La Festa della Mamma è comunemente vissuta come una celebrazione affettuosa di un legame profondo e significativo, il primo che segna l’esperienza umana. Tuttavia, può rappresentare anche un’opportunità preziosa di riflettere, con sobrietà e senza retorica, sulla complessità dell’esperienza materna e sulle criticità che possono accompagnarla.
Ne abbiamo parlato con Irene Strazzeri, professore associato in Sociologia generale presso l’Università del Salento, dove insegna Sociologia e ricerca sociale, coautrice insieme a Davide De Sanctis e Sara Fariello del volume “Sociologia della maternità”, pubblicato da Mimesis.
Negli ultimi anni, la natalità in Italia ha raggiunto livelli sempre più bassi, confermando una tendenza ormai strutturale che preoccupa demografi ed economisti. Secondo i dati più recenti, diffusi dall’Istat relativi al 2025, le nascite sono scese a circa 355mila, registrando un calo del 3,9% rispetto all’anno precedente. ll calo demografico solleva una domanda cruciale: è davvero diminuito il desiderio di maternità?
«Nel dibattito pubblico, il calo delle nascite viene spesso ridotto a una spiegazione semplicistica che lo collega alla maggiore presenza delle donne nel mondo del lavoro e alla loro affermazione professionale. Tuttavia, i dati restituiscono un quadro più articolato di quanto si immagini. Negli ultimi anni, la decisione di avere figli non è più soltanto una scelta personale o familiare: è un percorso che si intreccia con dinamiche economiche, sociali e culturali spesso complesse. Parlo di precarietà lavorativa, bassi salari, difficoltà di conciliazione tra lavoro e famiglia, costo della vita e carenza di servizi per l’infanzia. A questo si aggiunge il timore, ancora diffuso, di penalizzazioni professionali dopo la nascita di un figlio: rallentamenti di carriera, perdita di opportunità o, nei casi peggiori, esclusione dal mercato del lavoro. Tuttavia, numerosi studi evidenziano come il desiderio rimanga vivo, continuando a rappresentare una dimensione affettiva profonda, legata alla cura, alla continuità e alla costruzione di una famiglia, ma che, al tempo stesso, si ridimensiona o si confronta con ostacoli concreti e fattori sociali profondamente mutati, che incidono in modo significativo sulle scelte procreative. L’idea di avere un figlio continua a occupare uno spazio significativo nell’immaginario futuro: non sempre come scelta immediata, ma come possibilità, come prospettiva che accompagna il percorso individuale di vita. Anche quando viene rimandata, questa aspirazione non equivale necessariamente a una rinuncia. In altri termini, non è tanto il desiderio di maternità ad essere scomparso, quanto la sua realizzabilità. In diversi Paesi europei, infatti, dove le donne lavorano stabilmente, la natalità resta più alta. Il punto non è quindi il lavoro femminile, ma la capacità del sistema di conciliare lavoro e famiglia. Serve quindi ripensare le condizioni per permettere la convivenza tra maternità e vita lavorativa e sociale, senza che queste si escludano o si contrappongano».
La maternità è spesso narrata come un’esperienza straordinaria e profondamente trasformativa: un percorso intessuto di amore, forza interiore e gioia autentica, capace di ridefinire lo sguardo sulla vita. Ma quali sono, invece, le prime criticità che emergono lungo questo cammino?
«La gestazione è un processo affascinante, al tempo stesso biologico e fisiologico che, se adeguatamente accompagnato, può e dovrebbe essere vissuto dalle donne con serenità e sicurezza. Già in questa fase, tuttavia, iniziano a delinearsi le prime criticità, legate soprattutto alla crescente medicalizzazione della gravidanza e del parto. Questa osservazione clinica, nata con l’obiettivo di garantire maggiore sicurezza alla madre e al nascituro, ha progressivamente trasformato un evento naturale in una condizione da controllare e gestire sotto costante supervisione, dando vita a un percorso in cui la dimensione emotiva e soggettiva della donna tende a passare in secondo piano rispetto a protocolli e procedure standardizzate. Ne possono derivare, non di rado, ansia, un senso di inadeguatezza rispetto al proprio corpo e disorientamento. Anche l’ecografia viene spesso eseguita con una frequenza mensile, nonostante le evidenze scientifiche ne raccomandino circa tre durante l’intera gravidanza. Questa tendenza si intensifica ulteriormente al momento del parto, dove la medicalizzazione raggiunge il suo apice: in Italia circa il 99% delle donne partorisce in ospedale e il tasso di tagli cesarei supera il 40%. Un confronto significativo è offerto dai Paesi Bassi, dove i cesarei si attestano intorno al 15% e circa una donna su tre sceglie il parto domiciliare, assistita prevalentemente da ostetriche. Anche nei parti fisiologici, inoltre, si ricorre spesso a interventi non sempre necessari, come la rottura artificiale delle membrane, il monitoraggio elettronico fetale e l’episiotomia, cioè l’incisione chirurgica della zona perineale per facilitare il passaggio del bambino. Le linee guida ne raccomandano un impiego limitato a casi specifici, come la sofferenza fetale o il ricorso a manovre operative, per ridurre il rischio di lacerazioni gravi. Tuttavia, in Italia più della metà delle donne viene sottoposta a episiotomia, spesso senza un’adeguata informazione o un consenso esplicito. Anche nelle situazioni più urgenti, il personale sanitario ha comunque il dovere di informare la donna sui benefici e sui rischi dell’intervento».
