OBIETTIVO MALATTIE CARDIOVASCOLARI: – 25% ENTRO IL 2025

Oltre 600 mila italiani convivono con lo scompenso cardiaco; eppure di questa condizione invalidante, che si verifica quando il cuore non pompa più una quantità sufficiente di sangue nell’organismo, si sa poco o nulla e, ancora meno, se ne temono le conseguenze. A presentare questo quadro poco confortante, in occasione delle Giornate Europee dello Scompenso Cardiaco (9-11 maggio), è un’ampia indagine condotta da Novartis che ha visto coinvolti 12 mila intervistati ultracinquantenni in Europa, di cui mille in Italia. Dei nostri connazionali, 9 su 10 non hanno saputo riconoscere fino a tre sintomi comuni dello scompenso cardiaco, circa 1 su 5 aspetterebbe una settimana prima di rivolgersi al medico o non ne richiederebbe affatto il parere, uno su 10 lo scambierebbe facilmente con l’infarto.

Una disinformazione preoccupante, perché secondo le ultime stime un italiano su 5 svilupperà lo scompenso cardiaco dopo i 40 anni, ma meno di uno su 3 è consapevole di questo rischio sottostimando il problema e le sue manifestazioni. Tanto che in Europa, per disinformazione e trascuratezza, oltre 3,5 milioni di episodi si evolvono in scompenso cardiaco acuto che si manifesta con un’improvvisa sensazione di soffocamento, un rapido aumento di peso dovuto all’accumulo di liquidi nel corpo e un grave affaticamento, con esiti nefasti entro un anno dal verificarsi dell’episodio nel 30% dei casi. Un fenomeno, purtroppo, in crescita: si attende infatti un incremento di +25% dei casi nei prossimi 20 anni e, di conseguenza, anche della spesa pubblica se si considera che lo scompenso cardiaco è la più comune causa di ospedalizzazione oltre i 65 anni.

La prima azione, nello scompenso cardiaco, è la tempestività… invece la poca attenzione ai segnali d’allarme, spesso confusi coi normali segni dell’invecchiamento, fanno arrivare tardi alla diagnosi o a dover fronteggiare episodi già acuti. «La prima necessità, quando il paziente arriva al pronto soccorso – spiega Salvatore Di Somma, Direttore Medicina d’Urgenza e Pronto Soccorso dell’AO Sant’Andrea della Sapienza Università di Roma – è ridurre la dispnea e la quantità di liquidi in eccesso nell’organismo, somministrando ossigeno e diuretici. Purtroppo questi trattamenti, che migliorano la sintomatologia, non migliorano però la prognosi né il tasso delle ri-ospedalizzazioni e in generale la mortalità. Oggi per lo scompenso si sta sperimentando una nuova molecola (serelaxina) che se utilizzata nelle prime ore dall’arrivo in pronto soccorso sembrerebbe avere effetti positivi sulla sopravvivenza. Se gli studi in corso confermeranno i primi risultati, questo farmaco potrebbe costituire un nuovo strumento per migliorare la condizione di salute e di vita dei pazienti con scompenso cardiaco acuto».

Intanto, però, di cuore (non solo di scompenso) si continua a morire: una realtà che colpisce soprattutto le donne con il 55% di tutti i decessi, contro il 43% fra gli uomini, superando la mortalità anche per tumore del seno. E per abbassare questo trend si organizzano sul territorio manifestazioni e campagne di informazione: come le Giornate Europee dello Scompenso Cardiaco (European Heart Failure Awareness Day), nate nel 2010 dall’impegno congiunto delle Società Nazionali dello Scompenso Cardiaco Europee, come parte delle attività della Società Europea di Cardiologia (European Society of Cardiology) e della Heart Failure Association (HFA), o il Champion Advocates Programme 25by25, un’iniziativa lanciata dalla World Heart Federation che, seguendo le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO), mira a ridurre la mortalità per patologie cardiache del 25% entro il 2025, 25by25 appunto.

«Occorre aumentare l’attenzione sulla prevenzione sia primaria che secondaria delle malattie cardiovascolari – dichiara la Professoressa Elena Tremoli, Direttore Scientifico del Centro Cardiologico Monzino IRCCS e Presidente della Fondazione Italiana per il Cuore – scongiurando che una patologia, ancora agli inizi o senza sintomi evidenti, possa diventare più grave e avere una pessima prognosi di disabilità, specie nella donna in età avanzata». La prima azione va rivolta dunque all’informazione dei più noti fattori di rischio: il fumo (e le donne che accendono la sigaretta sono in aumento, assestandosi su valori di circa 4,5 milioni), ipertensione (e il 50% delle donne dopo i 45 anni ha la pressione alta), colesterolo (che è presente in valori elevati nel 40% di donne dopo i 55 anni), agli aspetti direttamente correlati allo stile di vita e alla dieta, così come all’attività fisica poco praticata o spesso assente dalle abitudini quotidiane. Altri fattori dannosi per il cuore sono il sovrappeso e l’obesità, il diabete mellito, l’abuso di alcol, lo stress correlato a situazioni psicosociali e l’inquinamento ambientale a cui si aggiunge, per la donna, anche la menopausa che la priva della protezione esercitata dagli ormoni (estrogeni) accrescendo di conseguenza il rischio di aumento del colesterolo cattivo (LDL), glicemia e sovrappeso.

«Una riduzione anche modesta, ma simultanea della pressione arteriosa, dei livelli di colesterolo nel sangue, dell’obesità e del fumo – continua Tremoli – potrebbe ridurre di più del 50% l’incidenza delle malattie cardiovascolari. Da qui l’importanza che i medici aumentino la consapevolezza del paziente, in particolare delle donne che rappresentano il primo riferimento dei familiari per quanto concerne il riconoscimento dei sintomi di malattia, l’adesione a programmi sanitari e che possono influenzare scelte e abitudini comportamentali anche dei figli». Uno studio recente mostra infatti che solo dal 3 al 5% delle persone tra i 12 e i 33 anni di età hanno coronarie totalmente libere da lesioni aterosclerotiche iniziali, supportando l’importanza di una prevenzione “life-long”. «In particolare i giovani con familiarità per malattia cardiovascolare precoce – precisa il Prof. Cesare Fiorentini, Direttore del Programma di Cardiologia del Centro Cardiologico Monzino IRCCS – o anche fumatori, diabetici, con ipertensione arteriosa o vita stressante richiedono un intervento correttivo dei fattori di rischio personalizzato e tempestivo».

Dunque le Giornate Europee dello Scompenso Cardiaco e il Champion Advocates Programme 25by25 hanno un unico obiettivo: favorire una maggiore consapevolezza sulle malattie cardiovascolari, puntare a una maggiore sensibilizzazione di ogni professionista della salute, per arrivare all’educazione del pubblico su fattori di rischio e prevenzione di fronte a patologie che possono essere prevenute. Anche se questo dovesse costare soldi e fatica: «La salute non deve essere vista come una spesa da contrarre – commenta la Senatrice Emilia Grazie De Biasi, Presidente della Commissione Igiene e sanità del Senato – ma come un investimento per costruire una società con meno sofferenze, meno bisogni e più impegnata nella corretta gestione della sanità in vista di un 2025 meno malato, almeno di cuore».

 

di Francesca Morelli

Articoli correlati