DA CARLA FRACCI, A SCUOLA DI TALENTO

Carla Fracci, 80 anni compiuti lo scorso 20 agosto, tanta grinta e nessuna intenzione di ritirarsi dalle scene. Qualche sera fa ha interpretato il ruolo della regina Thalassa in un balletto ispirato a Sheherazade con il Balletto del Sud. Il 26 e 27 ottobre sarà al teatro San Carlo di Napoli, dove si terranno due serate ufficiali dedicate a lei. L’artista sarà in scena per uno speciale cameo e il marito Beppe Menegatti in cabina di regia.  Erano in ballottaggio la Scala di Milano e il San Carlo di Napoli, ma lei ha scelto Napoli. «Senza polemica – specifica il marito – ma il San Carlo ha organizzato tutto alla perfezione e per tempo, mentre la Scala ha fatto tutto molto in fretta».

Non disdegna la provincia la signora Fracci. Con il Balletto del Sud è stata, tra le varie tappe, anche a Forlì. La incontriamo a Gallarate, dove ha tenuto una lezione aperta per Claudio Coviello e Vittoria Valerio (primi ballerini della Scala) su “Giselle”. Il Balletto romantico per eccellenza è ripercorso con i due professionisti da Pompea Santoro nella versione contemporanea di Mats Ek e in quella classica dalla signora Fracci.

È esigentissima: pur avendo di fronte due professionisti diplomati all’Accademia Della Scala, corregge ogni battito di ciglio, ogni braccio che si alza… Le chiedo: “non è un po’ troppo?”.
«La danza funziona così. I balletti storici vengono tramandati attraverso l’esperienza. E non c’entrano solo piedi e gambe, no. C’entrano anche la testa, il cuore, la generosità. Senza pensiero non c’è nulla».
Adesso lavora sul secondo atto e spiega l’essenza dei personaggi: «Albrecht pentito che va a trovare Giselle al cimitero e lei, irraggiungibile che danza fino all’alba per salvarlo». Carla Fracci non è soddisfatta, fa rifare più volte una presa, un gesto, uno sguardo: «altrimenti è partneraggio, cioè solo tecnica senza poesia… Ma è bello lavorare con dei giovani pieni di talento».

Cosa raccomanda a questa platea di giovani danzatori?
«Ogni sera bisogna far rivivere il personaggio, come se si ricominciasse ogni volta. Bisogna renderlo vero e il pubblico va reso partecipe della gioia del primo atto e dello struggente addio del secondo. Non è un semplice passo a due».
Ama ricordare l’incontro con Dolin: «Avevo 19 anni, Anton Dolin all’audizione mi chiese una certa posizione e poi disse che gli ricordavo Olga Tsessisova: “Sarai una grande Giselle” mi disse. Mi ritrovai a Londra, io che ero una ragazzina, proprio per tre serate di quel balletto. Arrivavo dopo Alicia Markova e Yvette Chauviré. La Chauviré aveva 47 anni e mi sembrava matura. Anni dopo incontrai Rita Levi Montalcini che mi disse: “Mai andare in pensione” ».

Qual è il suo segreto?
«Ho coltivato il mio corpo alla sbarra, mi sono sempre tenuta allenata. È l’unico elisir di giovinezza che conosco: “Non farti mai ritoccare da un chirurgo estetico, rovinerebbe il tuo profilo neoclassico”, si raccomandò Wanda Osiris. Le ho dato retta. E inoltre oggi continuo a non risparmiarmi».

Ha annullato l’idea del ritiro, proponendo un approccio innovativo  alla carriera di étoile. E’ stata pioniera in tutto, la carriera americana, la gravidanza in scena fino al quinto mese, persino in Tv con le gemelle Kessler, nate anche loro il 20 agosto 1936… 
«Ho vissuto il teatro da donna completa, l’American Ballet Theatre è stata a lungo la mia seconda casa, mi sono divertita nella Tv da milioni di spettatori. Ricordo il tip tap in frac e cilindro con le Kessler, il Can Can con Heather Parisi. Di recente un cameo con Virginia Raffaele che mi imita. L’affetto della gente continua a travolgermi. Oggi mi fermano e mi chiedono i “selfie”».

Come ha fatto a conciliare famiglia e carriera artistica?
«Mio marito mi ha aiutato molto. Per equilibrare la mia vita ho avuto il desiderio di avere una famiglia. Grazie all’aiuto di Luisa Graziadei, la tata di mio figlio e dei miei nipoti ho potuto portare la mia famiglia in giro per il mondo».

Dietro la silfide biancovestita, c’è una stakanovista. Cosa consiglia ai giovani?
«Di lavorare sodo  e di ricordare che il talento è fatto di musicalità, sentimenti, ispirazione e versatilità».

Carla Fracci ha un sogno irrealizzato: la fondazione di una compagnia nazionale. E’ così?
«Certo che mi piacerebbe avere una mia compagnia. Ho lottato tutta la vita per crearla, mi sarebbe bastato anche un gruppo sostenuto dal Ministero. Arriva un momento della vita in cui i ruoli cambiano. Mi piace aiutare i giovani, per tenere vivo quello che è stato tramandato. E’ un fatto tecnico e stilistico. Mi sento Maestra, mi piacerebbe trasmettere quello che so ai ragazzi».

E una scuola da dirigere?
«Non è facile. In Italia si continuano a tagliare i fondi e la prima a pagare è sempre la danza…».

di Cristina Bertolini

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