«Tutto è iniziato con una stanchezza infinita. Dagli esami del sangue si era evidenziata una riduzione delle piastrine. Non c’era all’epoca una cura specifica: prendevo solo la cardioaspirina per tenere fluido il sangue. E questo è durato parecchi anni, finchè mi hanno diagnosticato una trombocitosi. Poi ci sono stati altri cambiamenti nel sangue: minor produzione di piastrine e di emoglobina. A questo punto mi è stato fatto il controllo del midollo e da lì è risultata la mielofibrosi. Non avevo sintomi specifici, ma il medico si è accorto perché i miei esami erano peggiorati. All’epoca, avendo meno di 70 anni, mi proposero come soluzione il trapianto: analizzarono il sangue dei miei figli, dei fratelli, per valutare la compatibilità. Nel frattempo avevo assunto un farmaco per quasi due anni: mi ha aiutato per ridurre il volume della milza, che nel frattempo si era ingrossata, ma sull’emoglobina non aveva effetto. Ho cominciato nel 2022/2023 ad avere sintomi ben precisi, tra cui una grande debolezza che mi impediva addirittura di uscire di casa: questo dipendeva dall’emoglobina che continuava a scendere e sotto gli 8 g/dl ho dovuto fare le trasfusioni, in maniera sempre più ravvicinata, fino a una alla settimana. E’ una situazione bruttissima e subentra lo sconforto e soprattutto di notte, a causa dell’ulteriore abbassamento di emoglobina, avevo la sensazione come se il cuore mi battesse in testa. All’epoca avevo un’attività lavorativa che ho dovuto interrompere, perché non riuscivo a gestire il lavoro e la casa. Nel frattempo continuavo a fare trasfusioni e la vita era peggiorata: mi si era accumulato ferro soprattutto nel fegato e questo mi faceva stare veramente male! Il medico mi disse che la mia malattia era peggiorata e il mio midollo produceva sempre meno emoglobina e altri composti del sangue. Praticamente avevo un tumore, allora benigno, che poteva trasformarsi nel tempo. Lo specialista mi propose un nuovo farmaco che non c’era ancora in Italia e arrivava dall’estero, come “cura compassionevole”. All’inizio ho avuto effetti collaterali pesanti, con vomito e problemi intestinali. Dopo qualche mese finalmente è aumentata l’emoglobina (11,5 g/dl) e da quel momento mi è cambiata la vita. Sto assumendo questo farmaco (momelotinib) dal 2024, una volta al giorno. Ora sono in grado di fare tutte le cose che facevo prima che mi venisse diagnosticata la malattia. Il mio desiderio per questo nuovo anno era quello che la mia condizione clinica migliorasse. Per ora si è avverato e l’effetto più emozionante è stato di prendere in braccio la mia nipotina, mentre prima non riuscivo a sollevare nulla, neppure a rifare il letto».
La commovente testimonianza di Barbara Bincoletto conferma come questa malattia oncologica del sangue, mielofibrosi, possa oggi essere controllata con l’assunzione del farmaco, momelotinib, che ha cambiato la vita ai pazienti.
Con l’aiuto della professoressa Elena Rossi, associato di Ematologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e responsabile del Day Hospital di Ematologia del Policlinico Gemelli, cerchiamo di approfondire di quale malattia stiamo parlando e quali le novità terapeutiche.
Che tipo di malattia è la mielofibrosi e quali sono i sintomi?
«E’ un tumore del sangue, ad evoluzione cronica, che colpisce il midollo osseo. Il paziente si accorge della patologia per sintomi come astenia, stanchezza. Ci possono essere anche reazioni infiammatorie dell’organismo, come sudorazioni inspiegabili; manifestazioni emorragiche come ematomi, ecchimosi, legate alla carenza di piastrine, che fanno coagulare il sangue; aumentato rischio di infezioni, a causa della riduzione dei globuli bianchi».
La malattia viene riconosciuta dal medico di base? Quando occorre rivolgersi all’ematologo?
«Il sintomo anemia è molto generico e diffuso in numerose patologie. Il medico di medicina generale è il primo filtro e necessariamente ci si deve rivolgere a lui. Il medico di base può fare uno screening preliminare, dosando il ferro e le vitamine, per capire se magari il paziente ha problemi di malnutrizione legati all’apparato gastro-intestinale. Se invece i valori di ferro e di vitamine sono nella norma, sarà il medico stesso a indirizzare il paziente dall’ematologo».
