ANSIA, DEPRESSIONE… IN AUMENTO TRA LE DONNE

Crescono fra le donne i disturbi come ansia, depressione, insonnia, decadimento cognitivo. Si stima che, nell’arco della vita, il 60% andrà incontro a un disagio psichico di qualsiasi natura, con picchi del 40% nelle fasce più svantaggiate della popolazione contro il 27% nelle classi più abbienti, e in un caso su tre anche in forma persistente e grave. Un rischio che può essere aggravato per la donna da una pesante cornice: violenze domestiche, abusi, stalking, discriminazione e mobbing sul luogo di lavoro, difficoltà condizionate dalla crisi economica. La malattia, poi, è spesso accompagnata da parte di chi la vive, da non accettazione o da scarso riconoscimento di un problema che di contro c’è e che potrebbe essere prevenuto e curato: ma poche fra coloro che convivono con disturbi psichici decidono di rivolgersi a un professionista e solo una ridotta percentuale riceve le cure adeguate. E la conseguenza è una sola: un muro di silenzio e timore, di indifferenza e disinformazione, di vergogna e pregiudizio o di paura del giudizio. Comunque lo si voglia chiamare, quel muro va abbattuto.

Con questo obiettivo, in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, celebrata il 10 ottobre, sono state attivate sul territorio varie iniziative: un Open Day, promosso da O.N.Da. (Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna), in collaborazione con la Società Italiana di Psichiatria (SIP), che nella giornata dedicata alla sensibilizzazione di questo “problema”, ha aperto le porte di 70 ospedali italiani fra quelli provvisti di un dipartimento di salute mentale e premiati nell’ambito dei ‘Bollini Rosa’ (www.bollinirosa.it), per offrire a pazienti e familiari servizi gratuiti quali visite, consulti, eventi, info point e materiale illustrativo. «Un’iniziativa – dichiara Francesca Merzagora, Presidente dell’Osservatorio – che aveva l’intento di aumentare la prevenzione durante i cicli vitali della donna (come nel perinatale), in cui il disagio psichico è più forte e consentire loro di poter esprimere una sofferenza in condizioni più favorevoli».

Lottano, le donne, soprattutto con stati d’ansia e poi depressione unipolare, decadimento cognitivo, abusi e violenze: condizioni che, tutte, costituiscono una vera e propria emergenza sociale. «Drammatica anche la carenza di cure – commenta Claudio Mencacci, Presidente della SIP – ma nonostante le malattie mentali siano fra le maggiori cause di disabilità, e quindi di costi sociali, i trattamenti sono spesso scarsi e poco tempestivi». O addirittura assenti o inadeguati, anche in caso di patologie meno complesse come l’ansia. «Le cure – aggiunge il Professor Emilio Sacchetti, Presidente Eletto SIP e Direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’Azienda Spedali Civili di Brescia – possono essere sia di tipo farmacologico e non farmacologico con psicoterapie a indirizzo cognitivo e cognitivo comportamentale, mentre tra i farmaci i più in uso sono gli ansiolitici (benzodiazepine), indicati nella fase acuta e/o per l’ansia cronica, ma al cui uso e abuso sono correlati problemi di dipendenza, di tipo cognitivo e di attenzione. Da qui l’indicazione a orientarsi piuttosto verso terapie a base di antidepressivi cha hanno una reale azione terapeutica».

Spesso, però, l’errore sta anche nell’approccio iniziale alla malattia. «Il primo passo da compiere – dichiara l’Onorevole Vanna Iori, membro della 12a Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati – è correggere la concezione che i disturbi psichici femminili, dalla depressione all’ansia e all’isteria, siano correlati a cicli biologici femminili (gravidanza, parto, menopausa), secondo una visione della malattia che risale ancora all’800, mentre i principali responsabili vanno ricercati nelle condizioni di vita e nella pluralità di ruoli (madre, mogli lavoratrici) che la donna ricopre nella società, il sovraccarico di lavoro domestico ed extra domestico, gli scarsi riconoscimenti professionali, gli ostacoli alla carriera, la mancanza di politiche per la conciliazione dei tempi fino alle firme di licenziamenti in bianco o allo stalking. Per combattere queste forme di discriminazione, di dipendenza e di violenze reali occorre il forte l’impegno delle istituzioni: l’approvazione del decreto 93 sulle violenze domestiche, misure per rendere più salubre dal punto di vista mentale le professioni di cura a forte prevalenza femminile (infermiere, insegnati, assistenti sociali) dove è assai diffusa la condizione di “burn-out” e di stress cronico, l’aumento di quote rosa all’interno degli ambienti di lavoro, l’attuazione nelle Aziende di servizi di flessibilità oraria, asili nido, telelavoro che aiutino a conciliare la professione e la vita familiare, a vantaggio di una migliore salute fisica e mentale».

Ma non può mancare anche una maggiore diffusione dei servizi sul territorio. «L’approccio alla malattia conclude la Senatrice Emilia Grazia De Biasi, Presidente della 12a Commissione Igiene e Sanità – non deve limitarsi soltanto a una assistenza clinica, patologica e ospedaliera, ma deve arricchirsi di un supporto psicologico e di aiuto caratterizzato da più percorsi di sorveglianza secondo le problematiche che la donna può e/o deve affrontare nelle diverse fasce di età». Ben vengano, allora, iniziative come quelle dei Bollini Rosa o della SIP che aprono la via a un approccio moderno alla medicina, una “medicina di genere”.

di Francesca Morelli

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