Meningite, questa sconosciuta. Se da un lato qualcosa si sa circa questa malattia causata dal batterio Neisseria meningitidis, un patogeno che può colonizzare la mucosa nasofaringea degli esseri umani, sui rischi e le conseguenze è tabula rasa. Invece le implicazioni possono essere molto gravi, esponendo a un alto rischio di invalidità permanente e/o di morte. Esiste, insomma un netto divario fra conoscenza e percezione delle implicazioni, pericolose, della meningite. È quanto emerge da un sondaggio globale condotto da Human8, promosso da GSK, che ha coinvolto un campione significativo di popolazione in sei Paesi (Argentina, Australia, Brasile, Francia, Spagna e Italia), presentato in occasione della Giornata Mondiale della Meningite del 5 ottobre. Si osserva, ad esempio, che l’85% dei genitori e il 68% degli adolescenti sa di cosa si parla quando si cita la malattia, ma solo il 28% ritiene che una persona in giovane età possa svilupparla nei prossimi 12 mesi. Nel complesso la percezione dei rischi correlati alla meningite, in Italia è inferiore rispetto ad altri Paesi: solo una persona su quattro la considera un rischio importante per la propria salute, rispetto a una su tre nelle altre nazioni. Solo il 26% dei giovani ad esempio è consapevole che può essere mortale e appena l’8% degli adolescenti sa che la malattia meningococcica invasiva, nelle sue diverse manifestazioni, potrebbe mettere a rischio la vita nel giro di poche ore. I genitori invece hanno più coscienza della gravità della malattia, ma non dell’urgenza di interventi mirati: ad esempio non pensano sia pericoloso rimandare la vaccinazione, che invece è lo strumento di prevenzione di maggiore efficacia. In Italia, il vaccino contro il meningococco B (il ceppo più diffuso) è offerto attivamente e gratuitamente a tutti i nuovi nati dal 2017, mentre il Piano di prevenzione nazionale (PNPV) 2023-2025 prevede che la vaccinazione contro il meningococco B possa essere offerta anche in adolescenza, al compimento degli 11-12 anni e nella fascia d’età tra i 12 e i 18 anni, in base alla situazione epidemiologica regionale. Ad oggi, però, solo 17 Regioni hanno inserito la vaccinazione anti-meningococco B in adolescenza nei rispettivi calendari vaccinali, con una dose di richiamo con vaccino omologo per gli adolescenti vaccinati tra i 2 e i 10 anni di età. Quindi, manca la copertura nel calendario nazionale vaccinale, alla fascia adolescenziale, necessaria a garantire un’offerta omogenea sul territorio nazionale, quindi lo stesso diritto a tutti i giovani di potersi proteggere dalla meningite. Anche sul fronte della prevenzione le conoscenze sono scarse: il 30% degli adolescenti non è sicuro di aver ricevuto il vaccino specifico e il 12% dei genitori non sa se il proprio figlio sia vaccinato. Resta il desiderio di informarsi: oltre la metà degli italiani cerca attivamente notizie sui vaccini prima di decidere, con maggior frequenza su web e social, che più del 70% ritengono una fonte affidabile di informazioni: 6 persone su 10 dichiarano che la disinformazione li rende meno fiduciosi verso la vaccinazione. Occorre fare leva su questo aspetto e fare ricorso a figure autorevoli: il medico in primis che può aiutare a dirimere i dubbi, favorire la conoscenza della meningite e l’importanza della vaccinazione. «È fondamentale che genitori e adolescenti capiscano i rischi della malattia e perché vaccinarsi è fortemente raccomandato – dichiara Antonio D’Avino, Presidente della Federazione Italiana Pediatri di Famiglia (FIMP) -. La corretta “educazione” può incoraggiare più persone a verificare se loro o il figlio siano protetti e parlare con un professionista sanitario se non sono sicuri. Occorre, tuttavia, come prima azione inserire questa vaccinazione per gli adolescenti nel calendario vaccinale, per garantire un’offerta omogenea su tutto il territorio, sia per chi non è mai stato vaccinato, sia per chi ha ricevuto il vaccino in età prescolare, allineando tutte le regioni. Il nostro impegno deve andare oltre il semplice consiglio: il sondaggio attesta che molti ragazzi stanno entrando nella vita adulta senza avere piena consapevolezza del proprio stato vaccinale, né di quanto le vaccinazioni siano raccomandate. Non solo: emerge anche che gli adolescenti guardano alla scuola con lo stesso livello di importanza che attribuiscono ai social media come canale informativo. Questo rende ancora più cruciale un’alleanza tra mondo sanitario, scuola e canali digitali per veicolare contenuti chiari, basati su evidenze e facilmente comprensibili, destinati ai più giovani e alle famiglie».
Francesca Morelli