«Nel 2023 mi è stato diagnosticato un tumore al seno. All’inizio è stata una doccia fredda, poi ho affrontato il mio percorso di cura. Purtroppo nel 2024 ho scoperto di avere delle metastasi, perché la malattia si era diffusa. È stata una notizia terribile, ma ho tirato fuori grinta e forza e oggi mi rendo conto che si può fare una vita normale, grazie alle tantissime cure. Bisogna vivere in maniera positiva. La positività è il primo passo per condurre una vita uguale a quella delle altre persone, non malate. È stato fondamentale rivolgersi a Centri specializzati in grado di avviare a percorsi di cura personalizzati e multidisciplinari, modulabili nel tempo secondo le necessità e l’evoluzione della malattia. Alle ragazze giovani dico di non sottovalutare il tumore al seno, di fare abitualmente i controlli, anche un’ecografia al seno che potrebbe consentire una diagnosi precoce e salvare la vita».
È la testimonianza di Francesca Romano, 50 anni di Brescia, in occasione dell’evento “Due di Noi sul divano rosa – Dialoghi sul tumore al seno metastatico”. È un’iniziativa promossa da Gilead Sciences Italia insieme a Europa Donna Italia, per portare la voce delle donne con tumore al seno metastatico in spazi non convenzionali, oltre la comunicazione sanitaria, all’interno del contenitore dell’Olimpiade Culturale di Milano-Cortina 2026, al via da oggi 6 febbraio.
In questo contesto, abbiamo parlato con la Professoressa Valentina Guarneri, Direttore dell’Unità Operativa Oncologia 2 dell’Istituto Oncologico Veneto IRCCS e Professore Ordinario di Oncologia medica all’Università di Padova.
Professoressa Guarneri, oggi si può parlare di più tempo grazie alle nuove cure del tumore al seno. A che punto sono le terapie per le pazienti e che cosa è cambiato rispetto al passato?
«Oggi abbiamo molti avanzamenti terapeutici che cerchiamo di mettere a disposizione di tutte le nostre pazienti: hanno portato a un progressivo miglioramento della sopravvivenza, grazie anche a un cambiamento nell’approccio della malattia. Diversi anni fa si è cominciato a considerare il tumore in modo eterogeneo, non come una sola malattia, ma come tumori caratterizzati da specifiche peculiarità. La ricerca si è concentrata nello sviluppo di farmaci sempre più mirati, di efficacia maggiore, che fossero meglio tollerati e con minori effetti collaterali. Tanto che oggi possiamo iniziare a parlare di cronicizzazione della malattia: significa che queste soluzioni non sono definitive, ma consentono di tenere sotto controllo la malattia per molto tempo, con terapie a somministrazioni prolungate. È dunque fondamentale che le pazienti abbiano accesso ai farmaci innovativi il prima possibile, per poterne sfruttare i vantaggi e la possibilità di accedere a terapie che si stanno ancora studiando e potrebbero diventare una prospettiva nel futuro».
Quali sono le necessità e le richieste delle sue pazienti, quindi delle donne?
«Chiedono di avere farmaci efficaci, che permettano di vivere più a lungo, ma soprattutto trattamenti che siano compatibili con il loro progetto di vita. Ci sono tante donne, con esigenze e situazioni personali, familiari, lavorative diverse, pertanto anche per il clinico poter disporre di più alterative terapeutiche, significa potere adattare il trattamento alle “storie” delle pazienti. Non basta spiegare alla donna che c’è un farmaco, occorre prendersi per mano reciprocamente e fare un percorso insieme, con la prospettiva di andare avanti con i trattamenti per mesi, addirittura per anni. Un ascolto attento permette di modulare le terapie disponibili e offrire alla donna delle sequenze terapeutiche declinate sulla base degli effetti collaterali attesi, dove uno stesso effetto collaterale può avere un peso per una paziente, diverso da quello di un’altra donna, spiegare cosa può succedere, valutare la modalità di somministrazione migliore, orale o endovena, che si traducono sul miglioramento della qualità di vita, anche in termini organizzativi, come il numero di volte per recarsi in ospedale. Solo dalla conoscenza reciproca è possibile illustrare lo scenario terapeutico e la paziente non deve avere paura di esporre le sue perplessità, o sentirsi in obbligo di accettare una terapia senza discutere, ma deve potere dialogare col medico e capirne il perché».
Si può pensare con ottimismo al futuro?
«Sì, perché quello che oggi è standard terapeutico, anche in termini di tipo di farmaco ed efficacia, non lo era dieci anni fa per tante forme di tumore e magari non lo sarà più per il futuro. Oggi c’è molta ricerca, tra cui capire perché un farmaco, che per un certo tempo ha funzionato bene, smette di essere efficace e per quali meccanismi di resistenza. La ricerca richiede tempo per essere condotta in maniera corretta e per valorizzare gli obiettivi giusti: non necessariamente la sopravvivenza, magari terapie ugualmente efficaci, ma meglio tollerate. In quest’ottica è anche importante che le donne partecipino agli studi clinici che consentono di avere dati e studiare nuove opportunità, renderle disponibili in pochi anni. È possibile che potranno cambiare gli scenari di sequenze terapeutiche, secondo prospettive che iniziamo a immaginare e che potranno diventare concrete, lavorando anche all’accelerazione dei processi di accesso al farmaco. Accessibile a tutti, sull’intero territorio nazionale e il più presto possibile».
Come ha coinciso il maggiore tempo a disposizione con la qualità della vita?
«Gli studi clinici più recenti hanno impostato la misura della qualità della vita attraverso strumenti specifici, i Patient-Reported Outcomes (PROs), per valutare dalla voce del paziente, l’impatto del trattamento su aspetti quotidiani, ovvero il percepito sulla vita, oltre l’effetto collaterale e le tossicità oggettive del farmaco. Anche gli enti regolatori e le società scientifiche stanno valorizzando queste strategie terapeutiche, premiando quei farmaci che dimostrano un aumento dell’efficacia, non solo in termini di prolungamento della sopravvivenza, ma anche di miglioramento della qualità di vita, producendo un rallentamento dell’evoluzione dei sintomi e una riduzione della tossicità. Oggi è sempre più cruciale misurare anche questi parametri e gli studi che ci sono li prendono in considerazione».
Per concludere, dove si sta orientando la ricerca?
«Al di là di alcuni studi che stanno cercando nuovi target, ne esistono altri in cui si prevede di avere risultati più a breve termine, per capire se l’anticipo di queste strategie terapeutiche, rispetto alla diagnosi di malattia, diano maggiore benefico rispetto a sequenze più tradizionali, ma anche per identificare i meccanismi di resistenza che smettono di far funzionare una terapia».
“Un divano rosa per due” diventa allora lo spazio simbolico in cui le donne sono invitate a condividere la propria esperienza di vita con la malattia; i contenuti saranno disponibili sui social, Facebook e Instagram di Europa Donna Italia e Instagram @gileadperledonne. Per tutta la durata della kermesse olimpica, la campagna proseguirà presso la sede di Europa Donna Italia per svilupparsi successivamente attraverso ulteriori tappe e iniziative aperte al largo pubblico.
di Francesca Morelli