Tumori: esercizio fisico alleato delle cure

Fare attività fisica in modo strutturato, con appositi esercizi e sotto la guida di professionisti, durante e dopo un tumore, può rappresentare un’integrazione alle terapie, che ne potenzia l’efficacia, contribuendo a migliorare la qualità di vita e il benessere psicofisico del paziente, a ridurre ansia e depressione, contrastando gli eventi avversi legati ai trattamenti, come fatigue, anemia e neuropatie. L’esercizio fisico può incidere anche sugli esiti clinici, migliorando l’efficacia delle terapie, riducendo il rischio di recidiva, aumentando la probabilità di sopravvivenza: lo confermano le Linee guida internazionali dell’OMS che indicano come praticare attività fisica dopo una diagnosi oncologica sia associato a un minore rischio di mortalità.

Per approfondire questi argomenti, abbiamo intervistato la dottoressa Francesca Lanfranconi, Medico dello sport, Presidente Associazione Medico Sportiva di Lecco, Ricercatrice in Fisiologia umana, in occasione della presentazione a Milano di Be Active Lab (www.beactivelab.it), la piattaforma digitale, realizzata da Amgen con un team multidisciplinare di oncologi, ematologi, medici dello sport e chinesiologi, per offrire contenuti informativi e programmi di 70 esercizi-video personalizzati.

In che modo l’esercizio fisico può supportare il percorso di un paziente con diagnosi di tumore?
«Ad oggi disponiamo di numerose evidenze scientifiche che dimostrano come l’esercizio fisico sia un’importante opzione terapeutica, in combinazione con il trattamento oncologico in differenti tipologie di tumore e a vari livelli di gravità. È stato osservato, ad esempio, che le persone con una ridotta capacità cardiorespiratoria presentano una prognosi peggiore, mentre livelli elevati sono associati a una maggiore probabilità di sopravvivenza dopo una diagnosi di tumore. Un recente studio pubblicato sulla rivista JAMA Network Open (febbraio 2026), che ha preso in esame circa 17 mila persone con sette diversi tipi di neoplasia (vescica, rene, cavità orale, polmone, retto, endometrio e ovaio), ha evidenziato come le persone fisicamente più attive, sia prima sia dopo la diagnosi, presentino un rischio più basso di mortalità. Si è visto anche che, nelle persone con tumore del polmone e del retto, il passaggio da uno stile di vita sedentario a uno attivo dopo la diagnosi è risultato associato a una riduzione del rischio di morte per tumore. L’attività fisica da moderata a intensa, programmata ed effettuata con costanza, contribuisce inoltre a ridurre la fatigue correlata al tumore, a migliorare la forza muscolare e la capacità cardiorespiratoria, con benefici evidenti anche sulla qualità di vita, sia dal punto di vista fisico sia psicologico e sociale».

L’esercizio fisico “strutturato” può essere considerato una vera e propria terapia?
«Se da un lato questi benefici sono ormai consolidati nella pratica clinica, dall’altro le evidenze sul suo impatto diretto sulla prognosi di malattia sono ancora in evoluzione. Alcuni studi, come il CHALLENGE, pubblicato alla fine dell’anno scorso sul New England Journal of Medicine, in riferimento a persone con tumore del colon, hanno iniziato a dimostrare che programmi strutturati e personalizzati di esercizio fisico possono migliorare anche la sopravvivenza. Lo studio è stato condotto su circa 890 persone con tumore del colon: a fine terapia sono stati suddivisi in due gruppi: il primo faceva attività fisica tre/cinque volte la settimana (3 per chi effettuava esercizio intenso per 20 minuti e 5 volte per chi faceva esercizio moderato per 30 minuti), con esercizi cardiorespiratori, di equilibrio e coordinazione; l’altro gruppo seguiva consigli generici di uno stile di vita attivo. Il risultato, dopo 8 anni, ha evidenziato che il primo gruppo aveva un’aspettativa di vita dell’8% in più di chi non aveva fatto esercizio, con una riduzione del rischio relativo di morte e di recidiva di malattia o di nuovi tumori del 28%. L’importanza dell’effetto dell’esercizio fisico a fine terapia può essere addirittura equiparato a quello ottenuto con le nuove immunoterapie e terapie farmacologiche personalizzate di ultima generazione. Lo studio in questione ha messo anche in evidenza che sarebbe opportuno valutare l’effetto dell’esercizio fisico strutturato iniziato subito dopo la diagnosi oncologica e nei mesi successivi. Per avere questo dato ci vuole un’altra ricerca che richiede ulteriore tempo. Al momento non esiste ancora un livello di evidenza tale per cui l’esercizio fisico venga prescritto come “cura” in associazione alle terapie farmacologiche. L’esercizio fisico si configura però come un importante potenziale alleato a supporto delle cure, da integrare nel percorso oncologico. Purtroppo solo il 7% dei pazienti oncologici pratica regolarmente attività fisica. Le evidenze sono attualmente più solide nella popolazione adulta, mentre in ambito pediatrico c’è ancora molta ricerca da sviluppare: i tumori pediatrici sono infatti patologie rare e questo rende più complesso costruire studi e valutazioni solidi. Inoltre, la fisiologia della malattia è diversa nei bambini e negli adolescenti, e i risultati osservati negli adulti non sono automaticamente trasferibili, rendendo necessario approfondire la ricerca in questo ambito nei prossimi anni».

