Un Natale diverso, tra gli ultimi del mondo 

“Ad Haiti il Natale non è come nel resto del mondo… Ad Haiti è Natale ogni giorno, perché in quest’isola, come duemila anni fa, il 25 dicembre come il resto dell’anno, si nasce ancora in una capanna, o nella sua versione metropolitana, in una baracca di lamiera. Solo che il bue e l’asinello non ci sono e neanche i pastori. E tante povere (Ma)donne nere spesso vedono morire i loro figli appena nati, quando non sono loro stesse a morire, lasciando soli neonati e fratellini. Se Natale vuol dire nascita, luce, annunciazione, ad Haiti è Natale ogni giorno perché queste si trovano ad ogni angolo, in ogni sguardo, perché, nel contrasto quotidiano con la morte, emerge nonostante tutto la vita, la rinascita più vera, più forte… Ed è nascita ogni giorno all’Ospedale pediatrico NPH Saint Damien, dove nel nuovo reparto maternità, allestito subito dopo il terremoto in gran fretta e rifatto poi grazie agli aiuti italiani, nascono oggi 15 bambini ogni giorno, salvati da probabile morte per gravidanze a rischio e parti prematuri di giovani donne spesso malnutrite, con parti assistiti spesso da ostetriche e ginecologi volontari italiani”… (dal libro “Sorprese di Natale”, per la serie Quaderni di Storia, Angels Editore).

A riportare queste considerazioni sulle condizioni di vita e la realtà dell’ospedale pediatrico di Haiti è Maria Vittoria Rava, avvocato e presidente della Fondazione Francesca Rava, creata nel 2000 in memoria della sorella Francesca, morta prematuramente in un incidente d’auto. E proprio grazie alla Fondazione Rava sono stati raccolti i fondi necessari per creare questo ospedale pediatrico. Ogni anno il Saint Damien ospita e salva da morte sicura più di 80mila bambini: su una popolazione di 11 milioni di abitanti, è l’unico ospedale pediatrico e non è certo sufficiente per assistere le decine di migliaia di bambini che vivono in condizioni di assoluta povertà e malnutrizione.

Come è nata l’idea di questo ospedale, interamente finanziato dalla vostra Fondazione?
«Dopo la morte improvvisa di mia sorella per un incidente d’auto, 17 anni fa, ho cercato di reagire al mio grande dolore facendo qualcosa per gli altri. In quell’anno il destino mi aveva fatto incontrare l’organizzazione umanitaria N.P.H. Nuestros Pequenos Hermanos (Nostri Piccoli Fratelli), nata per salvare i bambini di strada nei Paesi più poveri dell’America Latina, che in 62 anni ha costruito Case-Orfanotrofio in Messico, El Salvador, Honduras, Haiti, Nicaragua, Repubblica Dominicana, Guatemala, Bolivia e Perù. Volevano aprire in Italia un ufficio di raccolta fondi e, all’inizio, mi sono organizzata per questo. Dopo essere stata in Messico, prima, e ad Haiti, poi, dove ho conosciuto il medico in prima linea Padre Rick Frechette, mi sono così appassionata a questi progetti che ho dato tutta me stessa e il mio lavoro per realizzarli. Tra questi la costruzione del nuovo Ospedale Pediatrico di Saint Damien ad Haiti, trasformando quello vecchio che prima occupava le stanze di un hotel in un ospedale moderno e attrezzato, simile ai nostri centri di eccellenza pediatrici. La lungimiranza del progettista friulano, ingegner Alessandro Cecchinato, che l’aveva costruito secondo criteri antisismici, ha permesso a questo edificio di rimanere in piedi, nonostante il terribile sisma del 2012, che ha provocato più di 300mila morti, con il crollo di palazzi, come quello dell’ONU, dove lavoravano più di 300 persone».

Quanti bambini cura questo ospedale e com’è strutturato? Come viene gestita la formazione del personale locale?
«È un ospedale moderno, con tutte le attrezzature d’avanguardia ed è “gemellato” con diversi ospedali italiani, come il Buzzi di Milano, il Bambino Gesù di Roma, il Gaslini di Genova. Dispone di 200 posti letto per la degenza: nell’80% dei casi sono ricoverati bambini in condizioni molto gravi. Oltre alla malnutrizione, che è praticamente la prima causa di morte, i bimbi sono colpiti da infezioni polmonari, a causa delle precarie condizioni di vita nelle “slams”, le baracche di lamiera dove la gente vive. Le altre patologie più frequenti sono l’epatite, il tetano, il colera, l’Aids. C’è anche un reparto di degenza per bambini con tumore dove vengono praticate le terapie contro il dolore. E un reparto di neonatologia, dotato di incubatrici, per salvare dalla morte bambini nati prematuri. E poi funzionano tanti ambulatori per le visite, per i piccoli interventi chirurgici in day-hospital, e sale parto dove curiamo e salviamo non solo i neonati, ma anche le mamme che arrivano a partorire in condizioni estreme. Nell’ospedale lavorano medici, infermieri e personale tutto haitiano che viene formato e aggiornato ogni anno dai medici italiani. Nei prossimi giorni partirà per Haiti il primario della Chirurgia pediatrica del Gaslini di Genova, dottor Girolamo Mattioli, per una “missione di formazione” dei medici del Saint Damien. E contemporaneamente una giovane chirurga haitiana verrà al Gaslini di Genova a fare pratica. Come Fondazione ci siamo impegnati a promuovere protocolli di aggiornamento triennali dei medici locali con i nostri specialisti italiani. Oltre all’ospedale, abbiamo creato nelle vicinanze una casa-orfanotrofio e una trentina di scuole di strada, nei quartieri più poveri. Per aiutare i bambini, abbiamo promosso le adozioni a distanza. E non sono rari i casi di giovani che sono riusciti a laurearsi e che ora lavorano per l’ospedale o promuovono attività umanitarie».

Cosa rappresenta per lei questo progetto e quale è stata l’esperienza più emozionante che ha provato in questi anni?
«Haiti, e in particolare questo ospedale, rappresentano per me una seconda casa. E specialmente il Natale è il momento più significativo ed emozionante. Con la mia famiglia, marito e due figli di 15 e 16 anni, da sette anni trascorriamo ad Haiti queste festività. Qui il senso del Natale è molto forte: c’è un contrasto estremo tra la vita e la morte, tra la gioia e la sofferenza. Mi è capitato di trascorrere la notte di Natale nelle corsie dell’ospedale, accanto alle mamme che assistevano i loro bambini malati. E poi di gioire con loro per l’avvenuta guarigione! Sono forti le emozioni che si provano in questo Paese: la gente è povera, umile, ma anche con una grande dignità e solidarietà, consapevole dei veri valori della vita. Se dai una pagnotta a un bambino, non la mangia da solo, ma la distribuisce ai bimbi che gli stanno intorno. Anche nella povertà, c’è una grande solidarietà e condivisione. E questo è il vero senso del Natale!».

di Paola Trombetta

 

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