Mieloma Multiplo: rimborsata in Italia una nuova terapia

Ne è colpito il celebre pianista e compositore Giovanni Allevi che lo sta combattendo da più di tre anni. Il mieloma multiplo è un tumore del sangue che ha origine nel midollo osseo ed è causato dalla proliferazione incontrollata delle plasmacellule neoplastiche. Seppure con un’incidenza nel complesso stabile, con 5.700 nuove diagnosi ogni anno, la mortalità è in calo, grazie ai progressi della ricerca scientifica.

Per conoscere più a fondo la malattia e le più recenti possibilità di cura, abbiamo intervistato la professoressa Stefania Bramanti, ematologo, responsabile della Sezione di terapie cellulari, IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Milano, intervenuta alla conferenza di annuncio della rimborsabilità, anche in Italia, della terapia CAR-T (cilta-cell), come seconda linea di trattamento del mieloma multiplo.

Che cos’è il mieloma multiplo? Quale incidenza nella popolazione? Esiste una differenza di genere?
«Il mieloma multiplo è un tumore del sangue che ha origine dalle plasmacellule che si trovano nel midollo osseo. Dopo il linfoma è una delle malattie ematologiche più diffuse, senza prevalenza di genere. Una caratteristica peculiare è la possibilità di essere diagnosticata precocemente: basta infatti un semplice esame del sangue (elettroforesi delle proteine), anche in assenza di sintomi specifici, per identificare una condizione, la gammopatia monoclonale che, in alcuni casi, diventa mieloma multiplo. Si tratta di una malattia abbastanza comune, ma c’è la possibilità di identificarla prima della comparsa dei sintomi veri e propri. Di solito questo esame viene prescritto dal medico di base in modo abbastanza frequente, dopo i 65 anni. Esistono però ancora pazienti che arrivano alla diagnosi dopo la comparsa dei sintomi».

Quali sono i sintomi principali?
«Sono soprattutto legati a danni d’organo: insufficienza renale, crollo vertebrale, in quanto la malattia ha una specifica capacità di provocare lesioni ossee, come fratture spontanee che comportano dolore».

Quali le terapie solitamente usate fino all’avvento delle CAR-T?
«Di recente è stata approvata una terapia di combinazione, anticorpi monoclonali insieme a inibitori del proteosoma oppure insieme a farmaci antiangiogenetici (lenalidomide) che sono in grado di portare buoni successi già dalla prima linea di trattamento. Somministrando questi farmaci in modo continuativo, per bocca, in combinazione con farmaci infusi in ospedale, si possono già ottenere buoni risultati. Possiamo suddividere i pazienti in due categorie: quelli trapiantabili, che possono ricevere il trapianto autologo in prima linea e i pazienti che continuano questi farmaci finché funzionano. A questo punto, se le combinazioni precedenti non agiscono adeguatamente, si possono utilizzare le CAR-T, in seconda linea».

Quale percentuale di pazienti possono ricevere le CAR-T?
«Dipende molto dalla Regione e dalla disponibilità di questa terapia. I pazienti eleggibili sono molti di più: non ci sono limiti di età come per il trapianto, possibile fino a 70 anni; le CAR-T possono essere somministrate anche a 80 anni. I fattori che orientano l’utilizzo di queste terapie sono le funzioni d’organo: funzionalità renale, funzione cardiaca e compliance del paziente. Più del 60% dei pazienti che trattiamo, possono beneficiare delle CAR-T».

 Qual è il meccanismo d’azione di queste terapie innovative?
«Il percorso CAR-T è un vero e proprio viaggio di medicina personalizzata che trasforma il sistema immunitario del paziente in un farmaco vivo. Tutto inizia con l’aferesi, il prelievo dei linfociti T del paziente, che vengono poi inviati a laboratori specializzati per essere “riprogrammati” geneticamente, con l’inserimento di un gene in grado di legarsi ed eliminare le cellule carcerogene. Contemporaneamente, al paziente viene somministrata una terapia ponte per evitare la progressione della malattia. Dopo un ciclo di chemioterapia, le cellule “ingegnerizzate” vengono reinfuse nel paziente, ma non prima che vengano effettuati rigorosi controlli di qualità sulle cellule stesse: è qui che inizia la sorveglianza attiva per monitorare la risposta immunitaria. La procedura stessa di sviluppo del farmaco è articolata: il passaggio dall’aferesi alla reinfusione non è immediato, ma ci sono altri quattro passaggi fondamentali che garantiscono l’effettiva fruibilità della terapia. Data la loro complessità, l’erogazione di CAR-T richiede un coordinamento a livello medico e a livello logistico per renderle effettivamente operative: serve una certificazione rigorosa dei centri e una formazione specifica di tutto il personale per garantire un’equa accessibilità alla terapia sul territorio».

Qual è la percentuale di successo di questa nuova cura?
«Dipende molto dal periodo in cui si individua la malattia: prima si interviene, migliori sono i risultati. Con l’utilizzo delle CAR-T nel 50% dei pazienti che prima non avevano alcuna chance di sopravvivenza, la malattia va in remissione. In particolare con questa nuova CAR-T (Cilta-cell), in un certo gruppo di pazienti, si raggiungono anche numeri di guarigioni maggiori».

di Paola Trombetta

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