Un bambino sottopeso allarma subito i genitori, il sovrappeso no. E così cresce il fenomeno: si stima che oggi in Europa un bambino di 11 anni su tre sia in eccesso ponderale, verso sovrappeso e obesità, con dati nel mondo quadruplicati negli ultimi trent’anni L’attenzione alla sola dieta non basta: serve “curare” comportamenti, stile di vita, con un ruolo attivo della famiglia e campagne di sensibilizzazione sui social, con un linguaggio adatto ai ragazzi e ai vari target, terreno invece lasciato scoperto de medici, pediatri e nutrizionisti. Mentre i farmaci, oggi efficaci sul controllo del peso, vanno riservati solo a casi che non rispondono ai primi approcci conservativi.
È sensibilmente cambiato il riconoscimento e il modo di valutare l’obesità. «Accanto all’indice di massa corporea – spiega la professoressa Elvira Verduci, dell’Università di Milano e direttrice del team di Pediatria del Policlinico di Milano in occasione del 13° Congresso Nazionale SIGENP (Società Italiana di Gastroenterologia Epatologia e Nutrizione Pediatrica) che si è tenuto di recente a Genova – contano sempre di più l’adiposità viscerale e la sindrome metabolica, utili a individuare i bambini davvero a rischio ed esposti a diverse conseguenze insidiose, come ad esempio il fegato grasso, diventato la più comune malattia epatica dell’età pediatrica e spesso del tutto silenzioso».
Occorre prima agire e intervenire, ricordando che i farmaci, in particolare gli analoghi del GLP-1 che sono rimborsati in Italia solo per il diabete e usati anche per perdere peso, rappresentano un aiuto importante in specifici contesti, non la “scorciatoia” per curare una patologia così importante. A riprova ne è il fatto che in Italia, soprattutto per i bambini sotto i 12 anni, non esiste alcun farmaco anti-obesità autorizzato, neppure le due molecole approvate, il semaglutide che ha mostrato l’efficacia maggiore sulla riduzione del peso, rispetto al liraglutide. Entrambe hanno comunque limiti importanti in età pediatrica: il peso che tende a tornare alla sospensione, i costi che superano i mille euro al mese e sono a totale carico delle famiglie. la mancanza di dati sul lungo termine, quindi sulla sicurezza; per questo va monitorato con attenzione il rischio di disturbi del comportamento alimentare.
Inoltre c’è un altro sorvegliato speciale, un nemico silenzioso: la dislipidemia, cioè l’alterazione dei livelli normali di grassi (lipidi) nel sangue, in particolare colesterolo e trigliceridi. Anche i più piccoli, infatti, possono soffrire di colesterolo alto: ad esempio la forma genetica più comune, l’ipercolesterolemia familiare, riguarda circa un bambino su 300 con circa 1.600 bambini e ragazzi seguiti dai centri del registro nazionale LIPIGEN. Intervenire presto anche in questa direzione fa la differenza, perché l’aterosclerosi non aspetta l’età adulta. Le prime alterazioni delle arterie sono misurabili già a 7 anni, e chi viene trattato fin dall’infanzia arriva alla mezza età quasi sempre libero da eventi cardiovascolari, contro circa tre quarti dei genitori affetti, ma non curati. «Continuare come abbiamo fatto finora – prosegue Antonella Diamanti, presidente SIGENP – non sempre funziona. Sull’obesità, come sul colesterolo, il primo intervento è sui comportamenti e sullo stile di vita, con la famiglia accanto; i farmaci, quando servono e dove sono ammessi, vengono dopo». Ma il vero tallone d’Achille resta lo screening, che sfugge fino al 30-60% dei casi.
Alla base del fenomeno di obesità e sovrappeso ci sono anche questioni culturali e sociali: in una società sempre più veloce, sono pochi i genitori che trovano il tempo di cucinare, e i cibi già pronti e ultra-processati imbandiscono anche le tavole italiane. La ricetta degli esperti non è rigore ma disciplina: indicazioni chiare, famiglie accompagnate e una comunicazione capace di raggiungere i ragazzi anche sui social. Proseguire verso questi obiettivi è fondamentale: per 7 giovani su 10, con obesità, il rischio per la salute compare da adulti. L’obesità infantile non è, infatti, una condizione transitoria, ma una patologia cronica che incrementa sensibilmente le probabilità di sviluppo di diabete, malattie cardiovascolari, patologie tumorali e disturbi psicologici.
