Mentre l’Italia si avvicina a un passaggio decisivo per il futuro del sistema giudiziario – il Referendum sulla riforma della giustizia previsto per il 22-23 marzo, che chiamerà i cittadini a confermare o respingere le modifiche approvate dal Parlamento in materia di magistratura e funzionamento dei tribunali – l’8 marzo è sempre un’occasione per riflettere sul cammino delle donne nella società e nelle istituzioni. Un momento storico per l’Italia è rappresentato dalla legge n. 63 del 1963, che aprì finalmente alle donne l’accesso alla magistratura, segnando una svolta decisiva nel percorso verso la parità nelle istituzioni. Con quella norma, approvata dal Parlamento con ampia maggioranza, il 9 febbraio 1963, vennero finalmente superate barriere legali e culturali che, nonostante i principi di uguaglianza sanciti dalla Costituzione, avevano fino ad allora escluso le donne dalla carriera giudiziaria, aprendo la strada a una partecipazione più piena e rappresentativa in magistratura, segnando un passo decisivo verso una giustizia più equa. L’articolo 3 della Costituzione afferma infatti l’uguaglianza di tutti i cittadini senza distinzione di sesso, mentre l’articolo 51 garantisce l’accesso agli uffici pubblici in condizioni di eguaglianza. Eppure, prima del 1963, persistevano ancora ostacoli normativi e pregiudizi culturali che impedivano alle donne di intraprendere il percorso nella magistratura. In quegli anni era ancora largamente diffusa l’idea che le donne non fossero adatte a ricoprire incarichi che richiedevano imparzialità e fermezza. Si sosteneva che la loro presunta emotività e sensibilità potessero rappresentare un limite nell’affrontare ambiti ritenuti “duri”, come il diritto penale. A ciò si aggiungevano argomentazioni di carattere pseudo-scientifico, secondo cui fattori fisiologici, come il ciclo mestruale o presunti stati di isteria, avrebbero compromesso la capacità di formulare decisioni lucide e ponderate. Venivano spesso richiamate anche motivazioni legate alla maternità: si affermava che gravidanze e responsabilità familiari potessero incidere sulla continuità e sulla stabilità dell’impegno professionale.
Si trattava di convinzioni profondamente radicate in una visione culturale oggi per fortuna ampiamente superata, che conduceva a una conclusione tanto semplicistica quanto ingiusta: ritenere le donne incapaci di esprimere giudizi sereni ed equilibrati. Non può non colpire, e suscitare indignazione, l’opinione espressa nel 1956 dal presidente onorario della Corte di Cassazione, Eutimio Ranelletti, che descriveva la donna come «fatua, leggera, superficiale, emotiva, passionale, impulsiva, testarda e anche approssimativa, negata quasi sempre alla logica, dominata dal “pietismo”, che non è la “pietà”; e quindi inadatta a valutare obiettivamente, serenamente, saggiamente, nella loro giusta portata, i delitti e i delinquenti». Parole che oggi appaiono sconcertanti, ma che riflettevano un orientamento culturale all’epoca molto diffuso, incline ad una pretesa incapacità femminile di esercitare con equilibrio e razionalità la funzione giuridica.
A riportare la citazione e ricostruire con rigore e profondità quel contesto storico e culturale è il volume “Magistrate finalmente”, di Eliana Di Caro, giornalista del Sole 24 Ore, che ripercorre le resistenze, i pregiudizi e le battaglie che hanno segnato l’ingresso delle donne nella magistratura italiana, aprendo la strada a un cambiamento profondo nella composizione della magistratura stessa. Graziana Calcagno, Emilia Capelli, Raffaella d’Antonio, Giulia De Marco, Letizia De Martino, Annunziata Izzo, Ada Lepore, Gabriella Luccioli sono le «temerarie» vincitrici del primo concorso che, nel 1963, aprì le porte della magistratura alle donne: figure d’eccellenza, sconosciute ai più, che si misero in gioco sfidando il pregiudizio maschilista fortemente radicato in ambito giudiziario. Ci sono diversi episodi che raccontano il clima di diffidenza e di non adeguata considerazione delle neo giudici. Graziana Calcagno, quando ormai era già approdata in Corte d’Appello agli inizi degli anni 80, incontrò l’ostilità di un collega che si rifiutava persino di sedere con lei, in quanto donna, in Camera di Consiglio. Molte interviste sembrano parlare anche della situazione odierna: Emilia Capelli, giudice tutelare, poi con ruoli diversi al Tribunale per i minorenni, nonché presso il Tribunale civile e penale ordinario, viene prima destinata a Milano e poi a Piacenza, «una sede disastrata, sovraccarica di lavoro, sempre con gente di passaggio».
