“Facciamo squadra” contro le recidive del tumore al seno

Rita Guarino, allenatrice e figura di spicco del calcio femminile italiano e internazionale, è la testimonial della campagna “Facciamo squadra: giochiamo d’anticipo contro il rischio di recidiva del tumore al seno”, promossa da Novartis e sostenuta da quattro associazioni di pazienti: ANDOS, Europa Donna Italia, Fondazione IncontraDonna e Salute Donna ODV. La campagna utilizza la metafora dello sport di squadra per illustrare come collaborazione e capacità di “giocare d’anticipo” siano fondamentali per evitare le recidive. Ne sa qualcosa Annamaria Mancuso, presidente di Salute Donna ODV, che ha lottato per ben tre volte contro questo tumore e, grazie alla chemioterapia preventiva assunta l’ultima volta, quando la recidiva sembrava più aggressiva, lo ha definitivamente debellato.

Il tumore al seno è la neoplasia più frequente nelle donne in Italia, con circa 54mila nuovi casi stimati nel 2025. Sebbene la diagnosi precoce e i progressi terapeutici abbiano migliorato notevolmente le prospettive di vita, circa una donna su due non conosce il rischio di recidiva e una su cinque va incontro ad una ripresa della malattia nei primi dieci anni, un rischio che può persistere anche per decenni. Quando si verifica, la recidiva si manifesta spesso come malattia metastatica, con un impatto significativo sulla vita delle pazienti. Le terapie adiuvanti, somministrate dopo la chirurgia, sono essenziali per ridurre questo rischio. Nei tumori ormono-sensibili (HR+/HER2–), che costituiscono circa il 70% di tutte le nuove diagnosi, l’aggiunta di terapie mirate come gli inibitori di CDK4/6 a quella endocrina si è dimostrata un’opzione efficace per ridurre il rischio che il tumore si ripresenti.

Ma la sfida non è solo clinica: la gestione del tumore al seno coinvolge anche la sfera emotiva. Uno studio di Novartis recentemente pubblicato su JMIR Cancer, che ha analizzato le conversazioni online (più di 20mila post pubblici) in Italia sul tumore al seno in fase iniziale, evidenzia forti preoccupazioni emotive, la richiesta di informazioni chiare e il bisogno di un dialogo più trasparente con i professionisti sanitari. In un’altra ricerca condotta con IQVIA su 80 donne con tumore al seno in stadio localizzato, si evidenzia come solo il 45% delle pazienti si ritenga pienamente informata sul rischio di recidiva, mentre il 59% ricerchi ulteriori informazioni sui canali online, il tutto per sottolineare l’importanza di una condivisione più chiara sugli obiettivi terapeutici tra medico e paziente fin dall’inizio del trattamento adiuvante.

Per approfondire queste tematiche, abbiamo intervistato la dottoressa Giulia Valeria Bianchi, dirigente medico-oncologo presso l’Oncologia Senologica, Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori.

Possiamo fare il punto sull’attuale situazione del tumore al seno, rispetto a 20 anni fa, sia per quanto riguarda i progressi delle cure che la sopravvivenza delle pazienti?
«Il tumore della mammella è oggi, tra i tumori solidi, uno dei più curabili e guaribili. A seconda del tipo istologico e dello stadio del tumore la probabilità di guarigione è molto elevata e supera l’80%. Tante sono le innovazioni delle terapie, soprattutto del tumore in fase precoce: una volta esistevano solo la chemioterapia e la terapia endocrina, oggi abbiamo anche terapie innovative, come gli inibitori delle cicline che, in aggiunta alle terapie ormonali si utilizzano nei casi di rischio medio-alto di recidiva di tumori “luminali”. Questo consente di abbassare il rischio che la malattia possa ritornare ed aumenta la probabilità di guarigione della paziente. Abbiamo terapie sempre più personalizzate e anche terapie ormonali che si possono prolungare oltre i 5 anni. Anche l’attività delle Breast Unit è orientata alla scelta del percorso terapeutico migliore, che deve sempre essere fatta insieme alla paziente, protagonista principale del percorso di cura e come tale deve sempre conoscere la prognosi, i fattori di rischio, le probabilità di recidiva e soprattutto le cure che vengono prescritte».