«Studi longitudinali – ha dichiarato il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), Rocco Bellantone in occasione del convegno Linee guida per la gestione del sovrappeso e dell’obesità in età adolescenziale, promosso in collaborazione con l’Associazione Medici Endocrinologi (Ame Ets) – hanno evidenziato che circa il 55% dei bambini obesi rimane obeso durante l’adolescenza e che oltre il 70% degli adolescenti con obesità continua a esserlo in età adulta. Questi numeri non sono semplici dati clinici, ma testimoniano una sfida di sanità pubblica che si vince investendo sulla crescita culturale e sul ruolo strategico del sistema educativo. Questo fenomeno, definito tracking dell’obesità, è il risultato di una complessa interazione tra fattori genetici, ambientali, comportamentali e socioeconomici».
Emerge chiaramente che l’obesità non è una condizione dalla quale si possa semplicemente attendere di uscire con la crescita: «L’adolescenza – precisa Roberto Vettor, direttore scientifico e coordinatore clinico del Centro per le Malattie Metaboliche e della Nutrizione dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas Research Hospital di Rozzano – rappresenta una finestra decisiva: intervenire precocemente modifica la traiettoria della malattia prima che questa si consolidi nell’età adulta. Come esiste un continuum di malattia, così deve esistere anche un continuum di terapia, con una presa in carico nelle diverse fasi della vita, adattandosi all’evoluzione della condizione e alla risposta agli interventi». L’obiettivo, non è solo il controllo del peso, ma prevenire o ritardare le complicanze che sono diverse e modificare il più possibile il rischio futuro.
«L’esposizione prolungata all’eccesso di tessuto adiposo dovuta all’obesità infantile e adolescenziale – prosegue Marco Silano, direttore del Dipartimento Malattie cardiovascolari, endocrino-metaboliche e invecchiamento dell’ISS – può determinare nel tempo un rischio aumentato per diabete di tipo 2, ipertensione arteriosa precoce, dislipidemia e aterosclerosi subclinica. Condizioni che possono favorire in misura maggiore l’insorgenza di infarto miocardico, ictus e altre malattie cardiovascolari, ma anche di diverse forme tumorali, del colon-retto, dell’endometrio, della mammella in post-menopausa, del rene e dell’esofago. E, non ultimo, ci sono conseguenze anche per salute mentale e la qualità della vita. Bambini e adolescenti con obesità possono avere maggiore probabilità di sviluppare bassa autostima, isolamento sociale, ansia e depressione, con ripercussioni anche sul percorso scolastico, sulle relazioni sociali e, nel lungo periodo, sulle opportunità di vita e di lavoro. Infine l’obesità infantile può indurre con maggiore frequenza disturbi del sonno, in particolare della sindrome delle apnee ostruttive, che può compromettere ulteriormente la qualità della vita e il benessere psicofisico».
Il contrasto a obesità e sovrappeso deve essere dunque una priorità, anche italiana: il sistema di sorveglianza OKkio alla Salute, coordinato dall’ISS, riferisce che nel nostro Paese tra i bambini di 8-9 anni, una quota di sovrappeso pari al 19% e del 10% per obesità, con un ulteriore 2,6% per obesità grave. Dati che, seppure in lieve miglioramento rispetto agli anni scorsi, collocano l’Italia tra i primi Paesi europei per prevalenza di sovrappeso e obesità infantile. La sorveglianza Hbsc (comportamenti collegati alla salute in ragazzi di età scolare) che segue la fascia adolescenziale degli 11, 13, 15 e 17 anni, conferma che il fenomeno accompagna i ragazzi lungo tutto il percorso di crescita, con differenze territoriali significative, che vedono le regioni meridionali e i contesti socioeconomici più svantaggiati maggiormente colpiti.
