Malattia di Crohn, storie di vita senza confini

Vedere la TV di sera con la propria compagna e riuscire ad arrivare alla fine senza alzarsi per andare in bagno. E magari programmare anche di poter andare al cinema. Sembrano gesti normali, ma per chi soffre di una malattia infiammatoria intestinale, in particolare il Morbo di Crohn, non lo sono affatto. Raccontare le esperienze reali di chi convive con questa malattia, tra sofferenze, stanchezza, disagi, imbarazzi, ma riuscire anche a vedere una speranza di cura, una luce che riaccende la vita. È l’obiettivo della Campagna d’informazione “Crohnostorie – Storie di vita senza confini”, promossa da AbbVie, in collaborazione con AMICI Italia ETS e IG-IBD, che si prefigge di sensibilizzare il pubblico sulla malattia di Crohn, raccontando la realtà di chi ne è affetto e l’impatto che ha sulla vita quotidiana. Giunta alla seconda edizione, la campagna punta su un video spot di circa due minuti che restituisce tutto il senso di un vissuto. A partire da questo messaggio, la campagna ha un duplice obiettivo: da un lato, accrescere la consapevolezza dell’opinione pubblica sulle implicazioni quotidiane e sulla qualità di vita di chi convive con la patologia; dall’altro, offrire ai pazienti strumenti informativi ed educativi che li aiutino ad avere un ruolo attivo nella gestione della salute.

Cosa sono le MICI?
Sono circa 250mila le persone che convivono con le “malattie infiammatorie croniche intestinali ” (MICI) nel nostro Paese, di cui circa 150mila con malattia di Crohn e 100mila con colite ulcerosa. Si tratta di una condizione che ha un andamento cronico-recidivante, con un’alternanza di periodi di remissione e di riacutizzazione, e che viene più frequentemente diagnosticata tra i 20 e i 30 anni. Non c’è differenze di genere, ma indubbiamente la malattia e la terapia sono meglio controllate nelle donne, che sono più attente e meglio rispondenti. Le donne, soprattutto in gravidanza, sono più attenzionate e sono più allertate sui sintomi. Tra i più comuni ci sono: diarrea persistente, dolore addominale, perdita di appetito e di peso, che possono presentarsi con intensità variabile. È una patologia che causa una disabilità invisibile, ma con un forte impatto sulla quotidianità e sulla qualità di vita.

«La malattia di Crohn è un’infiammazione cronica dell’intestino che può colpire qualsiasi tratto dell’apparato digerente, anche se si localizza più frequentemente nell’ultima parte dell’intestino tenue (ileo) o nel colon, con una sintomatologia che spesso spaventa i pazienti e le loro famiglie. Molte persone tendono a rassegnarsi a una qualità di vita alterata e compromessa da sintomi debilitanti, come dolore addominale, diarrea cronica, urgenza evacuativa e stanchezza cronica, con pesanti ripercussioni sul benessere psicologico, sulla vita sociale e sul lavoro», dichiara il professor Paolo Gionchetti, Professore ordinario di Medicina interna, Università degli Studi di Bologna, Direttore SSD Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali, IRCCS Azienda Ospedaliero Universitaria Policlinico S. Orsola di Bologna Centro di Riferimento Regionale. «Negli ultimi anni abbiamo assistito a una vera e propria rivoluzione nella gestione della malattia, ma è fondamentale continuare a diffondere la conoscenza dei campanelli d’allarme affinché i pazienti si rivolgano tempestivamente allo specialista gastroenterologo».

I sintomi della malattia di Crohn sono imprevedibili e pesano notevolmente sulla vita quotidiana dei pazienti sotto il profilo fisico, emotivo ed economico. Lo confermano alcune indagini condotte in Italia e in Europa sulle MICI, secondo cui circa il 70% delle persone coinvolte vive con la costante preoccupazione della riacutizzazione della patologia. Il 40% è stato costretto a riorganizzare la propria vita professionale, mentre il 67% si trova a dover verificare preventivamente la presenza di servizi igienici prima di partecipare a un evento.

A confermare quanto sia ancora ampio il margine di miglioramento sono i dati di IBD-PODCAST, studio osservazionale promosso in 17 centri italiani e pubblicato su Digestive and Liver Disease. Secondo i criteri internazionali STRIDE-II, il 53% dei pazienti con malattia di Crohn non raggiunge un controllo ottimale della malattia. Eppure solo l’8,8% dei pazienti con MICI considera la propria malattia non controllata. Il controllo non ottimale pesa anche sul lavoro: nei pazienti con malattia non ben controllata, la perdita di produttività arriva al 30,5 per cento, contro il 18 per cento di chi ha la malattia sotto controllo.

