Sono solo 324 mila i nuovi nati nel 2024: un minimo storico che induce a riflettere. Del resto anche il tasso di fecondità è fermo a 1,18 figli per donna. La riduzione della fertilità e le scelte tardive di programmare una gravidanza sono tra le cause della ridotta natalità nel nostro Paese. E la Medicina della Riproduzione si configura come una risposta concreta a questi cali demografici. Per questo gli specialisti hanno prospettato un’estensione della PMA nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), non solo per le pazienti oncologiche, come oggi già avviene, ma anche per le donne con endometriosi, sclerosi multipla, e menopausa precoce, come ha puntualizzato il professor Nicola Colacurci, presidente di Fondazione Benessere Donna, al convegno presso Palazzo Wedekind a Roma “Prevenzione della Fertilità e Medicina della Riproduzione”, promosso da Fondazione Benessere Donna e dalla rivista di Politica Sanitaria Italian Health Policy Brief (IHPB), con il contributo di Merck Serono e l’organizzazione di ALTIS.
Nell’occasione abbiamo intervistato la dottoressa Elsa Viola, Presidente della SIGO (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia), già Responsabile della Struttura di Ecografia ostetrico-ginecologica e Diagnosi prenatale dell’Ospedale Sant’Anna di Torino.
Negli ultimi anni si è notevolmente abbassato il livello di fertilità nelle donne che oggi raggiunge il minimo storico di 1,18 figli per donna. Quali sono le motivazioni?
«È un argomento a cui non pensiamo spesso, ma la fertilità comincia a diminuire già intorno ai 30 anni per raggiungere il picco dai 35 in poi. Quindi l’età materna gioca un ruolo fondamentale. È chiaro che la biologia della fertilità non coincide con la vita attuale, perché anche noi donne abbiamo delle priorità diverse. Non possiamo più pensare di chiedere a una donna di avere figli a 20 anni, anche se a questa età c’è il picco della fertilità. Il nostro ruolo può essere duplice: informare le donne e la popolazione in generale, che la fertilità diminuisce con gli anni ed è possibile attenzionare la salute femminile con stili di vita regolari di cui parliamo sempre, ma dovremmo anche sensibilizzare sull’assunzione di acido folico, prima del concepimento, per la prevenzione di anomalie fetali come la spina bifida, il cui uso in Italia raggiunge livelli molto bassi. Però bisogna anche essere concreti che il tipo di vita non è più quello degli inizi del ‘900 e occorre fare mediazione, con campagne di informazione, parlando di genitorialità e non solo di maternità, considerando che il figlio si fa in due, che sono possibili iniziative sociali come gli asili nido aziendali, i permessi retribuiti ad entrambi, che possono venire incontro alle esigenze della donna e della coppia. Mi viene in mente la Campagna promossa dall’Istituto Superiore di Sanità sulla paternità consapevole, sul ruolo fondamentale dei padri. Noi siamo la prima generazione che sta vivendo una “rivoluzione copernicana”: le donne non hanno più il “dovere” di fare figli, ma è una decisione che spetta a lei e al partner e deve coinvolgere anche i professionisti della salute, i politici e le istituzioni sociali e non dobbiamo dare solo la colpa alle donne che non fanno figli».
In realtà la donna posticipa sempre più il progetto di una gravidanza? Come ovviare questa situazione?
«Non è solo la donna a ritardare il progetto di una gravidanza per motivazioni legate spesso al lavoro e all’instabilità sociale. Anche gli uomini posticipano il desiderio di paternità e questo dato non è solo italiano, ma interessa tutti i Paesi sviluppati. Occorre diffondere la conoscenza che la fertilità diminuisce con l’età, fare prevenzione mediante visite e test di screening, ricevere vaccini, che potrebbero influire sulla gravidanza e poi pensare che, se si vuole un figlio, non bisogna procrastinare troppo questa decisione».
Quando la donna si rivolge allo specialista e quando ricorre alla PMA?
«Di solito si consiglia di rivolgersi al medico dopo due anni di tentativi infruttuosi. Occorre invece prepararsi alla gravidanza, verificare lo stato di salute (per alcune malattie croniche, infatti, può essere indicato modificare la terapia o fare comunque una valutazione con lo specialista), evitare situazioni che potrebbero rendere difficile la gravidanza come obesità, che aumentano i rischi nella gravidanza, avere stili di vita e nutrizione adeguata. È importante cominciare ad assumere acido folico, almeno un mese prima di provare a rimanere gravide, accertarsi di aver completato tutti i vaccini previsti dal Piano Nazionale, come rosolia, varicella, HPV, correlati alle complicanze che potrebbero essere causate da queste infezioni».
Le donne con tumori ricorrono spesso alla conservazione dei gameti, prima di iniziare la chemioterapia: questa procedura è inclusa nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) e viene completamente rimborsata dal Sistema Sanitario. Si pensa di estendere la rimborsabilità anche a donne con altre patologie?
«In questo momento la crioconservazione degli ovociti viene offerta dal Sistema Sanitario alle donne con tumore. È fondamentale creare una rete di Centri oncologici e Centri di PMA in modo che questa possibilità sia disponibile, alle donne come agli uomini. Più complesso è il discorso del “social freezing”, di donne cioè che vorrebbero conservare i gameti in età giovanile, per avere la possibilità di una gravidanza in età più avanzata. Attualmente le tecniche di procreazione assistita per questo intento non sono offerte. Si auspica, invece, l’estensione dell’offerta da parte del Sistema Sanitario per donne con alcune malattie che riducono la fertilità, tra cui l’endometriosi, patologie croniche come la sclerosi multipla e la menopausa precoce».
di Paola Trombetta