Tumori del sangue pediatrici: guarire di più e meglio

Ogni anno vengono diagnosticati circa 1400 casi di malattie oncoematologiche nei bambini fino a 14 anni e 800 negli adolescenti dai 15 ai 19 anni. Grazie ai progressi della ricerca e alla qualità delle cure disponibili, queste patologie sono oggi curabili con esiti molto positivi. Tanto che la sfida principale non è solo guarire i piccoli pazienti, ma garantire loro una qualità e aspettativa di vita sempre migliori. Per questo motivo la ricerca si sta orientando verso una medicina sempre più personalizzata e l’utilizzo di test mirati per identificare le caratteristiche specifiche di ciascuna forma tumorale.
Per approfondire queste tematiche, abbiamo intervistato la dottoressa Angela Mastronuzzi, Presidente AIEOP, Responsabile Unità di Neuro-Oncologia Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, Professore Associato di Pediatria, Università Cattolica del Sacro Cuore, in occasione dell’evento “Ricerca e cura in ematologia: l’impegno di AIL tra presente e futuro”, per la giornata Nazionale per la lotta contro Leucemie, Linfomi, Mieloma (21 giugno).

Professoressa Mastronuzzi, i tumori del sangue pediatrici comprendono patologie molto differenti tra loro. Può offrirci una panoramica delle principali forme e dirci quanti bambini e ragazzi coinvolgono?
«I tumori ematologici pediatrici sono patologie rare. Le leucemie acute rappresentano oltre il 25% di tutti i tumori infantili e costituiscono la forma oncologica più frequente in età pediatrica. Tra queste, la leucemia linfoblastica acuta è la più comune, con circa 400 nuove diagnosi ogni anno in Italia. Segue la leucemia mieloide acuta, che rappresenta il 15-20% delle leucemie pediatriche acute e interessa annualmente circa 60-70 bambini. Un’altra importante categoria è quella dei linfomi di Hodgkin e non Hodgkin. Il linfoma di Hodgkin è più frequente nell’età adolescenziale e conta ogni anno circa 300 nuovi casi in Italia secondo i dati AIRTUM. I linfomi non Hodgkin, sono più frequenti nei bambini più piccoli, anche nella prima infanzia e comprendono invece diverse sottocategorie, con distribuzioni differenti secondo l’età: i linfomi di Burkitt, ad esempio, sono più comuni nei bambini più piccoli, mentre i linfomi linfoblastici si osservano più frequentemente tra i 6 e i 10 anni e durante l’adolescenza. Fortunatamente, grazie ai progressi della ricerca e all’elevata qualità delle cure disponibili nel nostro Paese, queste patologie sono oggi curabili con esiti positivi. L’Italia, come gli altri Paesi con sistemi sanitari avanzati, ha raggiunto risultati molto significativi nella cura dei tumori pediatrici».

Le percentuali di guarigione nei tumori pediatrici raggiungono oggi l’80-90% in molte forme. Quali sono le principali sfide per rendere le terapie sempre più efficaci, ma meno tossiche, riducendo le complicanze a lungo termine e migliorando la qualità di vita dei piccoli pazienti?
«I risultati ottenuti negli ultimi decenni sono straordinari. Nelle leucemie linfoblastiche acute B a rischio standard, le percentuali di guarigione si avvicinano oggi al 90%. Questo traguardo è stato possibile grazie a un lavoro di collaborazione nazionale, promosso da AIEOP, che oltre cinquant’anni fa comprese l’importanza di trattare in modo uniforme pazienti affetti da patologie rare e di condividere dati ed esperienze per migliorare le cure. Nel tempo è emerso con chiarezza che i tumori pediatrici, pur condividendo talvolta il nome con quelli dell’adulto, sono biologicamente molto diversi e presentano caratteristiche molecolari specifiche che richiedono approcci terapeutici dedicati. Oggi la sfida principale non è soltanto guarire i pazienti, ma garantire loro una qualità e un’aspettativa di vita il più possibile sovrapponibili a quelle della popolazione generale. Per questo motivo la ricerca si sta orientando verso una medicina sempre più personalizzata. La personalizzazione delle cure si basa su una stratificazione del rischio sempre più accurata, resa possibile dalla valutazione della malattia residua minima e dall’identificazione delle alterazioni molecolari caratteristiche di ciascuna patologia. Questi strumenti consentono di distinguere i pazienti a maggior rischio di recidiva da quelli a prognosi più favorevole, permettendo di intensificare le terapie quando necessario e ridurle quando possibile. Questo approccio è fondamentale anche per limitare le complicanze a lungo termine. Alcuni trattamenti utilizzati in passato, come le antracicline o la radioterapia, hanno dimostrato di poter causare effetti tardivi a carico di cuore, reni e altri organi. Nei pazienti trattati con antracicline, ad esempio, possono manifestarsi nel tempo alterazioni della funzione cardiaca fino all’insufficienza cardiaca. Per questo motivo, negli ultimi anni sono state sviluppate strategie terapeutiche meno tossiche».

