Nell’opinione delle donne la tiroide è responsabile di diverse problematiche come stanchezza, aumento di peso, battiti cardiaci accelerati, tachicardia o palpitazione, diminuzione della concentrazione e minore lucidità mentale. Eppure poche passano dal sospetto all’azione, facendo cioè esami e indagini mirate. Anche un semplice esame del sangue, il primo strumento per attestare eventuali livelli ormonali tiroidei sballati. È quanto emerge dalla Survey VediamociChiara, condotta su un campione di 1873 donne dai 35 ai 65 anni, a maggio 2026, che sarà resa nota in occasione della Giornata mondiale della Tiroide (25 maggio) e della settimana di sensibilizzazione che attesta un quadro non proprio ottimale: l’84% delle donne teme una diagnosi, il 71% è già in terapia cronica e il 43% cita l’ecografia tra gli esami da fare, ma solo il 21% riferisce esami con riscontro positivo, a fronte del 62% di donne che non si è mai sottoposta a valutazioni specifiche. Allora come si comportano le donne in caso di sospetto? Nel 33% cercano informazioni online, in percentuale maggiore rispetto a chi ne parla con il medico di medicina generale (28%) o con l’endocrinologo (19%), quasi al pari di amiche, familiari o colleghe. «I risultati dell’indagine – spiega Daniele Cappellani, endocrinologo – mostrano un livello di preoccupazione molto alto sulle problematiche tiroidee, pari all’84% delle partecipanti che si definisce molto o tantissimo spaventata dall’idea di avere una patologia e il 78% la considera molto invalidante. Per la tranquillità delle donne va detto che molte patologie tiroidee, una volta diagnosticate, possono essere seguite e trattate con efficacia».
Quindi, quali sono le azioni corrette? Non fare autodiagnosi è la prima regola. Se i sintomi prima citati. potenzialmente riferibili alla tiroide persistono, è bene parlarne con il medico di medicina generale che potrà valutare il quadro e, se necessario, prescrivere gli esami più appropriati. L’endocrinologo interviene quando c’è un’alterazione da approfondire, una diagnosi da confermare, una terapia da impostare o un nodulo da valutare. «È necessario pensare a un approfondimento quando alcuni sintomi aspecifici sono persistenti – aggiunge l’endocrinologo – non episodici, non spiegabili da cambiamenti nello stile di vita e soprattutto quando si associano ad altri segnali. Nell’ipotiroidismo, ad esempio, si possono osservare rallentamento, sonnolenza, aumento di peso, pelle secca, stitichezza, ciclo irregolare. Nell’ipertiroidismo, invece, dimagrimento, tachicardia, palpitazioni, agitazione, tremori, sudorazione, intolleranza al caldo. Tuttavia avere uno di questi sintomi non fa la diagnosi: serve una valutazione clinica».
Il primo esame da eseguire, per valutare una disfunzione della tiroide è quello del sangue, per rilevare i valori di TSH, innanzitutto, eventualmente accompagnato da FT4, FT3 e anticorpi specifici. L’ecografia invece valuta la struttura della ghiandola (noduli, aumento di volume, caratteristiche del tessuto tiroideo), ma non misura se la tiroide funziona troppo o troppo poco. Farla senza una ragione può portare a scoprire piccoli noduli spesso benigni, creando ansia e ulteriori controlli non sempre necessari. La diagnosi naturalmente guida la terapia, oggi con molteplici opportunità. Anche una terapia cronica non depone per la “gravità” della malattia tiroidea. «Nel caso dell’ipotiroidismo, per esempio, la terapia sostitutiva contribuisce a riportare l’organismo in equilibrio: il dosaggio è definito sulla base degli esami e dei sintomi. All’inizio possono essere necessari controlli più ravvicinati, ma una volta raggiunta la stabilità molti vivono “nella normalità”. Il vero rischio è modificare la terapia fai-da-te».
Tra i fattori che possono essere implicati con una presunta/possibile problematica tiroidea c’è il peso. «Nell’ipotiroidismo – chiarisce Cappellani – il metabolismo può rallentare e indurre l’aumento di peso, spesso modesto e in parte legato anche a ritenzione di liquidi. Nell’ipertiroidismo, al contrario, si può verificare un dimagrimento. Peso, alimentazione, attività fisica, sonno, stress, età e assetto ormonale vanno considerati insieme». La survey mostra un’aspettativa importante nei confronti della dieta: il 47% delle donne ritiene che possa prevenire le patologie tiroidee e il 31% che possa trattarle. L’alimentazione conta, ma va collocata nel posto giusto: un adeguato apporto di iodio è essenziale per la produzione degli ormoni tiroidei e l’uso del sale iodato, nelle quantità raccomandate, è una misura semplice di prevenzione della carenza iodica. Ma una dieta non può curare da sola una patologia tiroidea già presente. Tutta questa complessità di fattori dimostra che il web può aiutare a orientarsi e a fare domande più consapevoli, ma non può diventare un “consulente”: il medico di famiglia, prima, e l’endocrinologo poi restano i referenti per diagnosi scientificamente corrette.
Francesca Morelli