Si parla sempre più di un team di persone coinvolte nella cura. Non a caso il claim della Campagna di cui parliamo è: “Facciamo squadra” contro il tumore al seno.
«Nel nostro team multidisciplinare, per le pazienti operate in fase precoce, sono sempre presenti il chirurgo che ha operato la paziente, l’oncologo che stila il programma di cure farmacologiche, il radioterapista per i trattamenti radioterapici. Questo consente, insieme alla paziente, di discutere quali sono le terapie migliori, integrando le tempistiche più adatte, e soprattutto lo stesso team è in grado di rispondere a tutte le domande della paziente, cercando di proporre un percorso che consideri anche le esigenze e i bisogni. Nella squadra ci sono tutti gli attori medici e la paziente, che rimane comunque la principale protagonista».

In quali percentuale oggi il tumore al seno va incontro a recidive?
«Cambia molto a seconda dello stadio: il primo stadio ha un rischio molto basso, inferiore al 5% di recidiva a 5 anni. Diventa un po’ più alto nello stadio 2 e 3. Globalmente direi che in dieci anni l’80% dei tumori guarisce definitivamente, senza sviluppare recidive».

Nel 20% dei tumori con recidive, quali sono i trattamenti più innovativi oggi?
«Nelle donne che hanno già una recidiva metastatica in atto, abbiamo molti trattamenti che consentono di cronicizzare il tumore, consentendo aspettative di vita molto prolungate, specialmente nei tumori “luminali” dove la sopravvivenza può essere oggi anche di diversi anni con buona qualità di vita e pochi effetti collaterali».

Quali sono le percentuali di aderenza a queste nuove cure?
«Per le donne che hanno una recidiva in atto, l’aderenza è molto elevata perché sono pazienti consapevoli di non poter guarire e quindi motivate a ricevere le migliori cure disponibili per prolungare la sopravvivenza. Se invece pensiamo alle donne che hanno un potenziale rischio di recidiva, ma in quel momento sono state operate e hanno eliminato la malattia, e quindi prevengono un rischio futuro, le terapie ormonali possono venire interrotte dalle pazienti, perché a volte provocano effetti collaterali come disturbi vaso-motori e problemi articolari che alterano la qualità di vita. Un 20-30% di queste donne non riesce a portare a termine la cura per questi disturbi. Per questo è fondamentale creare percorsi in cui la paziente sia sempre più presa in carico per gestire al meglio gli effetti collaterali, magari con l’aiuto di un nutrizionista, di un fisiatra. In questi casi è fondamentale il rapporto col medico per contenere gli effetti collaterali e migliorare l’aderenza alle terapie».

Esistono oggi terapie cosiddette “complementari” che possono migliorare la tollerabilità delle cure oncologiche?
«Per la donna con tumore è fondamentale lo stile di vita, che deve comprendere l’attività fisica e una corretta alimentazione. Si è visto ad esempio che un’attività fisica costante riduce in modo netto i dolori articolari, legati ad alcuni farmaci come gli inibitori dell’aromatasi. A volte si possono affiancare alle cure, anche l’agopuntura o alcuni esercizi fisici mirati».

Si è accennato a una terapia preventiva, pur in assenza di tumore, per evitare la recidiva: in che cosa consiste?
«Si tratta di tutte quelle situazioni “adiuvanti” di donne operate, a cui vengono prescritte terapie per ridurre il rischio di recidiva, anche se in quel momento stanno bene e il tumore è stato eradicato. Ci possono però essere micro-metastasi invisibili nel circolo sanguigno che, negli anni, possono far ricomparire la malattia. Il fatto di aver operato il tumore non significa essere guarite. C’è infatti la possibilità che qualche cellula sia rimasta nell’organismo e che, negli anni, possa creare una problematica di recidiva di malattia. Quindi significa prevenire un rischio che potrebbe accadere. Questi trattamenti adiuvanti sono indicati in buona parte delle pazienti dopo essere state operate per tumore alla mammella. Queste possono comprendere la terapia endocrina per almeno 5 anni, oppure la chemioterapia, seguita dalla terapia ormonale, o ancora terapie mirate come gli inibitori delle cicline. Gran parte delle pazienti operate richiede pertanto un trattamento per prevenire il rischio di recidiva, personalizzato sul tipo di tumore. Per quelli con recettori ormonali, le terapie ormonali possono durare dai 5 ai 10 anni».

di Paola Trombetta

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