Le più diffuse sono le bottiglie, ma anche le confezioni di alimenti, oggetti domestici e persino tessuti: tutti realizzate in plastica. Quando si degrada, può liberare microplastiche e nanoplastiche: alcuni materiali e prodotti possono anche contenere sostanze capaci di interferire con il sistema endocrino. Quali conseguenze può avere questa esposizione sulla salute riproduttiva, sulla gravidanza e sul bambino? È la domanda al centro della conferenza stampa promossa a Roma dalla Federazione SIGO (Società Italiana Ginecologia e Ostetricia), “La salute della donna in un ambiente che cambia. Fertilità, gravidanza e prevenzione: i rischi delle microplastiche”.
«La salute della donna e delle future generazioni è strettamente legata alla qualità dell’ambiente in cui viviamo. Con questa iniziativa vogliamo portare all’attenzione di cittadini, istituzioni e professionisti un tema emergente, distinguendo ciò che la ricerca ha già documentato da ciò che resta da dimostrare: informare, senza creare allarmismi, è il primo passo per prevenire», afferma Elsa Viora, Presidente della Federazione SIGO.
Il punto di partenza è l’esposizione ambientale. Imballaggi monouso, contenitori per alimenti e tessuti trattati possono contribuire alla diffusione di particelle plastiche o di sostanze chimiche.
Un dato aiuta a comprenderne eventuali pericoli: nel progetto italiano LIFE PERSUADED, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità e condotto su coppie madre-bambino, metaboliti di ftalati sono stati rilevati nelle urine del 100% dei partecipanti e bisfenolo A nel 77%. Il rilevamento documenta un’esposizione diffusa, non equivale però alla dimostrazione di un danno. «Possiamo ridurre le esposizioni evitabili con scelte concrete: limitare gli imballaggi monouso, preferire, quando possibile, contenitori riutilizzabili e non riscaldare gli alimenti nella plastica», osserva Maria Grazia Petronio, epidemiologa e Vicepresidente ISDE (International Society of Doctors of Environment) Italia, coordinatrice del gruppo di lavoro “progetto plastiche”. «Ma non basta chiedere attenzione ai cittadini: servono anche regole, controlli e politiche che riducano l’inquinamento alla fonte».
Interferenti endocrini: l’impatto sul metabolismo
Tra le sostanze sotto osservazione figurano bisfenolo A, ftalati e PFAS, utilizzati in diversi materiali e applicazioni. Gli interferenti endocrini possono imitare, ostacolare o modificare l’azione degli ormoni, alterando segnali che regolano funzioni essenziali dell’organismo. La ricerca ne studia il possibile coinvolgimento nella fertilità, nella pubertà precoce e nel metabolismo, compresi i meccanismi associati a obesità e insulino-resistenza. Gli effetti dipendono dalla sostanza, dalla dose e dal momento dell’esposizione. «Il sistema endocrino è una rete di comunicazione delicata, in continuo dialogo con il sistema nervoso e immunitario», spiega Simonetta Marucci, endocrinologa dell’Università Campus Bio-Medico di Roma. «Alcune sostanze ambientali possono interferire con questi messaggi, soprattutto nelle fasi più sensibili dello sviluppo. È fondamentale studiare questi meccanismi con rigore e applicare il principio di precauzione quando emergono rischi plausibili. Uno degli ambiti nei quali l’impatto degli interferenti endocrini è più studiato è quello della fertilità, in particolare quella maschile, anche perché la produzione di spermatozoi è continua e si può facilmente individuare un’alterazione del loro ricambio. Un altro fenomeno che si sta studiando è la comparsa di pubertà precoce. Alcune sostanze con attività ormono-simili possono infatti stimolare il sistema endocrino e favorire la comparsa anticipata dei caratteri sessuali secondari. Da ultimo non possiamo trascurare la relazione degli interferenti endocrini con obesità e malattie metaboliche e la loro possibile relazione con l’insulino-resistenza e la comparsa di diabete tipo 2, la cui età di insorgenza si sta progressivamente abbassando».
