Un bottone rosa per ricordare alle donne con tumore al seno l’importanza di seguire un preciso percorso terapeutico e “non perdere il filo”. Sul retro dei bottoni sono incise quattro frasi: “Un giorno dopo l’altro”, “Ne vale la pena”, “Non perdere il filo delle cure” “Io ci sono”. Ogni bottone è accompagnato da una cartolina che viene distribuita nelle Breast Unit con le informazioni sul progetto www.thelifebutton.it . Si tratta della seconda edizione della Campagna, promossa da Lilly, con il patrocinio di Europa Donna Italia, Fondazione Incontra Donna e Salute Donna ODV (vedi articolo del 10 aprile 2025: il-bottone-che-ti-lega-alla-vita-per-rispettare-il-percorso-di-cura), che lo scorso weekend ha aperto al pubblico un vero e proprio Pop-up Store, in via Marghera 34 a Milano, per sensibilizzare le donne con tumore al seno e i familiari a mantenere l’aderenza terapeutica fino alla fine della cura. Oggi, grazie al progresso e alle più recenti innovazioni terapeutiche, il tumore al seno è una malattia sempre più curabile e, in molti casi, gestibile nel lungo termine, tanto che la sopravvivenza a 5 anni in Italia è pari all’86%. Su 56 mila donne che ogni anno ricevono la diagnosi di tumore al seno, 15 mila però non ce la fanno. Per ridurre questi decessi e rendere sempre più cronica questa malattia, è essenziale l’aderenza alle terapie. Dopo la fase acuta, l’aderenza terapeutica diventa fondamentale per ridurre il rischio di recidive: con la terapia ormonale adiuvante si può ridurre il rischio di ritorno del tumore al seno oltre al 40%, ma nonostante ciò, una donna su tre interrompe precocemente il trattamento.
Ne abbiamo parlato con Gabriella Pravettoni, Professoressa di Psicologia Cognitiva e delle Decisioni presso l’Università Statale di Milano e Direttrice della Divisione di Psiconcologia dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO).
Perché ancora oggi, nonostante la personalizzazione e l’efficacia delle terapie, ci sono molte donne, circa il 30-40%, che le interrompono arbitrariamente?
«Quello che sentiamo dalle pazienti, il cosiddetto “patient reported outcomes”, è che, da una parte, credono che qualsiasi sintomo venga da loro avvertito, come dolore alle ossa, secchezza vaginale, sia legato al farmaco, anche se, quasi sempre, non è vero. Dopo qualche anno di terapia, ad esempio antiestrogenica, si sentono guarite, e interrompono le cure, perché il fatto di continuare le fa sentire ancora malate. Lasciare il farmaco oncologico equivale per loro a riprendere la vita normale. L’interruzione precoce del trattamento viene vissuta come poter ritornare alla propria vita, senza rendersi conto invece del grave danno che si autoprocurano».
Chi potrebbe aiutare queste donne a riprendere i farmaci, prima di avere recidive di malattia?
«È fondamentale in questi casi avere una buona relazione con gli oncologi, che devono saper prendersi cura della paziente e far capire quanto sia importante non abbandonare il trattamento, per evitare qualsiasi rischio di recidiva, ritornando a una condizione di malattia. Anche lo psiconcologo ha un ruolo fondamentale. Il professor Veronesi diceva sempre: “Un conto è la cura del corpo, un altro è la cura della mente. Ma se curiamo solo il corpo non è sufficiente, anche se il corpo guarisce perfettamente”. Per questo è necessario lavorare sulla mente, interpretare bene i messaggi che si incontrano nel percorso terapeutico. È fondamentale capire l’origine dei dolori che si possono presentare, di eventuali difficoltà di relazionarsi col partner, che spesso non dipendono dal farmaco. Il percorso psicologico include l’interpretazione di tutti questi segnali».
Nella sua esperienza clinica, ha seguito donne che hanno interrotto la terapia?
«Ho conosciuto diverse donne che non hanno più assunto farmaci antitumorali, nascondendolo al medico curante e all’oncologo. Alcune di loro, addirittura, ritiravano i farmaci e poi li gettavano via. Ma questo gesto le poneva in uno stato di disagio profondo nei confronti del medico, dell’istituzione, delle persone che si prendevano cura di loro. Per questo dico che quanto più c’è empatia con l’oncologo, quanto meno c’è l’abbandono della terapia. Anche perché il successivo peggioramento della salute, richiede di nuovo l’intervento dell’oncologo che, alla fine, viene ovviamente a sapere di questa interruzione».
Qual è il significato di questa seconda Campagna “The Life Button”, “Il bottone che ti lega alla vita”?
«Questa Campagna è molto importante perché non si limita ad informare, ma si focalizza anche sul tema dell’aderenza alle cure, molto importante per le pazienti che oggi vivono sempre più a lungo, con una buona qualità di vita. Dobbiamo renderci conto che tutti i risultati raggiunti sono tali anche grazie all’aderenza al trattamento, oltre alla personalizzazione ed efficacia delle terapie attuali».
di Paola Trombetta