Le cure per ridare qualità alla vita
«Per chi vive con la malattia di Crohn, la libertà può avere il volto di una cosa semplice: uscire senza cercare subito un bagno, accettare un invito senza paura, fare un progetto senza pensare prima a tutto ciò che potrebbe impedirlo. Sono gesti che molti danno per scontati e che, per noi, possono significare riconquistare un pezzo della propria vita. Il dolore, la stanchezza e le rinunce sono reali, anche quando gli altri non li vedono. Per questo ogni persona deve poter trovare ascolto e parlare con il proprio gastroenterologo di tutto ciò che la malattia le sta togliendo, anche dei bisogni più difficili da raccontare. È anche da qui che si costruiscono gli obiettivi di cura. Come AMICI Italia lavoriamo perché ogni persona trovi sostegno e accesso alle cure, e possa tornare a dare spazio ai propri desideri. Perché dietro ogni diagnosi c’è una vita che chiede di essere vissuta», dichiara Salvo Leone, Direttore Generale AMICI Italia ETS, Associazione Nazionale per le malattie infiammatorie croniche dell’intestino.

I progressi della ricerca scientifica e l’introduzione dei farmaci biologici hanno segnato un passaggio importante nella gestione della patologia. Pur rimanendo una condizione cronica, le attuali opzioni terapeutiche permettono di andare oltre il semplice controllo dei sintomi, introducendo nella pratica clinica il concetto di remissione di malattia, come ricorda il professor Ambrogio Orlando, Direttore dell’UOSD Malattie Infiammatorie Croniche dell’Intestino (MICI) presso l’Azienda Ospedaliera Ospedali Riuniti Villa Sofia-Cervello, Palermo: «Quando parliamo di malattie infiammatorie croniche e in particolare di Crohn, è essenziale trattare la condizione in maniera olistica. Questo vale soprattutto se pensiamo alla remissione: oggi l’obiettivo non è soltanto l’assenza dei sintomi e la guarigione della mucosa, che restano fondamentali, ma un concetto a 360 gradi che pone al centro il benessere globale del paziente e la normalizzazione dei parametri biologici d’infiammazione. Per valutare questo stato clinico integrato si combinano differenti indicatori. Benché si tratti di una frontiera recente, l’impiego delle terapie di ultima generazione sta già dimostrando l’efficacia di questo approccio globale, consentendoci di misurare con precisione la percentuale di pazienti che raggiungono una remissione completa e duratura».

Dello stesso parere il professor Edoardo Vincenzo Savarino, Professore associato di Gastroenterologia presso l’Università degli Studi di Padova e Segretario generale di IG-IBD. «Nel trattamento delle MICI stiamo assistendo a un cambio di paradigma verso una personalizzazione delle terapie. Se in passato ci si limitava al solo controllo dei sintomi, oggi l’obiettivo primario è la gestione globale della patologia e il miglioramento concreto della qualità di vita del paziente. Questo impone una forte personalizzazione terapeutica: attraverso una profilazione diagnostica precoce e l’identificazione dei fattori prognostici sfavorevoli, possiamo definire strategie su misura per il profilo clinico e biologico di ciascun individuo. La disponibilità di nuove opzioni terapeutiche e la ricerca sui biomarker predittivi di risposta ci orientano verso un futuro in cui potremo non solo selezionare la terapia ideale per il paziente, ma anche sviluppare approcci combinati per massimizzare i benefici a lungo termine».

«In questo percorso abbiamo sviluppato soluzioni terapeutiche sempre più efficaci e dall’elevato profilo di sicurezza, con l’obiettivo prioritario di mettere a disposizione di medici e pazienti opzioni innovative in grado di trasformare la qualità di vita delle persone afferma Caterina Golotta, Direttore Medico di AbbVie Italia. «L’Italia riveste un ruolo centrale nella nostra attività di ricerca e sviluppo: contiamo infatti quasi 80 studi attivi in circa 400 centri sul territorio, che spaziano dai trial interventistici per lo sviluppo di nuove molecole agli studi osservazionali mirati a generare evidenze di valore nella pratica clinica quotidiana. Lo studio IBD-PODCAST, che abbiamo promosso in 17 centri italiani, ci dice che c’è ancora molta strada da fare: circa un paziente con malattia di Crohn su due non ha un controllo ottimale della malattia e spesso non ne è pienamente consapevole. Sono dati che ci spingono a fare di più, insieme a clinici e associazioni. Per questo la campagna vuole aprire uno spazio di possibilità: aiutare le persone a riconoscere i compromessi che la malattia impone, a parlarne con il proprio gastroenterologo e comprendere quali obiettivi di cura siano oggi perseguibili. Perché tornare a vivere un momento semplice, fino in fondo, può essere l’inizio di una nuova storia».