«Le strategie di prevenzione, quali sana alimentazione, attività fisica regolare e riduzione dei comportamenti sedentari, rappresentano investimenti fondamentali per ridurre il carico futuro di diabete, malattie cardiovascolari, tumori e disabilità – conclude Marco Silano – migliorare la salute dell’intero corso di vita, ridurre le disuguaglianze sanitarie e garantire una maggiore sostenibilità dei sistemi sanitari nei decenni futuri».
di Francesca Morelli
Buone norme per l’assunzione di farmaci
Le prime e recenti linee guida dell’OMS sull’obesità in bambini e adolescenti hanno aperto la via a un nuovo approccio nella presa in carico e cura di questa patologia nei giovanissimi. Ed oggi arriva il via libera anche all’impiego di farmaci in questa fascia di popolazione, ma con alcune rigide indicazioni e restrizioni. L’uso è, infatti, concesso solo dai 10 anni in su e dopo il fallimento di un percorso strutturato che abbia previsto l’integrazione di alimentazione e movimento, monitorato da un team di specialisti. Per facilitare il corretto utilizzo di questi trattamenti, laddove possibile, la Società Italiana Metabolismo Diabete Obesità (SIMDO), in occasione del suo XXV Congresso nazionale, tenutosi a Cagliari, ha stilato un vademecum, 5 best practice per medici e famiglie, ricordando che obesità e sovrappeso sono una realtà molto presente in Italia. Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, ne soffrono rispettivamente un bambino/a su dieci e quasi uno su cinque, di età compresa tra 8-9 anni. Gli esperti raccomandano di:
- Non ricorrere ai farmaci prima dei 10 anni e mai come primo passo, ma successivo a un programma integrato con interventi di alimentazione, attività fisica e corretti comportamenti, eseguito sotto stretto controllo di professionisti, che non abbia dato buoni risultati.
- Non agire “fai da te”, ad esempio acquistando queste terapie on line. Sono farmaci che ricevono specifiche indicazioni: vanno assunti solo quelli approvati per l’età del paziente e dietro rigorosa prescrizione medica da parte di specialisti.
- Strutturare un team che segue il ragazzo formato da pediatra, diabetologo o endocrinologo, nutrizionista e psicologo che lavorano insieme, coinvolgendo fin da subito i genitori o chi si prende cura del paziente. Anche gli aspetti psicologici e il rapporto con il cibo vanno affrontati e valutati all’inizio del percorso terapeutico.
- Impostare una cura che duri nel tempo. L’obesità è una malattia cronica, servono pertanto controlli costanti su crescita e sviluppo e un approccio continuativo.
- Offrire a tutti le stesse opportunità di cura che in caso di necessità, non deve dipendere, ad esempio dal reddito della famiglia o essere condizionata da altra causa, ma deve essere di facile e libero accesso per ogni paziente che ne abbia diritto.
«Quello compiuto dall’OMS è un passo importantissimo – afferma Giancarlo Tonolo, presidente nazionale SIMDO e del Congresso. I farmaci possono cambiare la vita di alcuni ragazzi, a patto che li si inserisca in un percorso di cura completo e strutturato. Come SIMDO ribadiamo che i farmaci, nei minori come negli adulti, devono essere accessibili a chi ne ha bisogno, ma non costituiscono una soluzione rapida e indolore». Inoltre SIMDO sottolinea che la prevenzione deve partire dalla scuola, sul modello della Sardegna in cui vi è la più alta incidenza al mondo di diabete di tipo 1 nei bambini e dove per legge regionale sono state impostate delle reti stabili tra scuola, famiglie e centri specialistici pediatrici e operatori sportivi. Un modello che dovrebbe essere imitato a livello nazionale. Il diabete di tipo 1 è una malattia autoimmune che non dipende dal peso; tuttavia una presa in carico così organizzata può contribuire anche alla gestione dell’obesità dei più piccoli. L’OMS, su questa patologia, traccia infatti un quadro critico: nel 2024 nel mondo, i bambini e i ragazzi tra i 5 e i 19 anni con obesità erano 170 milioni, che si sono quadruplicati dal 1990, passando dal 2% all’8%. Oltre ai criteri sui farmaci, le linee guida danno anche altre indicazioni ad esempio riservando la chirurgia bariatrica agli adolescenti con obesità grave, praticata in condizioni rigorose, e chiedono anche politiche pubbliche, comprese misure fiscali e regolatorie. F.M.