Shopping compulsivo: ecco cosa accade

Compratori e accumulatori seriali. Le vetrine virtuali dell’on line rappresentano un’attrattiva irresistibile, e quell’abitudine che accomuna tutti al piacere dell’acquisto, diventa un disturbo fino a trasformarsi in shopping compulsivo. Questa problematica, senza ancora una diagnosi ufficialmente riconosciuta, rientra fra le dipendenze comportamentali, da gioco o da esercizio fisico, ad esempio, differendo dalle dipendenze da sostanze.
«Nello shopping “compulsivo” – spiega Antonella Somma, Professoressa Associata di Psicologia Clinica presso la Facoltà di Psicologia, Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, in occasione della Settimana della Psicologia (5-10 Ottobre) – si osserva un’alterazione del comportamento di acquisto, mentre il comportamento problematico riguarda altre aree. Lo shopping compulsivo, che interessa prevalentemente, ma non esclusivamente, la popolazione femminile, ha una duplice ricaduta: relazionale ed economica con il serio pericolo di intaccare anche le finanze, mettendo potenzialmente a rischio il benessere della persona e della famiglia. Accade che la persona, con questa problematica, viene trascinata in un vortice che la attira verso l’acquisto, con importanti implicazioni, tra cui il tempo eccessivo dedicato, anche sulle piattaforme di vendita online, che porta a trascurare attività importanti e la quotidianità. L’acquisto diventa il polo attorno a cui ruotano la giornata, gli interessi, i pensieri e le azioni».
L’acquisto “patologico” non si limita all’azione in quanto tale: la persona si dedica in maniera ossessiva anche alla programmazione, alla ricerca e alla selezione dell’oggetto da comperare. «Il problema – prosegue la professoressa – è aggravato dal fatto che i canali digitali, internet ed e-commerce, differentemente dai negozi, sono sempre aperti, accessibili in qualsiasi ora del giorno e della notte, ampliando enormemente la finestra temporale in cui poter fare acquisti».

Lo shopping compulsivo può riguardare tutti gli articoli, magari con alcune predilezioni funzionali all’età e al genere: le donne e le ragazze, ad esempio, possono avere maggiore interesse verso capi di abbigliamento, scarpe e make-up. La problematica resta trasversale: sebbene coinvolga, come detto, soprattutto il genere femminile (ma con dati discordanti in termine di prevalenza) non esclude neppure i ragazzi/giovani adulti, con una età media di insorgenza intorno ai 30 anni e primi segnali di disagio già manifesti in tarda adolescenza con alcune caratteristiche riferibili al disturbo, come il tempo trascorso sulle piattaforme online per l’acquisto o nei negozi e le fasi di preparazione che lo precedono. È inoltre possibile stabilire un legame fra shopping compulsivo e altre manifestazioni psicopatologiche, riguardanti lo spettro ossessivo e i disturbi da dipendenza da sostanze lecite e illecite.

«Un altro aspetto importante da evidenziare – aggiunge Antonella Somma – quando si parla di dipendenze comportamentali è comprendere il meccanismo che sta alla base dell’insorgenza e che trasforma un normale interesse verso un oggetto o un comportamento, in una vera e propria “fame da acquisti”. A riguardo abbiamo di recente condotto uno studio che ha coinvolto circa 700 partecipanti, 67% donne, indagando due aspetti principali: da un lato la ripetitività dell’azione e dall’altro la spinta appetitiva, quindi l’aspetto impulsivo, legato al desiderio di ripetere il comportamento poiché genera appagamento, più tipico delle dipendenze da sostanze. È emerso che lo shopping problematico si colloca in una “rete” di relazioni che condividono un nucleo comune legato allo spettro ossessivo-compulsivo. Questo supporta l’ipotesi che nel momento in cui si instaura questo tipo di comportamento si struttura anche uno schema di ripetitività».

Alcuni segnali di allarme possono aiutare a monitorare l’evoluzione dello shopping da normale a problematico: innanzitutto il tempo dedicato all’acquisto e a tutti i meccanismi che gli ruotano attorno, come pensare, pianificare, farne il focus dei pensieri, indipendentemente dal fatto che l’oggetto sia un singolo articolo o una più ampia categoria. L’allarme vero e proprio scatta quando l’acquisto diventa ripetuto, sempre più necessario e il desiderio di metterlo in atto inestinguibile.

«Aumenta il disagio per la persona – chiarisce la psicologa – che ha la consapevolezza di spendere troppo ma che tuttavia non riesce a smettere, cosa che comporta una compromissione del funzionamento, fino a non poter più svolgere le normali attività quotidiane in quanto si passa gran parte del tempo a comperare o a pianificare gli acquisti». In questi contesti può essere necessario chiedere un aiuto specialistico.

«Un segnale da non sottovalutare – conclude la Professoressa Somma – è la perdita di controllo da parte della persona, che non è più in grado di gestire l’acquisto, cadendo in un circolo vizioso di urgenza impellente di continuare a comperare, seguita da una sensazione di “benessere” e di solievo temporaneo, con successiva ripartenza di questo circolo. Infatti, l’intervallo tra l’acquisto e la necessità di una nuova spesa può diventare sempre più breve. Questi possono essere “campanelli d’allarme” per la persona, suggerendo la necessità di un confronto con uno specialista per valutare se il meccanismo è sfuggito di mano. Infine, occorre considerare che, allo shopping compulsivo, si possono associare altre problematiche meritevoli di un approfondimento. Una volta valutate le necessità e i bisogni della persona, si passa a definire la strategia di intervento più idonea». Sono possibili diversi approcci psicoterapeutici, tra cui, uno dei più utilizzati è la psicoterapia cognitivo-comportamentale. Si tratta di un approccio di buona efficacia, che punta anche all’estinzione dei meccanismi di rinforzo del comportamento. Nel caso in cui lo shopping problematico si manifesti in associazione ad altre problematiche psicopatologiche, possono essere necessari trattamenti multidisciplinari.

di Francesca Morelli

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