“FRIDA LA PASIONARIA” IN UNA GRANDE MOSTRA A GENOVA

Il volto forte con le inconfondibili sopracciglia unite e quello sguardo come una spada. Il corpo ferito, i busti ma anche gli abiti sgargianti, i colori, i nastri, i gioielli, i fiori, La sofferenza fatta arte, originalissima, inquietante. Selvaggia e passionale come il suo paese d’origine, il Messico, violenta e dolcissima come l’attaccamento alla vita che la caratterizzò, visionaria e realistica come i suoi quadri. Scopriamo Frida Kahlo (1907 -1954), sicuramente una delle più grandi artiste contemporanee, nella mostra a lei dedicata, dal 20 settembre all’8 febbraio 2015, a Palazzo Ducale di Genova, curata da Helga Prignitz-Poda, con la collaborazione di Christina Kahlo (nipote di Frida) e Juan Coronel Rivera (nipote di Diego), in occasione dei 60 anni dalla scomparsa della pittrice messicana morta il 13 luglio 1954. Una mostra che ha già riscosso grande successo di pubblico e di critica presso le Scuderie del Quirinale a Roma. Sono esposti 76 dipinti (su olio, su masonite e su alluminio) di Frida, 60 opere di Diego Rivera, oltre a circa 80 fotografie di celebri fotografi come Nickolas Muray, Manuel e Lola Alvarez Leo Matiz che illustrano la storia della relazione tra Frida e Diego, tanto difficile quanto intensa e duratura (si sposarono due volte nel corso degli anni, tra tradimenti e ritorni).
A distanza di anni, il fascino di questa artista continua a conservare un versante inspiegabile. Ne abbiamo parlato con Araceli Rico, messicana, storica dell’arte, ballerina e coreografa, laureata presso la Universidad Nacional de Mexico e dottore in Storia dell’arte presso la Sorbona di Parigi, che all’artista messicana ha dedicato due saggi “Frida Kahlo fantasia de un cuerpo herido” (Ed. Plaza y Valdés, México) e “Frida Kahlo la agonía en la pintura” (Instituto Mexiquense de Cultura, México) non ancora tradotti in italiano.

Frida Kahlo è diventata un’icona, una leggenda, un mito, soprattutto per le donne. Cosa colpisce maggiormente della vita di questa grande artista?
«E’ una donna complessa. Frida bambina, Frida moglie, figlia sposa amante. Frida uomo. Affascinante, intelligente, volitiva, battagliera, ironica, eccentrica, impulsiva. Studiandone l’opera e la vita, quello che mi è rimasto nel cuore, e credo non mi abbandonerà, è la forza con cui ha vissuto l’esistenza, senza permettere a circostanze fin troppo avverse di negarle l’amore, la realizzazione professionale e la possibilità di attraversare appieno la propria epoca, partecipando ai fermenti socio-politici in atto. Una forza che deriva dalla sua passione per la vita. Dall’amore per il proprio paese, che ricorre nelle opere attraverso continui rimandi storici, mitici o simbolici, e naturalmente la passione che Frida e Diego hanno vissuto l’uno per l’altra. Il dolore è una presenza costante nella vita dell’artista, ma proprio con le sue opere inneggerà alla vita, anche nell’ultimo dipinto, una natura morta raffigurante dei cocomeri, otto giorni prima di morire, scriverà in rosso sulla fetta centrale:“VIVA LA VIDA”».

La sua biografia drammatica (la polio a sette anni e poi il terribile incidente a 18 sull’autobus nel 1925 che le aveva squarciato il corpo in due), ha in parte oscurato la sua arte. Oggi pero è la più celebre degli artisti messicani, mentre in vita era soprattutto la moglie di Diego Rivera il grande muralista. Cos’è stata la pittura per Frida Kahlo?
«Sognava di studiare medicina e paradossalmente fu il terribile incidente che la costrinse immobile, in un letto, per mesi, procurandole danni enormi permanenti, spezzando in due la sua colonna e la sua vita, a spingerla verso la pittura. “Io non sono malata, ma sono rotta, distrutta. Sono felice solo quando dipingo. Dipingere ha arricchito la mia vita”, scriveva nel suo diario. Frida non solo dipingeva, ma faceva sì che la pittura la salvasse dal suo dolore, traendone forza; ha trovato nella pittura la forza di combattere. Ha combattuto contro la disintegrazione costante e continua del proprio corpo, ha combattuto per riuscire a esprimere se stessa, il suo modo di essere anticonvenzionale, la sua diversità in un mondo eminentemente maschile. In lei c’era un irresistibile desiderio di sfidare, regole e abitudini sociali».