Apparato riproduttivo femminile
L’attenzione si sposta anche sulla salute riproduttiva femminile. Le microplastiche sono state rilevate nel liquido follicolare, che circonda l’ovocita durante la maturazione. Studi sperimentali indagano possibili effetti sulla funzione ovarica attraverso stress ossidativo, infiammazione e alterazioni dei processi cellulari. La presenza delle particelle non dimostra, però, una riduzione delle probabilità di gravidanza, né un rapporto causale diretto con endometriosi o sindrome dell’ovaio policistico. «Il ritrovamento di microplastiche in campioni legati all’apparato riproduttivo apre interrogativi importanti, ma non autorizza conclusioni affrettate», sottolinea Stefano Lello, consulente scientifico del Dipartimento Salute Donna e Bambino della Fondazione Policlinico Gemelli IRCCS. «Dobbiamo capire se e in quali condizioni l’esposizione possa incidere sulla qualità degli ovociti e sulla fertilità, attraverso studi clinici affidabili e confrontabili. Una revisione sistematica pubblicata nel 2025 su Archives of Gynecology and Obstetrics ha esaminato 15 studi sperimentali sulla salute riproduttiva femminile, rilevando effetti potenzialmente sfavorevoli sulla funzione ovarica, sulla fertilità e l’equilibrio ormonale. Gli autori hanno però sottolineato la necessità di ricerche più solide per stabilire la rilevanza di questi studi. Non c’è nulla di certo neppure per quanto riguarda l’endometriosi. In modelli sperimentali, le microplastiche possono attivare risposte infiammatorie e modificare alcuni meccanismi immunitari. Poiché l’infiammazione partecipa alla fisiopatologia dell’endometriosi, si sta studiano se questi effetti possano contribuire a un ambiente biologico favorevole alla persistenza della malattia. Altrettanto vale per la sindrome dell’ovaio policistico».
Placenta e gravidanza
Un altro passaggio cruciale riguarda la gravidanza. La placenta è una barriera selettiva, non assoluta: alcuni studi hanno documentato microplastiche nella placenta, nel sangue cordonale e nel liquido amniotico. Le prime evidenze sollevano interrogativi sul possibile rapporto con placentazione, sviluppo embrio-fetale, crescita e parto pretermine, ma i dati sono ancora preliminari. Particolare attenzione è rivolta ai primi mille giorni, dal concepimento ai due anni di vita, una finestra di grande plasticità biologica nella quale l’ambiente può contribuire a orientare lo sviluppo. «La placenta protegge il feto, ma non costituisce un filtro impenetrabile», evidenzia Lorenza Driul, professoressa ordinaria di Ostetricia e Ginecologia all’Università di Udine e direttrice del Dipartimento Mamma-Bambino dell’ASUFC. «È stato rilevato che microplastiche con dimensioni comprese tra 5 e 10 micrometri sono in grado di superare la barriera placentare. Negli ultimi 5 anni, inoltre, numerosi studi hanno documentato la presenza di microplastiche non solo nella placenta, ma anche nel sangue cordonale e nel liquido amniotico. Il ritrovamento di microplastiche nei compartimenti della gravidanza è un segnale che merita comunque un approfondimento; non significa automaticamente danno clinico. Per conoscere le possibili conseguenze a lungo termine servono studi di qualità e osservazioni prolungate nel tempo».
Il quadro che emerge da queste considerazioni non è quello di certezze allarmanti, ma di una nuova area di attenzione per la medicina e la sanità pubblica. Ricerca indipendente, metodi di misurazione condivisi, sorveglianza ambientale e informazione corretta sono indispensabili per distinguere ipotesi biologiche e nessi causali. Allo stesso tempo, la riduzione delle esposizioni evitabili può diventare un obiettivo concreto della prevenzione. «La Federazione SIGO richiama la responsabilità condivisa di clinici, istituzioni e società: proteggere la salute riproduttiva non significa soltanto accompagnare la donna nelle scelte individuali, ma contribuire a creare ambienti più sicuri per le generazioni future», conclude la dottoressa Elsa Viora. «Con questo confronto tra specialisti abbiamo avviato un progetto, che durerà un intero anno, di comunicazione e informazione, promosso dalla Federazione SIGO, che proseguirà attraverso un programma articolato di iniziative rivolte sia ai professionisti sanitari sia alla popolazione. Il percorso prevede la realizzazione e distribuzione di materiali informativi e divulgativi destinati a medici e pazienti, attività di comunicazione sui canali social media e la produzione di podcast di approfondimento scientifico, con il coinvolgimento di esperti delle diverse discipline. L’obiettivo è rendere accessibili e comprensibili le conoscenze scientifiche, promuovere comportamenti consapevoli e rafforzare una cultura della prevenzione che riconosca nella tutela dell’ambiente una componente sempre più importante della salute della donna e delle future generazioni. In particolare lancerei in questa occasione una proposta ai medici e specialisti: inserire nell’anamnesi della paziente anche una domanda sui contatti con microplastiche nella vita quotidiana, per raccogliere più informazioni su eventuali interazioni con l’organismo e patologie».
di Paola Trombetta