Sono problemi di grande attualità: gli organici scoperti, i carichi esigibili di lavoro, il turn over negli uffici giudiziari e non ultimo l’importanza di cambiare funzioni. «È indubbio che l’ingresso delle donne abbia introdotto nuove sensibilità e approcci interpretativi nella giurisprudenza, consentendo una visione più completa e approfondita, soprattutto su temi come la violenza domestica, il diritto di famiglia, la tutela dei minori e dei diritti civili: settori in cui dominava per forza di cose uno sguardo esclusivamente maschile. Contribuendo al contempo a rendere la magistratura maggiormente rappresentativa della società e a promuovere una giustizia inclusiva e moderna», osserva Di Caro. «Il corretto esercizio della giurisdizione presuppone il contributo integrato del pensiero, delle competenze e della sensibilità di giudici appartenenti a entrambi i generi». Molto è certamente cambiato nella cultura dei giudici, se è vero che sono sempre meno frequenti le decisioni influenzate da quegli stereotipi culturali che negli anni passati avevano giustificato palesi discriminazioni nelle cause di lavoro, di separazione e di divorzio, nei processi per i reati di maltrattamenti, di violenza e di femminicidio, condizionando sia il momento di acquisizione delle prove sia quello del giudizio.
Gabriella Luccioli, prima donna approdata alla Corte di Cassazione nel 1988, presiedette il collegio dell’Alta Corte che si pronunciò sul caso di Eluana Englaro, autorizzando la sospensione delle cure forzate. In sintesi, la sentenza segnò un punto di svolta: affermò che la tutela della dignità personale comprende non solo il diritto a vivere, ma anche quello a rifiutare trattamenti sanitari, quando lo stato vegetativo è permanente e irreversibile e se c’è il consenso del tutore, sotto controllo del giudice. Aprendo la strada alla successiva evoluzione legislativa in materia, anticipò la futura importanza del cosiddetto testamento biologico, che avrebbe trovato riconoscimento normativo solo anni dopo. Sua la sentenza per la corretta quantificazione dell’assegno di divorzio: da mero strumento assistenziale a strumento con funzione perequativo-compensativa, superando il criterio del tenore di vita in favore dell’autoresponsabilità economica. O quella che legittimò l’affido di un bambino a una coppia omosessuale, affermando che avrebbe potuto crescere in modo equilibrato e che non vi sono “certezze scientifiche o dati di esperienza che provino il contrario”.
Oggi, dopo oltre sessant’anni da quella svolta legislativa, il panorama è profondamente cambiato. Le donne rappresentano la maggioranza dei magistrati in servizio: su circa 9.660 toghe attualmente in Italia, quasi il 57% è costituito da donne (56,7% secondo i dati del Consiglio Superiore della Magistratura). Non solo partecipano ai concorsi, ma spesso li vincono, con percentuali di idonee che negli ultimi anni oscillano tra il 56% e il 69%. Tuttavia, il sorpasso numerico non si traduce automaticamente in un equivalente peso nei ruoli decisionali. Se si osservano gli incarichi direttivi, circa il 75% è ancora ricoperto da uomini, che continuano a prevalere nelle posizioni apicali e nelle funzioni di guida degli uffici giudiziari. La presenza femminile cresce leggermente nei soli uffici giudicanti, dove le donne alla guida sono circa il 31%, mentre scende al 22,3% negli uffici requirenti. Numeri che evidenziano come la questione di genere resti particolarmente sensibile proprio nell’assegnazione degli incarichi più rilevanti sotto il profilo direttivo, decisionale e di coordinamento. Emblematico è il fatto che la nomina della prima donna alla carica di Prima presidente della Corte di Cassazione, Margherita Cassano, sia avvenuta soltanto nel marzo 2023. Nel CSM, l’organo di autogoverno della Magistratura italiana incaricato di assegnare i magistrati agli uffici giudiziari dopo il superamento del concorso, di stabilire le destinazioni nei tribunali e procure e di occuparsi di trasferimenti e promozioni, le donne rappresentano appena un terzo dei membri elettivi. Tra i togati eletti dalla magistratura, 6 su 20 sono donne; tra i membri laici scelti dal Parlamento, 4 su 10 sono donne. Nel complesso, la presenza femminile nel CSM si attesta quindi intorno al 33–35% dei componenti elettivi.
È un paradosso evidente: le donne vincono i concorsi e costituiscono la maggioranza della magistratura, ma incidono ancora poco nei luoghi in cui si prendono le decisioni più rilevanti. Nel dibattito sul referendum, questo squilibrio di genere sembra dissolversi. L’attenzione pubblica si concentra sugli equilibri di potere e sui rapporti tra magistratura e politica, mentre resta quasi del tutto in ombra la disparità di genere nei luoghi in cui si decidono concretamente le carriere dei magistrati. Fino a quando continueremo a ignorare questo dato?
Qualunque sia l’esito del referendum, che vinca il Sì o il No, non c’è scusa: è tempo di denunciare e combattere senza indugi quelle logiche sessiste mascherate come “normali” che continuano a soffocare la vera parità. La magistratura, a tutti i livelli, ha bisogno di donne capaci, competenti e determinate a trasformare davvero l’amministrazione della giustizia. E servono anche magistrati pronti a rifiutare logiche di spartizione di incarichi e promozioni, che ignorano il merito, uomini o donne che siano.
di Cristina Tirinzoni