“Expat Blues”: quando cambiare paese per lavoro crea disagio psicologico

Quando si va a vivere altrove, per un periodo più o meno lungo per studio o lavoro, e provare ben più che una nostalgia di casa, delle proprie abitudini, del contesto familiare, degli amici, del proprio Paese, bensì un “expat blues”: cioè un disagio psicologico che si accompagna anche a solitudine, crisi identitaria e stress da adattamento. Questa condizione può nascondere una sintomatologia ansioso-depressiva ben più grave della nostalgica malinconia e può essere appurata solo con un ascolto e un dialogo attento da parte di uno specialista.

Questa forma particolare di depressione e disagio psicologico, riportata all’attenzione in occasione Giornata Mondiale della Salute Mentale 2026 (10 ottobre), quest’anno dedicata dalla Federazione Mondiale per la Salute Mentale (WFMH) e dall’OMS al tema dell’“Ascoltare le esperienze vissute: voci reali, cambiamento reale” − è poco nota, ma in crescita a causa nuove necessità che spingono sempre più a trasferirsi all’estero per costruirsi un futuro. Il Rapporto Istat sulle migrazioni interne e internazionali 2026, stima che siano oggi all’incirca 247mila i cittadini italiani tra i 25 e i 34 anni espatriati tra il 2019 e il 2024 e la ragione delle partenze può avere varie cause, come retribuzioni basse (88%), cultura del lavoro arretrata (80,7%) e svalutazione delle competenze (74,6%), identificate dall’indagine CNEL sui giovani expat, recentemente pubblicata. Se da un lato la figura dell’expat si associa a aspetti positivi, come obiettivi di successo e internazionalità, di crescita professionale e altro, dal punto di vista clinico la situazione è più complessa.

«Nonostante tenda a emergere con più frequenza al termine dell’euforia iniziale del trasferimento – spiega il Professor Furio Ravera, medico psichiatra presso la Casa di Cura Le Betulle e co-fondatore di Gruppo Ginestra – la “depressione da espatrio” non conosce categorie e tempi definiti. Infatti può colpire lavoratori migranti, studenti internazionali e professionisti in qualsiasi momento del processo di integrazione socio-culturale. Le tempistiche e le modalità variano in base a caratteristiche personali, alle specificità del contesto e alle risorse a disposizione. A prescindere dal fatto che il trasferimento sia stato fortemente voluto e ricercato, le dinamiche di inserimento in un nuovo Paese hanno conseguenze tangibili e osservabili sul benessere psicologico, innescando ansia, solitudine, depressione, frustrazione e confusione identitaria. Questo suggerisce che l’expat blues ha sfaccettature diverse che intercettano e coinvolgono la sfera psico-fisica».

Riconoscere questa particolare depressione, con l’aiuto di un esperto, è un modo utile per aiutare la persona a individuare e riconoscere il malessere che sta provando, che non scaturisce necessariamente o semplicemente dalla comune nostalgia di casa. Lo conferma anche la letteratura scientifica che chiarisce come il processo di adattamento culturale a un contesto ambientale diverso dal proprio ambiente e habitat, può rappresentare un fattore di stress psicologico di grande rilevanza. Ad esempio l’espressione “stress da acculturazione”, coniata negli anni Settanta dallo psicologo J.W. Berry, definisce e chiarisce la risposta psicologica che si attiva in questo mutato contesto esistenziale.

«Se lo shock culturale corrisponde al disorientamento istantaneo – prosegue il professore – vissuto al momento del primissimo incontro con la nuova realtà, lo stress da acculturazione si riferisce alla gestione continua e costante della tensione tra riferimenti, valori, norme e aspettative sociali tra il Paese d’origine e quello di arrivo. Inoltre, il senso opprimente di sradicamento e distacco è ulteriormente aggravato dalla difficoltà di costruire da zero una propria rete di supporto e di stringere nuovi legami relazionali e, non solo, all’interno di un tessuto multiculturale soggetto a cambiamenti continui. Il totale abbandono o la parziale modifica dei riferimenti precedenti, unito al tentativo di riconciliarli con i nuovi, può provocare una discontinuità identitaria, generando una tensione interiore che mina la resilienza psicologica degli expat».

