OSPEDALI A MISURA DI DONNA PER PREVENIRE ABORTI RIPETUTI

In Italia quasi una donna su 3 (il 27%), che ha praticato un’interruzione volontaria di gravidanza (IVG), ricorre all’aborto per la seconda volta. La causa può essere ricondotta alla mancanza di un adeguato counselling contraccettivo negli ospedali. Per questo AOGOI (Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani) ha realizzato due indagini, per valutare come gli ospedali italiani gestiscono le IVG e come viene proposto un eventuale counselling, che sono state presentate in occasione del Congresso nazionale di Roma “La salute al femminile, tra sostenibilità e società multietnica”, promosso da AOGOI, SIGO, AGUI. «Da queste indagini, condotte su una settantina di ospedali italiani è emerso che nel 78% dei casi viene effettuato un percorso di counselling, come indicato dalla Legge 194, dopo un’interruzione di gravidanza e solo nel 60% dei casi viene suggerito un metodo contraccettivo», fa notare il professor Vito Trojano, presidente di AOGOI. «Per questo la proposta della nostra Associazione è di creare, nei centri che praticano IVG un “percorso a misura di donna”, sensibilizzando gli operatori sull’importanza di garantire la dovuta attenzione alla contraccezione post-IVG e offrendo alle donne un adeguato counselling dopo l’intervento».
«Negli ultimi dieci anni sono più che dimezzate le interruzioni volontarie di gravidanza, passando da circa 240mila nei primi anni 2000 a 97mila nel 2014», fa notarela la dottoressa Serena Battilomo, responsabile dell’Ufficio per la Tutela della donna presso il Ministero della Salute. «Sono però in aumento le ragazze sotto i20 anni e le donne straniere. Per arginare il fenomeno degli aborti ripetuti, soprattutto tra le giovanissime, si rendono necessari counselling guidati nelle strutture ospedaliere e nei consultori, dove si cerca di proporre metodi contraccettivi a lunga durata, che oggi però non sono ancora rimborsati dal SSN».

Non a caso è emerso dall’indagine AOGOI che i metodi contraccettivi prescelti, dopo un’interruzione volontaria di gravidanza, sono risultati proprio i dispositivi intrauterini e gli impianti sottocutanei (60%) che hanno una durata media di tre/cinque anni. Ciò conferma quanto raccomandato dall’Oms, che indica i Larc (Long-Acting Reversible Contraception) come i metodi contraccettivi più sicuri, che garantiscono una più alta percentuale di aderenza a 12 mesi. Tali dispositivi hanno il vantaggio di poter essere inseriti durante lo stesso intervento, senza ulteriori disagi per la donna.
Per questo AOGOI ha dato il via a un secondo studio osservazionale per fotografare l’adeguatezza percepita dalla donna sul counselling contraccettivo nel post IVG. «Abbiamo preparato un questionario anonimo, distribuito a un campione di 50 strutture in tutta Italia, con l’obiettivo di analizzare circa 3.000 risposte», spiega la dottoressa Silvia Von Wunster, direttore dell’Unità Operativa di Ostetricia e Ginecologia dell’Ospedale Pesenti Fenaroli di Alzano Lombardo. «Ci proponiamo di verificare i metodi contraccettivi scelti e se essi siano stati o meno resi disponibili fin dalla dimissione ospedaliera, chiedendo direttamente alle donne la loro percezione del servizio ricevuto. Verificare che alle donne venga data la possibilità di inserire un dispositivo LARC durante l’intervento di IVG è infatti uno dei principali obiettivi della nostra analisi, in quanto questa tecnica si dimostra essere una strategia davvero efficace nel ridurre le IVG ripetute». Sulla base dei risultati raggiunti verranno organizzati da AOGOI una serie di eventi formativi e verrà realizzato e distribuito per i medici e per le pazienti materiale informativo sulla contraccezione nel post-IVG.

«Dei 70 ospedali che hanno finora risposto al questionario, solo il 57% ha un ambulatorio e un’équipe dedicata al counselling contraccettivo», fa notare il dottor Giuseppe Ettore, direttore del Dipartimento Materno-Infantile dell’ospedale Garibaldi-Nesima di Catania. «Nel 2015 è stata effettuata una media di 388 IVG per ogni centro, per un totale di 21mila casi. Nel 78% dei centri è previsto un percorso di counselling post-IVG, come indicato dalla Legge 194 e nel 60% dei casi è stato prescritto un metodo contraccettivo, che nel 60% dei casi era un dispositivo intrauterino o un impianto sottocute. Tra gli obiettivi di questo programma, oltre a ridurre questi eventi che sono comunque di forte impatto traumatico per la donna, è inclusa anche una drastica riduzione della spesa per il SSN». «Se in Italia il costo medio di un’interruzione volontaria di gravidanza è valutato, con il DRG, attorno ai 1300-1500 euro, la spesa per un dispositivo intrauterino è di circa 100-150 euro per tre anni», puntualizza il dottor Emilio Arisi, presidente SMIC, Società Medica Italiana per la Contraccezione. «Considerando che gli aborti ripetuti si collocano attorno ai 30mila casi l’anno, si può calcolare che la spesa annua diretta per il sistema sanitario sia di 39-45 milioni di euro, il che significa 117-135 milioni di euro in tre anni. Una spesa enorme che si potrebbe in gran parte ridurre con investimenti di gran lunga inferiori per progetti di prevenzione degli aborti ripetuti. Tutto ciò, senza dimenticare i costi psicologici e personali della donna che abortisce, le perdite di giornate lavorative o scolastiche, i disagi dei trasporti, la logistica familiare, disagi che a loro volta non sono certo di poco conto».

di Paola Trombetta

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