A quale età colpisce questa malattia? C’è differenza di genere?
«Non c’è differenza di incidenza tra uomini e donne. Solitamente colpisce le persone tra i 60 e 70 anni, ma stiamo assistendo anche a diagnosi più precoci, che ci permettono di somministrare prima le terapie e di cronicizzare la malattia e bloccarne il processo evolutivo».
A proposito di terapie, quali i farmaci più usati, prima dell’arrivo delle nuove molecole?
«Nel passato, fino a 15 anni fa, abbiamo utilizzato l’idrossiurea, un chemioterapico tradizionale per uso orale. Lo scopo era soprattutto di ridurre le dimensioni della milza, ma non funzionava molto. Poi è nato il primo JAK inibitore (ruxolitinib) che ha dato ottime risposte sulla riduzione della milza e sulle condizioni sintomatologiche del paziente. Ma non migliorava l’anemia e, in taluni casi, addirittura la peggiorava: l’arrivo di momelotinib ha risposto a questo bisogno, anche nei pazienti che avevano peggiorato l’anemia con il farmaco precedente».
Potrebbe per cortesia spiegarci cos’è JAK inibitore e qual è il meccanismo d’azione di questi nuovi farmaci?
«JAK è la mutazione molecolare, cioè il punto dove il DNA ha commesso un errore da cui si generano le patologie mieloproliferative: esiste un recettore, che si chiama JAK, presente nelle cellule staminali del midollo osseo, che coordina la produzione di globuli rossi, bianchi, piastrine. Dove questo recettore è alterato, si scompensa anche la produzione di tutte le cellule del sangue. Agendo a monte su questo recettore, come fa il farmaco momelotinib, il midollo riprende la sua normale attività di produzione delle cellule del sangue».
Anche la leucemia è causata dalla mancata maturazione di alcune cellule del sangue: in cosa si distingue rispetto alla mielofibrosi?
«Anche la leucemia ha un’alterazione di tipo tumorale. Si rileva nel sangue un elevato numero dei cosiddetti “blasti”, cellule maligne immature: se non viene curata, il midollo e il sangue si riempiono di queste cellule maligne e il paziente muore per insufficienza delle altre cellule. Nella mielofibrosi, invece, il midollo rallenta progressivamente la sua capacità di maturare: si riempie di fibre e non produce più le cellule, ma è un processo più lento e reversibile: con l’uso di farmaci mirati, come momelotinib può riprendere la sua attività produttiva delle cellule del sangue».
Qual è la novità di questo nuovo farmaco, momelotinib?
«La novità è che questo farmaco non è solo un JAK inibitore, ma agisce su una sostanza, epcidina, molecola che fa compiere all’organismo errori per metabolizzare il ferro: anziché produrre globuli rossi, si accumula in alcuni organi, come la milza, ma soprattutto il fegato. Questo nuovo farmaco riduce l’epcidina, rendendo di nuovo disponibile il ferro per produrre globuli rossi».
Quando si deve ricorrere al trapianto di midollo? Esiste un limite d’età?
«Solitamente dopo i 70 anni non si può più accedere al trapianto, anche se bisogna tener conto che occorre sempre personalizzare le terapie, perché i settantenni di oggi sono molto spesso persone attive e con un fisico in buono stato. Il trapianto prevede che ci siano midolli compatibili, prevalentemente un familiare o qualcuno alla banca dei donatori di midollo. Il paziente deve essere in buone condizioni generali, con la milza ridotta, non deve essere anemico, altrimenti c’è un ulteriore rischio di affaticare cuore e reni. Prima bisogna sottoporre il paziente alla chemioterapia, per distruggere le cellule neoplastiche e ripulire tutto, per poter infondere il midollo nuovo. Se c’è un paziente, con il cuore già affaticato, il rene compromesso, la milza ingrossata, polmoni con infezioni non si può praticare il trapianto. Il trapianto è la soluzione migliore per chi ha un alto rischio di passare da una patologia cronica ad acuta: c’è un pericolo di evoluzione leucemica in un paziente con mielofibrosi, se ha mutazioni molecolari particolari, che si aggiungono a JAK 2, questo paziente ha una probabilità di sopravvivenza ridotta, rispetto a chi ha solo la mutazione JAK 2, che ottiene invece beneficio dal nuovo farmaco. Questi pazienti, con un quadro clinico più complesso, sono candidati al trapianto: se intercettati precocemente hanno buone possibilità di sopravvivere».
di Paola Trombetta