di Paola Trombetta

Nuove indicazioni terapeutiche

In Italia è stata approvata la rimborsabilità per due nuove indicazioni terapeutiche di Guselkumab, inibitore selettivo dell’Interleuchina 23. Il farmaco è rimborsato, per via endovenosa nel regime iniziale e in modalità sottocutanea in regime di mantenimento, per il trattamento di pazienti adulti con colite ulcerosa attiva di grado da moderato a severo che hanno avuto una risposta inadeguata, hanno perso la risposta o sono risultati intolleranti alla terapia convenzionale o a un trattamento biologico. Guselkumab è inoltre rimborsato, in modalità di somministrazione sia endovenosa che sottocutanea nella fase iniziale e in modalità sottocutanea per il regime di mantenimento, per il trattamento di pazienti adulti con malattia di Crohn attiva di grado da moderato a severo che hanno avuto una risposta inadeguata, hanno perso la risposta o sono risultati intolleranti alla terapia convenzionale o a un trattamento biologico.

«Nonostante i progressi fatti nella gestione della malattia di Crohn, molti pazienti, soprattutto giovani, convivono ancora con sintomi debilitanti e sono ad oggi privi di una soluzione chirurgica definitiva. La possibilità di avere a disposizione un farmaco che garantisca contemporaneamente una remissione profonda dei sintomi e un miglioramento della qualità di vita, rappresenta un vero e proprio progresso nella gestione di questa malattia, come dimostrato dallo studio GRAVITI, che ha valutato l’efficacia e la sicurezza di questa modalità di somministrazione innovativa nella malattia di Crohn, con un grande impatto sull’aderenza alla terapia e sulla soddisfazione del paziente. Di particolare interesse sono anche i risultati dello studio GALAXI, nel quale guselkumab ha mostrato tassi significativamente più elevati di remissione profonda e guarigione della mucosa intestinale rispetto a ustekinumab, terapia già consolidata nel trattamento della malattia di Crohn. Queste evidenze assumono particolare rilievo nella forma fistolizzante della malattia, una delle manifestazioni più complesse, associata a un significativo impatto sulla qualità di vita dei pazienti. In questo contesto, guselkumab rappresenta un passo avanti, coniugando la possibilità di raggiungere obiettivi terapeutici ambiziosi con una modalità di trattamento compatibile con le esigenze della vita quotidiana», puntualizza Silvio Danese, Professore di Gastroenterologia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele e Direttore dell’Unità di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva presso l’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano.

Anche nella colite ulcerosa, i risultati ottenuti con guselkumab contribuiscono all’evoluzione degli standard di cura, ponendo l’attenzione su obiettivi terapeutici più ambiziosi. «Nelle MICI, compresa la colite ulcerosa, spesso si tende a focalizzarsi sulla sola eliminazione dei sintomi “visibili” (come diarrea, urgenza o rettorragia). Occorre invece ampliare l’approccio Treat-to-Target, un modello di cura mirato al conseguimento di un traguardo clinico prestabilito, per guidare il paziente verso il recupero e una remissione profonda e istologica: in tal senso, i dati dello studio QUASAR evidenziano come il trattamento con guselkumab abbia migliorato significativamente i sintomi della colite ulcerosa con il raggiungimento della remissione clinica, il ripristino dell’integrità della mucosa intestinale fino all’ottenimento della normalizzazione endoscopica e della remissione istologica. Questa approvazione rappresenta davvero un progresso significativo nella gestione di questa malattia, migliorando la qualità della vita dei pazienti. Raggiungere questi traguardi permette di prevenire le ricadute e riduce drasticamente il rischio di ospedalizzazione, la necessità di interventi chirurgici e lo sviluppo di complicanze a lungo termine», conclude Alessandro Armuzzi, professore ordinario di Gastroenterologia presso Humanitas University e Responsabile dell’Unità di Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali presso l’Istituto Clinico Humanitas di Rozzano (MI).

di Paola Trombetta

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