Efficacia e aderenza: il nodo cruciale della terapia contro l’HIV

Trasformare l’infezione da HIV da mortale a cronica, auspicabilmente entro il 2030. Un obiettivo oggi possibile grazie all’innovazione scientifica e terapeutica che ha reso disponibili terapie a lento rilascio, Long Acting, da garantire a tutta la popolazione che ne può beneficiarne. «Tali terapie devono essere studiate per soddisfare le esigenze della persona/paziente», dichiara Antonella Castagna, primario di Malattie infettive dell’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano e professore di Malattie infettive dell’Università Vita-Salute San Raffaele, intervenuta alla presentazione di “Aderenza in Hiv”, la nuova sezione del sito ViiV Healthcare dedicata alla continuità di cura. «Questa combinazione di fattori, efficacia terapeutica, maneggevolezza e facilità di assunzione, sono le misure necessarie e fondamentali per assicurare aderenza alla terapia, regolare, precisa e puntuale. Questi farmaci, infatti, sono studiati su concentrazioni costanti affinché la persona non debba ricordare ogni giorno di vivere con l’infezione da HIV». Tale esigenza di “libertà” è emersa anche dal recente studio Positive Perspectives 3 che ha messo in luce come le persone con HIV desiderino slegarsi dall’assunzione quotidiana della compressa. «Lo studio prevedeva di intervistare persone con HIV che frequentano i nostri ambulatori: nella stragrande maggioranza dei casi non presentavano più virus nel sangue», spiega Davide Moschese, ricercatore del Dipartimento di Malattie infettive dell’Ospedale Luigi Sacco e dell’Università degli Studi di Milano. «Questo conferma due importanti aspetti: l’alta efficacia dei farmaci e l’assunzione regolare della terapia. Tuttavia, indagando su come fosse la loro aderenza alla cura, circa la metà dei pazienti ha confessato di saltare le compresse ogni tanto, sia intenzionalmente che per dimenticanza. Ciò sottolinea che l’efficacia della terapia deve essere sostenuta dal percorso di trattamento e cura più vicino ai bisogni reali delle persone, superando, laddove necessario, i limiti della quotidianità».

Dati ed evidenze che coincidono anche con un sondaggio quali-quantitativo sul tema della capacità e percentuale di pazienti che mantengono un percorso terapeutico nel tempo senza abbandonarlo prematuramente, e delle retention in care, cioè la capacità di mantenere un paziente legato nel tempo ai servizi sanitari e al team di cura, che ha coinvolto 50 medici e 101 pazienti. L’indagine ha fatto osservare che circa il 50% delle persone partecipanti dimentica occasionalmente la terapia, nella maggior parte dei casi meno di una volta al mese. Dal lato dei clinici emerge invece una significativa eterogeneità nella definizione operativa di “non aderenza”: per alcuni il problema si configura solo quando il paziente dimentica frequentemente le dosi previste, mentre altri considerano già rilevanti dimenticanze occasionali o assunzioni mancate sporadicamente. «L’indagine mostra con chiarezza – commenta Stefano Rusconi, primario di Malattie Infettive dell’Ospedale Civile di Legnano e associato di Malattie Infettive all’Università degli Studi di Milano, co-autore della pubblicazione – che l’aderenza non è solo un tema di pillole prese o dimenticate, ma il risultato di un percorso di cura che coinvolge il sistema sanitario, le persone con HIV e le loro reti di supporto. Se quasi una persona su due riferisce dimenticanze, anche occasionali, significa che è necessario lavorare maggiormente sulla continuità di relazione, sull’ascolto dei bisogni e su modelli organizzativi che facilitino la retention in care». Quindi cosa si può concludere? «I farmaci antiretrovirali a lento rilascio, iniettabili, offrono tutti gli elementi per ridurre in modo significativo la circolazione del virus: la partita si gioca nel coinvolgimento attivo delle persone vulnerabili – riassume la Professoressa Castagna – cioè di chi, per diverse ragioni, non trova una risposta completa nella terapia orale, non riesce ad inibire stabilmente la replicazione del virus o rischia di effettuare la prevenzione dell’infezione in modo irregolare. È in questo contesto che bisogna intervenire offrendo opzioni farmacologiche che garantiscano maggior aderenza».

Francesca Morelli

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