Cosa rende la sua opera unica, e al tempo stesso attuale e vibrante di coinvolgimento?
«Nessun critico d’arte è riuscito a collocarla in alcuna corrente artistica predeterminata. Allieva, moglie e musa di Diego Rivera, Frida Kahlo ha sviluppato uno stile soggettivo, anche se profondamente legato alla tradizione del suo paese, alla mitologia e al simbolismo azteco. Era una pittrice, all’epoca, in controtendenza per la sua costante ricerca introspettiva, che contrastava con l’arte “pubblica” dei murales, predominante nel periodo in cui visse. Il marito, il celebre muralista Diego Rivera, ebbe a dire: “È la prima volta nella storia dell’arte che una donna esprime con totale sincerità […] i fatti e i particolari che riguardano esclusivamente la donna”. Forse è questa la grandezza della sua arte, che la rende universale, eterna. La sua pittura parla di se stessa e nello stesso tempo parla a tutti, perché parla di temi universali, del dolore, della paura della morte, dell’eterno conflitto tra eros e thanatos. Riesce a dire cose che non erano state dette prima, a togliere dall’inespresso il rapporto con il proprio corpo, con la sessualità, l’erotismo visto dal punto di vista di una donna, la nascita, il parto. “Non ho mai dipinto sogni. Ho dipinto la mia realtà”, diceva in proposito. La sua opera non può definirsi surrealista, si potrebbe dire che semmai la Kahlo incarna quel certo realismo magico sudamericano che fonde realtà e immaginazione in un’unione perfetta. Reale e immaginifico, pubblico e privato, orrendo e sublime, onirico e scientifico».

Questo corpo di donna ferita è stato centrale nella sua arte e nella sua esistenza, nelle continue rivisitazioni della propria immagine. Cosa può dieci in merito?
«L’essersi sottoposta a 32 operazioni chirurgiche o l’accanimento con cui cercò di portare a termine ben tre gravidanze senza riuscirvi, mostra la determinazione nel voler superare la barriera del proprio corpo herido. Frida Kahlo dimostrava che la sofferenza non riusciva a fiaccare, né la malattia a eclissare la sua infinita passione per la vita. Nascondeva il corpo tormentato, la gamba inerte, il piede offeso, la pata de legno, i busti ortopedici sotto gli spettacolari ornamenti delle contadine messicane».

Gran parte della sua opera è costituita da autoritratti…
«“Dipingo me stessa perché sono il soggetto che conosco meglio”, diceva. Una cosa che terrei a ricordare: i suoi autoritratti sono stati realizzati grazie a uno specchio appeso nella sua camera che sua madre le aveva fatto incastonare nel baldacchino del letto, in modo che lei si potesse guardare dopo il gravissimo incidente. E’ un po’ misterioso questo gesto della madre, che comunque diventa un grande stimolo per la creatività della figlia: quando la madre le mette lo specchio sul letto, suo padre che era fotografo specializzato in ritratti fotografici le mette in mano una tavolozza. Durante le lunghe ore di silenzio e di solitudine, immobilizzata nel letto, il suo viso diventa sotto l’implacabile occhio dello specchio un obiettivo di meditazione e di studio. Frida guardandosi riflessa, in un corpo a corpo con la propria immagine, con le sue tante immagini, inizia un’autoanalisi che parte dal proprio corpo. E’ lei che decide come si racconta il suo corpo. E chiede a tutti noi di guardare quello che lei ha deciso di far vedere di sè. Anche con gli autoritratti sovverte le categorie e sfida la convenzionalità della visione. Si ritraeva meno bella di quanto fosse in realtà, persino con una sottile ombra di peluria sulle labbra. Eppure con il suo abito tehuana, i bracciali, le collane, i pizzi diventava una dea azteca. Organizza un paradigma desueto di “bellezza”, attraversata dal perturbante e dall’inquietante, sottolineata da una autoironia nera e fomentata dall’interesse per l’inconscio. L’umorismo nero e burlone è una caratteristica del sentire messicano. Venerare la morte con un fasto grandioso viene direttamente dai riti antichi del Messico preispanico».

