UNA FESTA ANTICA COME IL MONDO

Si celebra la seconda domenica di maggio. È la festa della mamma. Le parvenze commerciali -fiori, regali e un certo strascico di retorica- possono indurre a banalizzarla. In realtà, le sue origini ‘ufficiali’ risalgono al 1914. Anno in cui il presidente americano Woodrow Wilson indice il Mother’s Day. A volere fortemente questa ricorrenza è Ana Jarvis di Philadelphia (1864-1948): alla morte della madre, a cui era molto legata, persuade la sua parrocchia a Grafton, nel West Virginia, a ricordarla la seconda domenica di maggio. L’anno successivo tutta Philadelphia celebra la festa della mamma. Ana e i suoi sostenitori iniziano, così, a scrivere petizioni a ministri, uomini d’affari e membri del Congresso.

Alla fine, la loro determinazione viene premiata. Ana sceglie il garofano – fiore preferito dalla madre, poi sostituito dalla rosa – per simboleggiare la giornata: rosso per le mamme in vita, bianco in ricordo di quelle scomparse. La stessa data è adottata anche in Italia, Danimarca, Finlandia, Turchia, Australia e Belgio. In Norvegia cade, invece, la seconda domenica di febbraio, in Argentina la seconda di ottobre, mentre in Francia viene vissuta – l’ultima domenica di maggio – come anniversario della famiglia. Come sempre, fa storia a sé la Gran Bretagna che, fin dal 1600, celebra il Mothering Sunday, in marzo, la quarta domenica di Quaresima. All’epoca, chi lavorava come servitore per le famiglie ricche e nobiliari, viveva spesso nelle case dei padroni. In quel giorno di libera uscita, si poteva tornare a casa e trascorrere un po’ di tempo con le madri, regalando loro un dolce speciale, chiamato ‘mothering cake’.

La celebrazione della figura materna nel mese di maggio ha in realtà rimandi ben più antichi. Proprio in questo periodo dell’anno, contrassegnato dal gioioso risveglio della natura, dall’esplosione di colori e profumi, gli antichi celebravano la dea madre legata alla fertilità. A conferma dell’alone di intangibile sacralità che da sempre la circonda, in quanto dispensatrice di vita. Fin dal Paleolitico, compare infatti la rappresentazione della dea incinta o nella posizione di partoriente o sotto forma di animale: orsa, cerva, daina, bisonte femmina o giumenta. I greci, ogni anno festeggiavano Rea, progenitrice di tutte le divinità (anche maschili) dell’epoca classica. Il suo compagno Crono aveva una brutta abitudine: ingoiava tutti i maschi da lei partoriti, per impedire che la profezia – essere spodestato dal figlio – si avverasse. Disperata e, ancora una volta incinta, Rea si nasconde in una caverna del monte Ida sull’isola di Creta, dando alla luce Zeus in gran segreto. Al suo posto, consegna all’avido coniuge un fagottino contenente una pietra da inghiottire! Consentendo così al divino pargolo di diventare il signore dell’Olimpo.

Il culto di Rea, mamma esemplare, si diffonde anche in Asia minore e tra i Romani, che la chiamano Cibele. Raffigurata sul trono tra due leoni o leopardi, con un tamburello in mano e una corona turrita sul capo, è venerata come Grande Madre, dea della natura, degli animali e dei luoghi selvatici. Dalle feste pagane a quelle cristiane il passo è breve. Fin dalla nascita della chiesa cristiana, a Cibele, madre di Giove subentra Maria, madre di Cristo. Non a caso, dunque, è maggio il mese a lei dedicato.

Venerata, dunque, fin dalle epoche più antiche, la madre è una figura universalmente riconosciuta grazie a due connotazioni simboliche: l’addome, che porta in sé la pienezza della vita e il seno, veicolo della sua trasmissione attraverso il latte, alimento per eccellenza. Un gesto ‘primario’, quello di nutrire il proprio bimbo, che accomuna tutte le mamme del mondo. Ma anche percepito con sfumature diverse a seconda delle culture e degli stili di vita. Ecco alcuni esempi, tra i più emblematici.

In Cambogia, Cina e Vietnam, la giovane madre deve restare chiusa in casa un mese dopo il parto, perché ritenuta vulnerabile al freddo e… alla magia. Per predisporsi nel modo migliore all’allattamento, che durerà oltre un anno, mangia solo cibi detti ‘caldi’: pollo, maiale, zenzero, riso bollito, tè, sale e pepe. I primi giorni getta via il colostro (il primo latte dopo la nascita), perchè lo considera ‘vecchio’, sostituendolo con tè o acqua zuccherata.

In Giappone, oltre a incoraggiare gli alimenti ‘caldi’, si dona alla neo-mamma un’immaginetta sacra per aiutarla nelle sue preghiere e avere più latte.

In India, le partorienti non possono uscire di casa per i primi 40 giorni e, in genere, trascorrono questo periodo dalla madre. E mentre allattano, si nascondono dietro il velo.

Nel Mali, si crede che il latte materno crei un legame ‘di sangue’ tra madre e figlio. Per questo, quello in polvere viene utilizzato molto raramente e i bambini sono svezzati intorno ai due anni di età.

In Europa dell’Est Dopo ogni poppata, la mamma aggiunge un integratore, perché pensa che il latte materno non basti. E disinfetta sempre il seno e la bocca del bambino.

Nelle culture ispaniche, la madre osserva la ‘cuarentena’, un periodo di riposo di 40 giorni. E predilige formaggi, tortilla, caffè macchiato, cacao e pollo, considerati i più consoni all’allattamento. Pensa che il freddo diminuisca la produzione di latte, mentre il caldo eccessivo lo renda difficile da digerire. Niente spezie, prezzemolo e verdure, mentre birre scure e malto giovano al latte. Attende parecchi giorni prima di allattare, considerando ‘sporco’ il colostro. Anche lo stress danneggia, mina la qualità del latte: per proteggere il bambino dai suoi effetti nocivi opta, talvolta, per il biberon. Lo svezzamento, infine, è d’obbligo entro i 3 mesi di età: altrimenti il latte diventa troppo diluito e può nuocere al piccolo.

Nei paesi musulmani il Corano, testo sacro dell’Islam, raccomanda l’allattamento materno per 2 anni. Le donne in attesa e quelle che allattano sono dispensate dal ‘ramadan’, ma obbligate a digiunare subito dopo. Spesso, il padre recita una preghiera speciale, prima che il bambino venga allattato ma, in sua assenza, può farlo anche la madre.

di Monica Caiti

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