Viene definito la “nuova mammella” tra i tumori ginecologici. Il tumore all’endometrio è l’unico, tra quelli ginecologici, la cui incidenza è in aumento. Questo perché i fattori di rischio (diabete, ipertensione, obesità) sono in aumento nella popolazione generale. Oggi per tutte queste donne, con malattia avanzata e recidivante, è a disposizione in prima linea un promettente farmaco immunoterapico (dostarlimab), a dimostrazione di quanto sia importante la ricerca nella cura dei tumori, in particolare quelli ginecologici.
Con la consulenza della professoressa Domenica Lorusso, direttore del Programma di Ginecologia oncologica dell’Humanitas San Pio X di Milano, cerchiamo di capire l’incidenza di questo tumore e cosa rappresenta per le pazienti questa nuova indicazione della terapia.
Come si riconosce il tumore all’endometrio e quante donne interessa?
«Il primo e principale sintomo è un sanguinamento anomalo, nelle donne già in menopausa, che dovrebbero rivolgersi subito al ginecologo e fare un’ecografia transvaginale. Se si vede un eccessivo ispessimento della parete uterina, occorre subito fare un’isteroscopia, con biopsia, per valutare la presenza di cellule tumorali. Purtroppo, soprattutto nelle donne più giovani, anche di 40 anni, il sanguinamento viene spesso trascurato e ricondotto alle irregolarità mestruali, ritardando la diagnosi in circa il 20% dei casi. E’ il quarto tumore più frequente nelle donne, dopo seno, colon e polmone. Ne sono affette circa 133 mila donne all’anno, con 9 mila nuovi casi annuali: oltre il 90% sono sopra i 50 anni. Oggi sappiamo che, da un punto di vista molecolare, esistono 4 tipi diversi di tumori, con storia clinica e trattamenti differenti. Per questo la biopsia del tessuto tumorale, prelevato tramite isteroscopia, è fondamentale per tipizzare il tumore e riconoscere quale dei 4 tipi stiamo trattando».
Come viene gestito questo tumore nella pratica clinica?
«La chirurgia ha sempre rappresentato il trattamento d’elezione, con isterectomia totale, inclusa annessiectomia bilaterale (asportazione utero, cervice, tube, ovaie), asportazione del linfonodo sentinella. Di solito viene effettuata in laparoscopia, in centri specializzati. Nelle pazienti ancora in età fertile e nei tumori di basso grado e localizzati all’utero, può essere presa in considerazione la conservazione delle ovaie, per non esporre la paziente ai disagi e ai rischi di una menopausa precoce. L’ormonoterapia, con progestinici o inibitori dell’aromatasi, viene somministrata nelle pazienti con tumori a basso rischio e andamento lento, soprattutto anziane e fragili. Per le altre pazienti, con tumore più aggressivo, soprattutto in stadio avanzato, il trattamento farmacologico è sempre stata la chemioterapia, con derivati dal platino (cisplatino/carboplatino) e i taxani. Negli ultimi anni la ricerca ha progredito nello studio di nuove terapie con uno specifico bersaglio molecolare. In particolare l’immunoterapia che, nei tumori uterini di stadio avanzato, ha dimostrato di dare ottimi benefici».
In questi giorni è stata estesa l’indicazione dell’immunoterapia con il farmaco dostarlimab, finora utilizzato solo nel 20% delle pazienti con malattia avanzata e ricorrente, che presentavano “instabilità dei microsatelliti”, ovvero incapacità di riparare il DNA delle cellule tumorali. Ci potrebbe spiegare il meccanismo d’azione di questo farmaco e per quali pazienti può essere utilizzato?
«Si tratta di un anti-PD1 inibitore, che blocca cioè un recettore presente sulle cellule tumorali, a cui dostarlimab si lega, attivando i linfociti, soprattutto CD-4, che riconoscono e annientano le cellule tumorali. In pratica, l’immunoterapia è un modo per rendere visibile il tumore al nostro sistema immunitario, da cui si era nascosto. Questo è il motivo per il quale queste terapie devono essere usate precocemente, quando la risposta immunitaria è ancora efficiente. L’indicazione di questo farmaco era fino a prima limitata al 20% delle donne con tumore all’endometrio in stadio avanzato e “instabilità dei microsatelliti”. Ora anche l’altro 80%, con tumore avanzato e ricorrente, ne può beneficiare in prima linea».
Esistono studi che confermano l’efficacia di questo farmaco e quali i risultati finora ottenuti?
«Lo studio RUBY1, già presentato al Congresso della Società americana di Ginecologia oncologica di San Diego in California, sta facendo la storia del tumore all’endometrio. La prima approvazione, lo scorso anno, era stata confermata per le pazienti con instabilità dei microsatelliti (20%) che rispondevano meglio all’immunoterapia e avevano avuto una riduzione del 72%, con la combinazione di chemio e immunoterapia e del 68% del rischio di mortalità, rispetto alla sola chemioterapia. Oggi lo stesso studio RUBY 1 ha portato all’approvazione di dostarlimab anche nell’altro 80% di donne a cui prima si somministrava solo la chemioterapia (non d-MMR). In questi casi dostarlimab, aggiunto alla chemioterapia, riduce del 24% il rischio di progressione e del 21% quello di morte, rispetto alla sola chemio. Per la prima volta, dopo vent’anni, abbiamo uno studio che dimostra un aumento della sopravvivenza anche in queste pazienti, che prima potevano usare solo la chemioterapia tradizionale».
di Paola Trombetta