«La vita dopo di te è un percorso duro, tutto in salita. È un modo per tenere vivi i tuoi valori, la tua gioia, il tuo sorriso. E per ricordarti così com’eri, vivace e intraprendente e trasmettere agli altri questa tua forza. Ma c’è un prima e un dopo la tua scomparsa. E una parte della nostra vita è terminata». A parlare è Giovanna Costanzo, mamma di Chiara, 16 anni, una delle giovanissime vittime del rogo di Crans Montana, intervenuta, insieme ad altre tre mamme all’incontro “La vita dopo di te” nell’ambito degli eventi de “Il Tempo delle Donne”, promosso dal Corriere della Sera e la 27a Ora, che si è da poco concluso alla Triennale di Milano.
«Guardando le altre mamme, mi chiedo come sia possibile resistere senza le proprie figlie. Sono ancora nella fase in cui Chiara mi manca terribilmente. E la sera mi illudo ancora di vederla rientrare in casa. Mi mancano le lunghe chiacchierate serali. E nella sua camera c’è ancora l’abito bellissimo che aveva acquistato lo scorso settembre e avrebbe dovuto indossare quest’estate. E mai più indosserà!».
Il dolore della perdita improvvisa di una figlia è incommensurabile e difficile da metabolizzare. Tanto più se per mano di persone irresponsabili, come è stato il recente drammatico incendio di Crans Montana, avvenuto il 31 dicembre 2025, o la violenza di partner e compagni, come testimoniano le altre tre mamme intervenute.
«Mi sono resa conto che Chiara non c’era più quando, dopo 8 mesi dal suo omicidio, siamo rientrati a casa e la sua assenza è diventata realtà», conferma Rita Preda, la mamma di Chiara Poggi, uccisa da 19 anni, il cui caso è stato riaperto nell’ultimo anno, nonostante il presunto assassino stia scontando il carcere da 18 anni. «Da più di un anno poi stiamo vivendo un ulteriore incubo: l’incertezza sull’identità dell’assassino, la persecuzione da parte dei giornalisti che tutti i giorni si avvicinano alla nostra casa, il dover riportare alla memoria una violenza che invano cerchiamo di rimuovere dalla mente. È una tortura quotidiana, uno stillicidio difficile da sopportare».
E poi c’è la rabbia di Clementina Ianniello e Immacolata Rizzo, rispettivamente mamme di Veronica Abbate e Noemi Durini, vittime di femminicidio. «Il mio motore è stata la rabbia, contro chi ha fatto del male a mia figlia, contro chi sminuisce la vita umana, tenendo conto solo del futuro dell’assassino. Come i magistrati che elargiscono permessi premio e sconti di pena a chi ha stroncato la vita di mia figlia, ha calpestato il suo diritto di vivere. È da vent’anni che non vedo più la mia Veronica, ma tutti i giorni sento che al suo assassino hanno concesso sconti di pena, buone uscite dal carcere. È una vera ingiustizia e lotterò fino alla fine della mia vita affinché venga promulgata una legge che faccia scontare la giusta pena a chi ha commesso un femminicidio. Sono molto vicina a tutte le mamme che stanno affrontando questo immenso dolore. E per le donne vittima di violenze, soprattutto domestiche, ho voluto creare “La casa di Veri” in ricordo di mia figlia, con centri di ascolto e di assistenza per donne maltrattate e vittime di violenza».
Anche Immacolata Rizzo, mamma di Noemi, ha voluto fondare un’Associazione “La casa di Noemi”, per contrastare ogni forma di violenza sulle donne. E si è battuta in questi 9 anni, dall’omicidio di sua figlia, per far approvare una legge contro i permessi premio per chi commette femminicidio.
«Abbiamo raccolto più di 30 mila firme per poter presentare una proposta di legge che vieti i permessi premio a chi commette femminicidio. È assurdo che l’assassino di mia figlia, condannato a 18 anni di galera, dopo soli tre anni, abbia ricevuto più di 300 permessi premio, riuscendo addirittura a studiare e trovare una nuova compagna. All’assassino è concesso di rifarsi una vita, mentre mia figlia è solo un lontano ricordo, per i giudici, una delle tante fotografie da archiviare nelle pratiche dei tribunali. Sto cercando di placare la mia rabbia, aiutando le donne vittime di violenza, che si rifugiano nella “casa di Noemi” per cercare protezione. È importante non solo aiutare le donne, ma cercare di diffondere una cultura del rispetto, partendo dalle scuole e dall’educazione nelle famiglie. Solo così riusciremo a ridurre quella violenza che serpeggia nell’animo di molti giovani uomini e trova libero sfogo in gesti estremi, spesso non puniti con le dovute leggi giudiziarie».
di Paola Trombetta