WeWorld, organizzazione italiana attiva da oltre 50 anni nella cooperazione internazionale e nell’aiuto umanitario, ha presentato Her Future at Risk. The Cost of Humanitarian Crises on Women and Girls, una ricerca dedicata all’impatto delle crisi umanitarie sulle donne, con un focus sulla Palestina. Basato su 57 interviste tra Gaza, Cisgiordania e diaspora palestinese, il lavoro restituisce un quadro che va oltre la rappresentazione delle donne come semplici vittime: donne che tengono insieme famiglie, comunità e sopravvivenza quotidiana, spesso pagando un costo altissimo.
Ne abbiamo parlato con Martina Albini, Coordinatrice del Centro Studi WeWorld (www.weworld.it) e curatrice del rapporto. Dal report emerge come le crisi umanitarie non siano mai neutrali rispetto al genere. In Palestina, alle conseguenze dell’occupazione militare, si intrecciano strutture patriarcali già esistenti, creando una forma di “doppia oppressione”. Dall’ottobre 2023, il conflitto ha aggravato vulnerabilità preesistenti e il collasso dei servizi essenziali ha posto le donne al centro della sopravvivenza quotidiana e della risposta umanitaria.
Le conclusioni del report sembrano parlare di dinamiche che vanno oltre la Palestina. Ciò che avete osservato si ritrova anche in altri contesti di guerra o emergenza?
«La Palestina rappresenta un caso unico per la durata dell’occupazione e la conseguente dinamica di doppia oppressione che le donne subiscono, ma le dinamiche osservate sono universali: le crisi non sono mai neutrali. In ogni conflitto il collasso delle infrastrutture trasforma i bisogni delle donne, dalla salute riproduttiva alla sicurezza domestica, in emergenze trascurate. Il costo della crisi ricade sproporzionatamente su di loro perché sono le donne a compensare l’assenza dello Stato con un lavoro di cura estremo, diventando l’ultimo ammortizzatore sociale prima del baratro».
Dal report emerge che le donne non sono soltanto vittime della crisi, ma spesso tengono insieme la quotidianità e la risposta umanitaria. Perché questo ruolo continua a essere così poco riconosciuto?
«Esiste un paradosso sistemico: le donne gestiscono la sopravvivenza sul campo, ma il sistema internazionale degli aiuti resta spesso gerarchico. Le decisioni sono ancora concentrate in strutture che vedono le organizzazioni femminili locali come esecutrici e non come partner. Riconoscere il loro ruolo significherebbe cedere potere e risorse, passando da una logica assistenziale a una di reale autodeterminazione politica e sociale».
Nel report emerge anche il ruolo delle operatrici umanitarie. In contesti così delicati, essere donna può fare la differenza?
«È un fattore determinante. In contesti dove il trauma colpisce l’intimità e il corpo, la fiducia si costruisce attraverso la prossimità. Le nostre operatrici spesso vivono la stessa precarietà di chi aiutano: questo permette di far emergere bisogni – come la gestione della salute mestruale o le violenze domestiche — che resterebbero sepolti per stigma o vergogna. Essere donna sul campo non è solo un dato biologico, ma uno strumento di accesso politico e umano».
WeWorld è presente in Palestina dal 1992, ma opera anche in molti altri contesti di crisi. Quali sono i progetti futuri dell’organizzazione?
«Il nostro impegno è continuare a garantire una presenza costante laddove il bisogno è più urgente, operando in teatri umanitari complessi come Libano, Siria, Afghanistan e Ucraina, oltre al Sahel. Il futuro di WeWorld è radicato in un approccio gender transformative: usiamo il genere come lente di lettura per ogni intervento. L’obiettivo è scardinare i rapporti di potere ineguali, mettendo l’autodeterminazione delle donne al centro della ricostruzione».
di Paola Blandi