Le donne che hanno fatto la storia della medicina

In Italia e in Europa le donne sono ben oltre la metà dei medici e circa il 46% nei Paesi OCSE. Sempre in ambito OCSE la percentuale di ricercatrici biomediche è del 40%. Nell’oncologia italiana la componente femminile è arrivata addirittura al 62,8%. Stiamo dunque assistendo a un vero e proprio tsunami nella professione medica, rispetto ai decenni precedenti, trasformando gli ospedali, la ricerca, la clinica e l’assistenza. Nei secoli precedenti il contributo delle donne alla medicina non è stato assente, ma si è svolto al di fuori del teatro della medicina ufficiale, attraverso un lavoro corale, nel silenzio delle case, dei conventi, nelle spezierie. Ginecologhe e levatrici, erboriste, alchimiste e farmacologhe hanno scoperto terapie, organizzato la cura dentro e fuori le case, assistito la famiglia e il vicinato.
A portare alla luce il contributo sommerso, ma fondamentale, delle donne alla storia della medicina è il libro di Daniela Minerva “Medicina femminile plurale” (Bollati-Boringhieri) che, collegando passato e presente, affronta la “questione femminista” in medicina, tutt’altro che superata ai nostri giorni, quando le donne, protagoniste riconosciute della cura nelle corsie e negli studi, devono confrontarsi con una prassi medica di matrice ancora patriarcale.

La presentazione del volume, organizzata a Roma in occasione della Giornata Nazionale della Salute della Donna (22 aprile), è stata l’occasione per una riflessione politica sulle prospettive della medicina al femminile: l’incontro, realizzato con il contributo non condizionante di Lilly e moderato da Francesca Schianchi, giornalista parlamentare de La Stampa, ha visto la partecipazione di una folta platea di donne parlamentari di tutti gli schieramenti.  «Il contributo delle donne alla storia della medicina non è stato il risultato di singole figure eccezionali, ma un’impresa collettiva: le donne hanno sempre curato la famiglia e chi stava loro intorno, sviluppando conoscenze legate alla riproduzione, ai farmaci e alla cura dei bambini, dall’uso delle erbe fino ai farmaci moderni», afferma Daniela Minerva. «Tutto questo però è rimasto sommerso nei secoli, perché quella della medicina è una storia scritta dagli uomini, che riflette solo lo sguardo maschile. E ancora oggi persistono idee e terapie pensate e costruite per corpi maschili».

Se la prospettiva scelta da Minerva è quella della storia corale, dal suo racconto emergono comunque figure femminili, a volte circondate dalla leggenda, straordinariamente anticipatrici: come Trota, vissuta a Salerno nella seconda metà del Mille, considerata la prima ginecologa; o Hildegard von Bingen, monaca benedettina e scienziata del Medioevo le cui opere rivelano una straordinaria capacità di osservazione clinica, «ultima scienziata prima della nascita delle università, istituzioni che hanno escluso le donne dalla costruzione del sapere». O la farmacologa Joanna Stephens che nella Londra del 1700 mise a punto la prima terapia efficace contro i calcoli renali, scoperta da cui fu espropriata da medici e scienziati. Fino a figure a noi più vicine, come Rosalind Franklin, biochimica britannica il cui lavoro portò alla scoperta delle strutture molecolari del DNA e dell’RNA, e Katalin Karikó, che ha messo a punto il vaccino a mRna contro il Covid. Ma al di là di queste figure eminenti, le donne sono sempre state scienziate naturali, biologhe, chimiche, farmacologhe, ginecologhe; hanno fatto scoperte e costruito conoscenze fondamentali che per lungo tempo però non sono state riconosciute come “sapere medico legittimo”: solo ciò che veniva scritto o istituzionalizzato diventava scienza, mentre la cura quotidiana esercitata nelle case veniva retrocessa a empiria o folklore.

Solo nel ‘900 le donne entrano ufficialmente nella professione medica, nella ricerca scientifica, nei luoghi in cui si produce sapere. Ma secoli di esclusione non si cancellano in pochi anni: l’ingresso delle donne fa emergere la consapevolezza che la medicina, che si era sempre pensata neutra, aveva in realtà assunto come unità di misura il corpo maschile ed era dominata da logiche patriarcali. Ed è in questo passaggio del libro di Daniela Minerva che la storia si collega all’attualità, anche politica: oggi le donne sono numericamente dominanti nella professione, si sono riappropriate della loro salute, hanno preso il controllo di sessualità e riproduzione. In che termini, allora, si può parlare di una questione femminista in medicina?

«La presenza, che si porta dietro la tradizione medica femminile, è l’elemento di rottura: serve una medicina che metta al centro la donna e il suo corpo così come le sue nuove aspirazioni sociali», osserva Daniela Minerva. I fronti aperti oggi sono diversi: la valorizzazione del merito, ovvero il riconoscimento del ruolo delle donne nelle corsie e nei laboratori, traducendo il merito in ruoli apicali nelle direzioni sanitarie e nei centri di ricerca; il supporto alla carriera e abbattimento dei soffitti di cristallo in ambito sanitario, conciliando carriera e vita personale; la Medicina di Genere, ovvero ricerca scientifica che tenga conto delle specificità femminili; la prevalenza femminile nel ruolo di caregiver, che riporta sulle spalle delle donne il peso dell’assistenza; e la prevenzione, spesso trascurata dalle donne proprio in conseguenza dell’attività di cura svolta in ambito familiare.

di Paola Trombetta

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