È fondamentale dunque percepire e capire qual è il limite (massimo) tollerabile oltre il quale è invece necessario l’aiuto di un esperto, con supporti adeguati: «Il momento di agire, quindi di rivolgersi a una figura specialistica – conclude il Professor Furio Ravera – arriva quando il disagio cessa di essere transitorio e, interferendo profondamente, altera il normale corso delle relazioni, del lavoro e della qualità della vita nel suo complesso. Richiamando il tema scelto quest’anno per la Giornata Mondiale della Salute Mentale, diventa imperativo saper ascoltare e rispondere all’expat blues nella forma in cui la persona lo vive».

di Francesca Morelli

La prevenzione della salute mentale comincia dall’infanzia

All’incirca 1 minore su 5, pari a circa 2 milioni di bambini e ragazzi, nel nostro Paese, ha un disturbo del neurosviluppo. Invece prevenibile se la tutela della salute mentale comincia fin dall’infanzia, rafforzando i fattori protettivi, riconoscendo precocemente i segnali di rischio e sostenendo la crescita dei bambini.  Prendersi cura e promuovere il loro neurosviluppo significa investire nel benessere presente e futuro delle nuove generazioni: lo sottolinea anche la Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (SINPIA) in occasione della Giornata mondiale della salute mentale (10 ottobre). Il neurosviluppo è una fase molto importante: è il processo che, dal concepimento alla giovane età adulta, sostiene la crescita e la maturazione delle strutture cerebrali alla base delle capacità motorie, cognitive, comunicative, emotive e sociali in cui intervengono e interagiscono in maniera costante diversi fattori: genetici, epigenetici, neurobiologici e ambientali. Eventuali alterazioni su tutti questi aspetti possono manifestarsi già nei primi anni di vita, con disturbi motori, come ad esempio le paralisi cerebrali infantili, ritardi cognitivi, disturbi dello spettro autistico, disturbi di linguaggio e apprendimento, disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), ed epilessia, spesso presenti in comorbidità. Altri disturbi possono invece emergere più avanti, anche in adolescenza, con la comparsa di disturbi psichiatrici, come quelli dell’umore, tra cui la depressione.

«La promozione del neurosviluppo – dichiara Elisa Fazzi, Presidente SINPIA – richiede il riconoscimento tempestivo di un indicatore di rischio o piuttosto una costellazione di segnali che, se persistenti nei diversi contesti di vita del bambino, possono segnalare l’eventuale evoluzione verso uno sviluppo disarmonico o patologico, ma soprattutto è necessario promuovere la creazione, attraverso le modifiche dell’ambiente (familiare/relazionale, scolastico, sociale ecc.) di condizioni favorevoli in grado di modificare le traiettorie evolutive e a far evolvere il neurosviluppo in senso positivo, sostenendo le funzioni emotive, motorie comunicative, cognitive e sociali in tutte le fasi della crescita. Queste azioni devono essere estese e potenziate a tutti gli ambienti e i contesti in cui bambini e ragazzi vivono. Sempre più ricerche evidenziano quanto un neurosviluppo ottimale sia importante per la salute anche nell’età adulta: investire precocemente significa costruire opportunità di benessere che accompagnano la persona nel tempo». Pertanto, va sfatato il convincimento che i disturbi insorgano in adolescenza: nella grande maggioranza dei casi, segnali o avvisaglie compaiono ben prima, proprio nell’infanzia, quando, intervenendo in modo appropriato, è possibile prevenirli.
Promozione del neurosviluppo e accesso a cure appropriate, laddove necessarie, devono procedere insieme. «Servono interventi specifici e vanno potenziati i servizi dedicati all’età evolutiva – aggiunge Stefania Millepiedi, Vicepresidente SINPIA – come i servizi di neuropsichiatria infantile,  per rispondere ai bisogni delle diverse fasi della crescita e garantire continuità verso l’età adulta».

Il decalogo SINPIA (https://sinpia.eu/wp-content/uploads/2025/05/ Decalogo_SINPIA_2025.pdf) propone dieci indicazioni concrete che possono tutelare e promuovere il neurosviluppo: adottare stili di vita salutari già prima del concepimento; favorire l’allattamento al seno; curare il sonno; offrire occasioni per sperimentare attraverso i sensi, muoversi ed esplorare; coltivare lo scambio di sguardi tra genitori e neonato. A queste si affiancano il gioco come occasione di comunicazione, la lettura condivisa in famiglia, abitudini relazionali sane con regole e limiti costruttivi, un utilizzo consapevole delle tecnologie adeguato all’età, evitando gli eccessi, promozione delle interazioni sociali e della vita di relazione in tutti i contesti di vita.   F.M.

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