccolo, ad occuparsi di lui o di lei, tutto il giorno, con quanto comporta, in assoluto silenzio. Il bimbo non parla, è da accudire totalmente: questo può generare anche un silenzio “emotivo” e psichico. «Questo mood – prosegue la professoressa Colombo – viene spesso scambiato per stanchezza e alla donna vengono dati consigli vaghi, senza nemmeno fermarsi a pensare che la neo-mamma stia vivendo un periodo a rischio: un dialogo aperto con un esperto può essere di aiuto per valutare se si tratta solo di stanchezza fisica, con difficoltà ad accettare il cambiamento repentino, oppure nasconda qualcosa di più. Una mancata presa di carico di un problema depressivo, diverso dalla stanchezza, può evolvere in una condizione grave, fino ad assumere connotati psicotici, ad esempio trasformarsi in una “depressione delirante”. Mentre in una donna che non ha un bambino piccolo, il delirio si incentra sul sé, portando la persona a scegliere di ammazzarsi, nella donna con un neonato, almeno fino a 6 mesi di vita, in cui di fatto il cordone ombelicale non si recide, il bambino viene automaticamente inglobato nel delirio della mamma che lo strascina nella propria tragedia intima e psichica, pensando così di “risolvere” anche la sua vita».
Pensieri suicidari delle mamme depresse
Sono pensieri terribili quelli che attanagliano queste donne: “sono una mamma orribile, io non sono capace di crescere un bambino, faccio stare male tutti. Allora mi elimino e tu, che non puoi vivere senza di me, segui il mio destino”. È un gesto, quello del “doppio” suicidio che la mamma decide consapevolmente di compiere per non causare danno agli altri. «Il dolore immenso che porta una donna a compiere un gesto così estremo, proprio perché legato alla patologia, non deve diventare un “caso di cronaca”, ma va rispettato», sottolinea la Professoressa. «Importante è verificarne la causa, fare una corretta diagnosi, discriminando da fattori o patologie confondenti. Ad esempio uno psichiatra o uno specialista può cogliere la differenza fra una depressione delirante e la Sindrome di Medea in cui la donna, tradita o trascurata dal compagno, agisce con la decisione più terribile che potrebbe prendere: uccidere i figli. Le due patologie sono manifestazioni completamente diverse, soprattutto in termine di angoscia sottostante. Occorre comunque molta cautela alla diagnosi e una mirata presa in carico. È fondamentale che la possibilità di sviluppo di una depressione post partum non venga trascurata o sottovalutata, fin da subito. Ad esempio è importante che a una donna, dopo il parto, venga chiesto se in famiglia ci sono stati casi di depressione o se lei stessa ne ha sofferto in precedenza, allertando di conseguenza tutta la famiglia a non sottovalutare i segnali di allarme. Se la mamma si sveglia presto la mattina e sembra molto stanca o se appare svogliata, è bene che gli stessi parenti la indirizzino a un colloquio specialistico. È la prima importante forma di prevenzione». Questo perché, soprattutto le donne depresse, si autocolpevolizzano subito: non pensano di essere stanche perché la gestione del bimbo è difficile, ma perché sono cattive madri.
«In questi casi i colloqui, o anche una terapia farmacologica, è la via più veloce e sicura, se necessario possono riportare la vita alla normalità», rassicura la Professoressa Colombo. «La depressione passa e la donna può tornare ad essere come prima, a vivere il bambino come un’occasione di gioia, e non continuare a considerarlo un problema. Va tenuto conto che uno dei principali fattori legati alla depressione post partum è l’allattamento: pertanto sono favorevole alla gravidanza anche in questa tipologia di donne, ma condizionata a una nutrizione del bimbo con latte artificiale. È meglio avere una mamma, sana, felice che allatta il piccolo con il biberon, piuttosto che una mamma triste e depressa che allatta al seno. Ricordando che i bambini sono spugne: non sanno parlare, non sanno capire le parole della mamma ma ne colgono il dolore, la mimica facciale, il sorriso e l’espressione triste. Quando la mamma sorride, il bambino cresce meglio». E il rischio di suicidio, per entrambi, si allontana.
di Francesca Morelli