Bimbi con emicrania, in un “limbo” terapeutico

A volte sono “etichettati” come alunni svogliati, poco concentrati, con prestazioni insufficienti per scarsa dedizione allo studio. Invece dietro queste manifestazioni potrebbero esserci problemi più seri. Come l’emicrania, ad esempio, di cui soffrono tantissimi minori in età scolare: oltre il 10% dei bambini e adolescenti, da stime internazionali, il 5% a 10 anni, cioè uno su 20, in Italia secondo un focus del 2023, condotto dall’IRCCS materno-infantile Burlo Garofolo di Trieste. Il mal di testa più diffuso fra queste giovani popolazioni risulta essere di tipo emicranico: compare verso i 7-8 anni e aumenta in età adolescenziale, nella fascia tra i 13 e i 18 anni. Dati che portano a ipotizzare, nel nostro Paese, una schiera di emicranici di oltre 160 mila bambini e 500 mila adolescenti. Lezioni, stress, impegni scolastici ed extrascolastici, pressioni per essere sempre all’altezza delle situazioni e delle attese degli adulti, o del confronto tra pari aumentano le difficoltà per chi ha sempre un “cerchio alla testa”: diminuiscono i rendimenti, calano le prestazioni, anche del 30% secondo le stime, scendono i voti, rendendo per questi giovanissimi emicranici i mesi della scuola i più critici dell’anno. E, di conseguenza, anche i sintomi si aggravano: attacchi spesso più frequenti, dolorosi e intensi, alimentando un circolo vizioso. È dimostrato, ad esempio, che lo stress da ansia favorisca l’attacco emicranico e che il conseguente dolore provochi una riduzione dell’attenzione e delle capacità di apprendimento, quindi un aumento ulteriore dei livelli di stress. La soluzione però non è stare sempre e solo in vacanza… anche se va detto che: «Quasi tutti i bambini e adolescenti che soffrono di emicrania – spiega il professor Massimiliano Valeriani, Direttore dell’unità di Developmental Neurology Unit dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma – stanno decisamente meglio durante le vacanze estive, mentre peggiorano nel corso dell’anno scolastico, con periodi più critici rappresentati dall’inizio della scuola e dal ritorno in classe dopo le vacanze di Natale». Un problema, quello dell’emicrania, che non conosce (apparentemente) genere, comunque variabile nel tempo: la prevalenza è, infatti, simile nei due sessi fino a 9-10 anni, poi la forbice tra maschi e femmine aumenta a svantaggio delle giovani. Senza contare le assenze: dai 4 ai 5 giorni l’anno, secondo uno studio appena pubblicato sul Journal of Child Neurology, che ricade ancora una volta sul rendimento, in diminuzione.

Quali soluzioni per questa patologia?
Il problema sembrerebbe senza soluzione di continuità. Ma non è proprio così: in realtà i farmaci, efficaci per l’emicrania ci sono: quelli di ultima generazione sono risolutivi in oltre il 70-80% dei casi, ma non possono esseri utilizzati nei più giovani, in quanto non sono testati in termini di sicurezza, rischi e effetti collaterali, sui minori di 18 anni. Pertanto, sono ad uso discrezionale del pediatra o dello specialista. «Gli specialisti sono costretti a prescriverli con la massima prudenza, in modalità off-label, cioè fuori dalle indicazioni ufficiali», dichiara la professoressa Marina De Tommaso, Ordinario di Neurologia all’università di Bari e Presidente della Società Italiana per lo Studio delle Cefalee. «Questo significa che i nuovi farmaci non vengono usati in tutti i casi in cui sarebbero davvero utili. È una situazione paradossale, perché abbiamo ormai un arsenale terapeutico validissimo, sia per curare gli attacchi sia per prevenirli, che comprende i gepanti, gli anticorpi monoclonali per via sistemica, la tossina botulinica localmente. Tuttavia non possono essere utilizzati con la stessa sicurezza e tranquillità del paziente adulto, perché mancano sperimentazioni cliniche specifiche, quindi le direttive chiare su dosi e uso». Quello delle terapie è un problema sempre più serio che genitori e insegnanti devono conoscere, così come il riconoscimento dell’emicrania. «Un grave problema – aggiunge il professor Valeriani – è rappresentato dagli insegnanti, che generalmente interpretano il mal di testa dei propri alunni come una scusa per evitare compiti, interrogazioni e verifiche. Questo genera frustrazione nei bambini che vedono aggiungere al danno, il mal di testa, la beffa di non essere compresi e creduti». Anche piccoli che frequentano scuole elementari o dell’infanzia, tra 4-7 anni, possono soffrire di emicrania. «Potrebbe trarre in inganno il fatto che in queste fasce d’età l’attacco emicranico può durare anche meno di 10 minuti – chiarisce lo specialista – e inoltre nei più piccoli i sintomi hanno manifestazioni diverse dal mal di testa, come coliche gassose del lattante, torcicollo parossistico benigno, vertigini benigne, sindrome del vomito ciclico, dolori addominali ricorrenti, noti come dolori di crescita e la cinetosi».

Quanto incide la tecnologia sullo sviluppo di mal di testa?
A scuola è ormai consuetudine l’utilizzo di pc e smartphone, additati come fattori di mal di testa, ma gli esperti non sono del tutto concordi. «Non si può dire che siano causa di attacchi di mal di testa – commenta il professor Valeriani – ma è chiaro che in un bambino emicranico l’uso esagerato degli schermi può influire negativamente sulla severità della malattia». Allora non perdiamo di vista le red flags, le bandierine rosse, indicatori da non trascurare o sottovalutare che suggeriscono al genitore il momento di rivolgersi a un esperto. «Le “red flags” sono strumenti importanti per evidenziare i sintomi e i segni critici di allarme su patologie neurologiche e sistemiche, che richiedono tempestivi approcci specialistici – sottolinea la professoressa De Tommaso – come un esordio improvviso e violento, cioè un mal di testa che raggiunge la massima intensità in pochi minuti, la cefalea notturna o al risveglio, un peggioramento progressivo per frequenza e intensità nel corso di settimane o mesi, un dolore che compare o peggiora nettamente con la tosse, gli starnuti, la defecazione o lo sforzo fisico, l’età molto precoce di insorgenza, sotto i tre anni. In presenza di questi “indicatori”, il primo medico da consultare è il pediatra, che deve avere competenza in tema di diagnosi delle cefalee più rappresentate nell’età pediatrica, cioè emicrania e cefalea tensiva, evitando di sottoporre il bambino in prima battuta ad accertamenti spesso inutili, come la visita oculistica o elettroencefalogramma. Inoltre, è importante valutare che non ci siano disagi psicologici indotti nel bambino in ambito scolastico o in famiglia. Se presenti è necessario riferirli e confrontarsi con il medico».

Un ruolo importante hanno anche gli insegnanti, a cui spetta osservare la frequenza degli attacchi e la potenziale gravità della cefalea, aiutando il bambino nel percorso scolastico quando subentrano delle difficoltà, facendo attenzione a valutare eventuali fattori scatenanti.

di Francesca Morelli

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