Il corpo femminile viene spesso trattato come un oggetto da gestire tecnicamente, piuttosto che come protagonista attivo di un processo complesso e personale?
«È proprio così. Le conseguenze di questa impostazione non sono solo fisiche, ma anche psicologiche. Molte donne riportano vissuti di perdita di controllo, frustrazione o insoddisfazione rispetto alla propria esperienza di parto. In alcuni casi, ciò può incidere sul legame precoce con il neonato e sulla percezione di sé come madre. Riconoscere le criticità della medicalizzazione non significa negare l’importanza della medicina, ma piuttosto cercare un equilibrio tra sicurezza e rispetto della fisiologia e dell’autonomia femminile».
Cosa sarebbe auspicabile sul nuovo modo di vivere la gravidanza?
«Restituire centralità alla donna, valorizzarne l’ascolto, promuovere scelte realmente informate e sostenere percorsi di nascita che considerino non solo gli aspetti clinici, ma anche quelli emotivi e relazionali. In questa prospettiva, sarebbe importante per le gestanti riappropriarsi di un sapere consapevole che vada oltre il cosiddetto istinto materno, peraltro spesso messo in discussione. Si tratta, piuttosto, di una competenza che si costruisce nel tempo e che implica il recupero della fiducia nella propria capacità di comprendere il corpo, inteso come “corpo pensante”, di ascoltarne segnali, bisogni e limiti. Diventare soggetti attivi nelle scelte significa fare domande, chiedere spiegazioni, valutare le alternative ed esprimere dubbi, senza accettare automaticamente ogni indicazione, ma comprendendola e, se necessario, discutendola con i professionisti. Non un’alternativa alla medicina, dunque, ma una base su cui costruire un rapporto più equilibrato e consapevole».
Dall’adozione degli embrioni sovrannumerari alla fecondazione in vitro, fino alla maternità surrogata. Grazie alla scienza e alla tecnica, il desiderio di trasmettere la vita trova oggi nuove vie per realizzarsi anche là dove in passato si arrestava, superando il paradigma genitoriale tradizionale e, in parte, la stessa differenza sessuale. Qual è la sua posizione a riguardo?
«È un tema estremamente complesso. A seconda dei modelli di bioetica, si possono trovare risposte diverse. Personalmente ritengo che le tecniche della riproduzione diventino un elemento critico quando comportano una maggiore oggettivazione e un’alienazione del corpo femminile, fino alla sua riduzione a “macchina di riproduzione” e alla trasformazione del figlio in un mero oggetto. L’idea di rendere tutti i corpi potenzialmente generativi, superando grazie alla tecnologia i limiti imposti dalla natura, suscita a mio giudizio interrogativi e preoccupazioni. Grazie ai progressi della scienza, oggi molte donne possono diventare madri, una possibilità che in passato sarebbe stata impensabile. Più intenso è il desiderio, più l’ampliarsi delle opportunità per realizzarlo si rivela come una straordinaria occasione. Il rischio è che si perda il senso del limite, ma anche il senso stesso del proprio desiderare. Si desidera un figlio, non una cosa. Ed è lui o lei il fine di tutto. Il desiderio di essere madre/padre deve fare i conti con la responsabilità verso chi si mette al mondo».
La scienza e la ricerca devono porsi dei limiti?
«A mio avviso, sì. La riflessione etica sulla maternità surrogata e sulle diverse forme di procreazione medicalmente assistita per coppie infertili, single o coppie omosessuali, è uno dei nodi bioetici più complessi ed urgenti del nostro tempo. La scienza sta avanzando verso tecnologie che potrebbero rendere la gravidanza parzialmente o totalmente esternalizzabile dal corpo femminile. Ed è davvero questo il futuro che vogliamo per l’umanità? Un mondo in cui la gestazione, da esperienza profondamente umana e relazionale, rischia di trasformarsi in un processo tecnico, regolato dalle logiche del mercato? È una prospettiva che solleva interrogativi profondi non solo sul progresso scientifico, ma anche sui valori che scegliamo di preservare: quale significato attribuiamo alla nascita, al corpo, alla relazione tra genitori e figli? E fino a che punto siamo disposti a delegare alla tecnologia aspetti così essenziali dell’esperienza umana? Scienza e tecnica sono sempre stati visti come appannaggio dei maschi. Ma oggi molte donne, forse ancora non abbastanza, sono entrate nel mondo della scienza e della tecnica. La mia speranza è che vi entrino portandovi la particolare sensibilità femminile per i temi della cura, della relazione, della tutela della vita e della dignità umana. Solo in questo modo la tecnica potrà restare al servizio dell’uomo, senza trasformarsi in una forza incontrollabile».
di Cristina Tirinzoni