Mieloma Multiplo: una nuova “tripletta” terapeutica

Da quattro anni il celebre pianista e compositore Giovanni Allevi sta combattendo con coraggio e determinazione contro il Mieloma multiplo, un tumore maligno che colpisce le plasmacellule, un tipo di globuli bianchi presenti nel midollo osseo, fondamentali per il nostro sistema immunitario. È la seconda tra le neoplasie ematologiche più frequenti, dopo il linfoma non-Hodgkin: è responsabile dell’1-2% di tutti i casi di cancro e del 10-15% dei tumori ematologici. In dieci anni l’aspettativa di vita di questi pazienti è quasi quadruplicata, passando da circa 2 anni e mezzo a oltre 10. E questo è stato possibile grazie ai progressi della medicina che hanno consentito ai pazienti di continuare a vivere, e di morire “col mieloma e non di mieloma”. Dai trapianti, ai farmaci immunomodulatori (talidomide, lenalidomide, pomalidomide), agli anticorpi monoclonali, fino agli anticorpi farmaco coniugati (ADC): una lunga serie di terapie che hanno permesso ai pazienti di continuare a vivere con una buona qualità di vita. Nelle scorse settimane, l’Aifa ha approvato e reso disponibile anche in Italia belantamab mafodotin come terapia d’elezione del mieloma multiplo alla prima recidiva. E questa è la notizia. Da meno di un anno, grazie a programmi d’accesso, circa 400 pazienti, in molti centri ematologici, stanno ricevendo il farmaco, cardine di due triplette terapeutiche: una che comprende l’associazione con bortezomib e desametasone, l’altra pomalidomide e desametasone. Le combinazioni sono state valutate in due studi clinici, rispettivamente il DREAMM 7 e il DREAMM 8, i cui risultati hanno portato prima al via libera europeo lo scorso anno e adesso quello italiano.
Per approfondire le conoscenze su questa nuova terapia, abbiamo intervistato Elena Zamagni, professoressa associata all’Università di Bologna, e dirigente medico presso l’ IRCCS ospedale S. Orsola-Malpighi e membro dell’International Myeloma Society e dell’ European Myeloma Network.

Innanzitutto che tipo di tumore è il mieloma multiplo e quale la sua incidenza nella popolazione?
«È un tumore maligno che colpisce le plasmacellule, un tipo di globuli bianchi presenti nel midollo osseo, che si riproducono in maniera incontrollata e causano danni proprio al midollo stesso, con ripercussioni sulla struttura e sulla salute delle ossa e sui reni. È la seconda tra le neoplasie ematologiche più frequenti, dopo il linfoma non-Hodgkin: è responsabile dell’1-2% di tutti i casi di cancro e del 10-15% dei tumori ematologici. Interessa prevalentemente le persone sopra i 60 anni, con una maggiore incidenza dopo i 70 anni, quando i soggetti sono talora fragili e con altre patologie, interessando più gli uomini rispetto alle donne. Sono circa 5/6000 nuovi casi l’anno ».

Esistono campanelli d’allarme e quali sono i principali sintomi?
«I più comuni campanelli d’allarme sono il dolore osseo, soprattutto a livello della colonna vertebrale e delle costole, dovuto alla progressiva fragilità ossea causata dalla proliferazione delle plasmacellule, il danno renale, un’evidente astenia, dovuta all’anemia e le ripetute infezioni. È importante evidenziare come oggi il Mieloma Multiplo possa essere considerato una patologia cronica, che si può trattare grazie alle nuove opzioni terapeutiche. Purtroppo capita spesso che all’interno del midollo rimanga qualche cellula neoplastica resistente che, col tempo, può causare una recidiva».

Proprio nei casi di una prima recidiva, l’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) ha da poco approvato una combinazione terapeutica, belantamab mafodotin, che sembra dare buoni risultati nel Mieloma recidivante. Ci può spiegare di cosa si tratta?
«Questa combinazione terapeutica è costituita dall’anticorpo monoclonale belantamab coniugato con mafodotin che inibisce una proteina di superficie della cellula tumorale, consentendo così all’anticorpo di penetrare più facilmente e distruggere le plasmacellule che proliferano nel mieloma. Il punto cardine di questa terapia è indubbiamente belantamab, che viene combinato con altri farmaci, personalizzando al meglio il trattamento. Si tratta di farmaci di facile gestione, somministrati in regime di Day-hospital, con un’infusione della durata di 30 minuti ogni 8/12 settimane, senza la necessità di pre-ricoveri, rendendo fruibile il trattamento anche nei reparti di ematologia meno strutturati».

Queste combinazioni o “triplette” terapeutiche sono state oggetto di due studi DREAMM-7 e DREAMM-8 per valutarne l’efficacia e la sicurezza. Ci potrebbe illustrare i risultati?
«Lo studio DREAMM-7 ha valutato la “tripletta” belantamab mafodotim in associazione a bortezomib e desametasone rispetto alla precedente combinazione di daratumumab, bortezomib e desametasone. La nuova combinazione farmacologica ha triplicato la media del periodo libero da malattia, da 13,4 a 36,6 mesi, riducendo il rischio di morte del 42%.
Lo studio DREAMM-8 aveva l’obiettivo di valutare l’efficacia e la sicurezza di belantamab mafodotin in combinazione con pomalidomide e desametasone rispetto alla combinazione di pomalidomide, bortezomib e desametasone, in pazienti che erano stati trattati precedentemente con lenalidomide. In questo studio la sopravvivenza libera da malattia è aumentata di circa 3 anni. Da notare che in entrambi gli studi il profilo di sicurezza è stato buono ed è migliorata la qualità di vita dei pazienti. 2/3 hanno ottenuto una risposta ottima e anche nell’altro 1/3 si è ottenuta l’eliminazione delle tracce residue di malattia a livello midollare, e questa risposta si è mantenuta per lungo tempo: il vantaggio di sopravvivenza globale si attesta intorno ai tre anni, con possibilità di fare terapie di mantenimento successive».

Quanto è importante, con queste combinazioni di farmaci, riuscire a personalizzare il trattamento, soprattutto alla prima recidiva?
«È fondamentale in quanto i pazienti hanno da un lato delle caratteristiche di aggressività di malattia più o meno elevate, già dall’inizio. Hanno una diversa reazione già alla prima linea di trattamento, che identifichiamo come ad alto rischio funzionale. Poi ci sono fattori legati all’età, alla fragilità, alle comorbidità e ad altri aspetti relazionali e sociali, come la presenza di un caregiver, la vicinanza a un centro specializzato. Poter avere diversi tipi di terapie è fondamentale perchè consente un approccio personalizzato a tutti i pazienti, non solo a quello più giovane, più curato, più aiutato, ma di fatto a un numero sempre più elevato di soggetti».

di Paola Trombetta

 

 

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