Cosa emerge dalla lettura del travagliato rapporto di Frida con il marito Diego Rivera? Come definirebbe questa relazione?
«Emerge la storia di un amore assoluto, appassionato e tormentato, ma anche di una profonda condivisione di ideali artistici e politici. Il loro fu un amore travolgente, anche se segnato da numerose infedeltà, tradimenti, da parte di entrambi. Diego era un uomo ricco di fascino, ma dall’aspetto non gradevole, eppure al suo adorabile signor “rospo rana”, come lei lo chiamava, non smise mai di volere bene. Si videro per la prima volta nel 1922 sotto i ponteggi della Scuola nazionale preparatoria. Lui era il pittore più famoso del Messico rivoluzionario, chiamato a dipingere un murale nell’anfiteatro dell’istituto, lei una ragazzina irriverente. Quando si sposarono lei aveva 22 anni, lui 42 e già al terzo matrimonio. Divorziarono e si risposarono. Diego la tradiva con quasi tutte, anche con la sorella Cristina. Frida diceva: “Ho avuto due gravi incidenti nella mia vita: il primo quando un tram mi mise al tappeto, l’altro è Diego”. Rivera era tutto per lei: il suo amore il suo uomo, il figlio, l’amante, il padre, la madre. Diego era il suo piacere e la sua tortura… L’artista era consapevole della forza e del talento tremendo della sua compagna, quando si rivolgeva a lei: Frida,“sei acida e tenera, dura come l’acciaio, delicata e fine come l’ala di una farfalla, adorabile come un bel sorriso, profonda e crudele come l’amaro della vita”».

Frida Kahlo resta un personaggio che attrae e insieme respinge. Spesso a guardare i suoi dipinti deriva un senso di angoscia. Non è facile guardarli e non restarne turbati…
«Sì, l’opera dell’artista messicana è molto provocatoria: Frida sa essere terribile e sarcastica, dolce e ironica. Dobbiamo quindi vedere la sua opera come possiamo vedere noi stessi, esseri incompleti contradditori, però ricchi di speranza e passione. Poi tutto quello che c’è dietro va bene: il simbolismo, l’origine…».

A Zurigo, dove attualmente vive , lei dirige il Centro culturale “Juana Ines de la Cruz” . Un’altra straordinaria figura femminile: grandissima scrittrice e poetessa messicana vissuta nel 600, giovanissima decise di entrare in convento. Cosa accomuna Frida e Juana?
«Juana Inés de la Cruz, la grande scrittrice barroca, orgoglio delle lettere neoispaniche, chiamata La Décima Musa o El Ave Fénix de México, così come Frida Kahlo, la terribile ragazza “pata de palo”, convertita nella personalità indiscutibile della pittura moderna messicana, furono in un certo modo figure tragiche. Entrambe subirono la solitudine e l’isolamento. Una, Juana Inés, nel convento de San Jerónimo, circondata da libri strani, un astrolabio, scritti proibiti dalla Chiesa, innalzando canti di lode a Dio; l’altra, Frida, nella sua eccentrica Casa Azul de Coyoacán, prigioniera di un corpo ferito. Entrambe considerate sospette, sovversive per avere osato toccare il terreno della creazione artistica riservata a pochi. Spiriti liberi, Frida femminista ante litteram, Juana uno spirito libero che turbò il Messico spagnolo della Controriforma e dell’Inquisizione; con la scelta estrema del convento rivendicò il diritto delle donne allo studio, alla conoscenza, alla libertà intellettuale e alla poesia».

di Cristina Tirinzoni

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