Dermatite atopica: una giornata per far conoscere la malattia

«Abbiamo voluto promuovere la prima Giornata nazionale della Dermatite atopica (19 ottobre) per far conoscere questa malattia che interessa in Italia oltre 35mila persone, di cui 8.000 in forma grave. Si tratta di persone che vivono quotidianamente con segni e sintomi devastanti e persistenti, come prurito, escoriazioni, lesioni e infezioni che compromettono seriamente la qualità di vita e dai quali non trovano sollievo. Per questo abbiamo anche proposto la creazione di un Osservatorio, per raccogliere e monitorare i dati dei pazienti sul territorio nazionale». A presentare queste importanti iniziative è Alice Visentin, che convive con questa malattia dal 1978 e, come medico, comprende molto bene i disagi dei malati. Oggi è coordinatrice del Comitato scientifico dell’Associazione Nazionale Dermatite Atopica (ANDeA) che, con il supporto di Sanofi Genzyme, ha voluto portare all’attenzione di istituzioni e cittadini l’impatto della patologia sulla vita dei malati, con importanti ripercussioni anche sul lavoro e le relazioni sociali.

«Pochissime persone conoscono la dermatite atopica, soprattutto nella sua forma più grave, con i disagi e le limitazioni che impone nella vita di tutti i giorni, come il non poter dormire a causa del continuo e incessante prurito, le pesanti limitazioni nel lavoro, nello studio e nella vita privata per le dolorose lesioni visibili e non visibili che provoca», spiega Mario Picozza, Presidente dell’Associazione ANDeA. «Tutto questo ha un forte impatto a livello fisico, psicologico, sociale ed economico. Abbiamo promosso questa Giornata perché vi sia una presa di coscienza della dermatite atopica e delle sue implicazioni, fugando lo stigma che ancora la circonda, e si inizi a lavorare su forme di tutela che diano risposte ai tanti bisogni delle persone che vi convivono».

Negli adulti la dermatite atopica compare solitamente intorno ai 30 anni e si manifesta con una dermatite eczematosa sulle zone del collo, il décolleté, il retro delle ginocchia, i piedi, ma anche in zone molto visibili come il viso e il cuoio capelluto, le mani e gli avambracci. Il prurito, persistente, è il sintomo principale: è causa di grattamento continuo che peggiora le lesioni, compromette il riposo notturno (il 36% dei pazienti ha dichiarato di avere disturbi del sonno ogni notte). Tutti fattori che limitano la vita di chi ha questa malattia e compromettono anche i rapporti relazionali e sociali, generando un forte disagio nel contatto con gli altri, fino a giungere a un diffuso senso di frustrazione: più del 50% degli adulti con dermatite atopica grave ha riferito sintomi di depressione o ansia.
«Scienza e ricerca hanno fatto notevoli progressi negli ultimi dieci anni, andando a individuare l’origine patogenetica della dermatite atopica e consentendo di sviluppare soluzioni terapeutiche mirate, utilizzabili per lungo periodo», conferma Giampiero Girolomoni, Ordinario di Dermatologia e Venereologia all’Università di Verona. «Oggi molti pazienti di altri Paesi hanno già accesso a queste nuove terapie biologiche, risultate efficaci sia sulle manifestazioni cutanee della malattia sia sul prurito, con un significativo miglioramento della qualità di vita delle persone con dermatite atopica».

Alcuni studi recenti hanno evidenziato come la dermatite atopica non sia solo una malattia cutanea, ma una malattia a impatto sistemico, in grado di coinvolgere organi diversi e sia spesso correlata ad asma, rinite allergica o poliposi nasale. «Malattie apparentemente molto diverse tra loro sono oggi messe in stretta correlazione grazie alla scoperta di meccanismi biologici che le accomunano e che scatenano l’infiammazione, come le interleuchine 4 e 16, presenti in abbondanza nei soggetti con dermatite atopica», spiega Walter Canonica, direttore del Centro di Medicina Personalizzata: Asma e Allergologia, dell’Humanitas University & Research Hospital. «Questa scoperta ha aperto un interessante filone di ricerca che richiede maggior approfondimento. Strategie di intervento precoce e appropriato potrebbero fare la differenza non solo per la salute delle persone, ma anche per i costi associati».

di Paola Trombetta

 

 

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