Quali sono le novità terapeutiche di questi tumori del sangue?
«Per le leucemie acute, in particolare per quella linfoblastica acuta, ci sono tantissimi approcci immunoterapici, anticorpi monoclonali, bispecifici, in grado di legare le cellule leucemiche e indurre l’attivazione del sistema immunitario. Nella leucemia linfoblastica acuta questo trattamento si associa alla chemioterapia convenzionali e aiuta a ridurre le indicazioni a terapie più aggressive come il trapianto di cellule staminali emopoietiche. In una forma particolare di leucemia, detta promielocitica, che colpisce anche i bambini, in base alla classificazione del rischio, si può attuare, come per gli adulti, un programma chemio-free, ovvero senza chemioterapia. Nei linfomi, in particolare quelli di Hodgkin a localizzazione toracica, ad esempio, si è progressivamente ridotto l’impiego della radioterapia mediastinica e si è cercato di limitare l’esposizione cumulativa ad alcuni farmaci chemioterapici, come le antracicline, quando non strettamente necessaria. Anche le terapie cellulari avanzate, come le CAR-T, dirette verso specifici antigeni, secondo la patologia sono un’efficace terapia contro le leucemie e rappresentano una svolta importante, migliorando ulteriormente la personalizzazione delle cure e gli esiti a lungo termine dei pazienti».

I risultati di remissione di queste malattie, con le nuove terapie, sono simili a quelli degli adulti?
«I bambini hanno possibilità di guarigione più alte rispetto agli adulti: in quasi tutte le malattie oncoematologiche pediatriche superiamo oggi il 70-80% di guarigione, rispetto al 50% degli anni ‘70. Per questo i bambini possono seguire schemi terapeutici più intensivi degli adulti e in più hanno malattie biologicamente differenti. La risposta terapeutica è legata sia alla fisiologia del paziente, che può affrontare trattamenti differenti, sia alla biologia della malattia che è differente rispetto a quella dell’adulto».

Nella messa a punto di questi schemi terapeutici, quale ruolo hanno avuto l’Associazione AIEOP (www.aieop.org), di cui lei è Presidente e la collaborazione con AIL (Associazione Italiana Leucemie-www.ail.it)?
«AIEOP è l’Associazione Italiana di Oncologia ed Ematologia Pediatrica, fondata nel 1975 da un gruppo di ematologi dell’adulto e pediatrici, che avevano capito l’importanza di lavorare insieme per creare protocolli e indicazioni di trattamento che potessero essere seguite da tutti i pazienti, con quella determinata patologia, su tutto il territorio nazionale, garantendo a tutti l’accesso alle migliori cure disponibili. Grazie alla collaborazione tra ematologi di AIEOP e AIL, è nata una società dedicata proprio alla parte pediatrica. La collaborazione con AIL prosegue da molti anni e nel 2026 si rafforza grazie al finanziamento di uno studio osservazionale multicentrico dedicato all’ottimizzazione dei trial diagnostici nella leucemia linfoblastica acuta pediatrica».

Può spiegarci quali sono gli obiettivi principali del progetto e quale impatto potrà avere sulla pratica clinica e sulla cura dei pazienti?
«L’obiettivo principale è assicurare standard diagnostici e prognostici sempre più elevati e uniformi in tutti i centri italiani. Ciò significa potenziare e rendere omogeneo l’accesso alle più avanzate tecniche di diagnostica molecolare, alla citofluorimetria, alla valutazione della malattia residua minima e all’identificazione di specifiche alterazioni genetiche che possono avere un valore prognostico o rappresentare bersagli terapeutici. Disporre di informazioni sempre più precise consente infatti di definire con maggiore accuratezza il profilo di rischio di ciascun paziente e di scegliere il percorso terapeutico più efficace e meno tossico. L’impatto atteso è duplice. Da un lato, migliorare le percentuali di guarigione grazie a trattamenti sempre più mirati; dall’altro, ridurre gli effetti collaterali a lungo termine, preservando la qualità di vita dei pazienti una volta concluso il percorso di cura. Negli ultimi anni la migliore stratificazione del rischio, insieme all’introduzione dell’immunoterapia e di nuovi farmaci, ha contribuito a ridurre in modo significativo alcune delle complicanze che in passato erano più frequenti, come quelle cardiache. Allo stesso modo, la consapevolezza dei rischi associati alla radioterapia toracica, inclusa la possibilità di sviluppare tumori secondari come il carcinoma mammario, ha portato a importanti cambiamenti nella pratica clinica. In questo scenario, il progetto finanziato da AIL rappresenta un ulteriore passo avanti verso una medicina sempre più personalizzata. L’obiettivo finale è offrire a ogni bambino il trattamento più adeguato alla propria malattia, aumentando le probabilità di guarigione e garantendo al tempo stesso la migliore qualità di vita possibile nel lungo periodo».

di Paola Trombetta

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