Come si costruisce un programma di esercizio di precisione?
«Innanzitutto, è bene inquadrare l’esercizio fisico strutturato come un’attività programmata e standardizzata, finalizzata al raggiungimento di obiettivi specifici, con una precisa definizione, durata e carico di lavoro, e calibrata sulle caratteristiche della singola persona, sia in termini di qualità sia di quantità. La costruzione del programma di allenamento parte da una valutazione iniziale delle capacità fisiche del paziente, che include parametri come forza, capacità cardiorespiratoria (o aerobica), flessibilità ed equilibrio. A distanza di circa tre mesi queste valutazioni vengono ripetute per monitorare i progressi e adattare il programma. Un elemento fondamentale è la possibilità di adattare quotidianamente il programma di allenamento: durante le fasi intensive del trattamento oncologico le condizioni della persona possono cambiare rapidamente, ad esempio per effetti collaterali come anemia, dolore o immunodepressione. In questi casi, l’esercizio viene modulato in stretta collaborazione con l’oncologo. Nelle fasi più stabili del percorso, invece, ad esempio quando i trattamenti sono meno intensi o in prossimità della loro conclusione, non è necessario un aggiornamento quotidiano, pur mantenendo un costante coordinamento tra le figure coinvolte nel percorso. Si devono valutare alcuni segnali: ad esempio, la comparsa di dolori muscolari nei due giorni successivi all’allenamento è normale; se però la fatica o la dolenzia persistono più a lungo, significa che il carico di lavoro è eccessivo rispetto alla capacità dell’organismo, e deve quindi essere ridotto e rimodulato».

Quali sono i meccanismi attraverso cui l’esercizio fisico agisce sull’organismo e sulla malattia tumorale?
«L’esercizio fisico ha diversi effetti sul microambiente tumorale a livello cellulare e biologico. In primo luogo migliora l’ossigenazione dei tessuti: mentre le cellule tumorali tendono a svilupparsi in un ambiente povero di ossigeno, l’attività fisica stimola il metabolismo ossidativo e indirizza ossigeno e nutrienti verso i tessuti sani, sottraendoli alle cellule tumorali che hanno un alto tasso di consumo energetico. Allo stesso tempo, ha un impatto importante sul sistema immunitario, modulandolo a più livelli e contribuendo a rafforzarne la capacità di risposta, un aspetto particolarmente rilevante considerando che molti tumori sono associati a una sua compromissione. Ci sono studi su modelli animali che dimostrano l’effetto sulla parte immunologica, in particolare relativa alle cellule che si chiamano neutrofili e sono pochissime nel nostro sistema immunologico. Quando sono attive, rappresentano una vera barriera capace di fermare il passaggio delle cellule tumorali. Sembra che l’esercizio fisico sia uno stimolatore naturale della duplicazione di queste cellule killer contro quelle tumorali. Un altro bersaglio dell’attività fisica sono i mitocondri, la nostra centrale energetica cellulare: in particolare l’esercizio fisico di tipo aerobico aumenta l’efficacia del mitocondrio e la disponibilità di energia nella cellula. L’esercizio interviene poi sulla gestione dei meccanismi alla base del dolore: favorisce la produzione di endorfine, con un effetto analgesico naturale paragonabile, in alcuni casi, a quello della morfina, contribuendo così a migliorare il benessere complessivo della persona con tumore».

Quanto è importante aumentare la sensibilizzazione su questi temi?
«Diffondere consapevolezza è fondamentale, soprattutto perché esiste ancora una forte barriera culturale. Per lungo tempo si è pensato che chi ha un tumore, in particolare durante la chemioterapia, dovesse soprattutto riposare, come se il riposo fosse di per sé curativo e riducesse il metabolismo delle cellule tumorali. Oggi sappiamo che non è così: l’esercizio è una sorta di terapia mirata che favorisce i tessuti sani a sfavore di quelli con cellule tumorali e può rappresentare un’opportunità concreta di supporto al percorso di cura. Si tratta quindi di un vero e proprio cambio di paradigma, che richiede un’evoluzione culturale all’interno della medicina, che si sta progressivamente avvicinando a questo approccio. In questo contesto, iniziative come Be Active Lab, una piattaforma dove gli esercizi, visibili e accessibili su suggerimento dell’oncologo, prescritti da un medico dello sport e proposti da un professionista di scienze motorie, possono rappresentare un passo importante nella giusta direzione. Oltre al forte valore educativo della piattaforma, che contribuisce a diffondere conoscenza e favorire una sempre maggiore integrazione dell’esercizio fisico nella pratica clinica, c’è anche la fattiva possibilità di accedere a un allenamento sicuro e personalizzato».

di Paola Trombetta

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