STANCHEZZA DI PRIMAVERA: POTREBBE DIPENDERE DALLA TIROIDE

www.associazionemediciendocrinologi.it). «Anch’io ricordo da giovane di essermi sentita sempre parecchio stanca, soprattutto all’inizio della primavera, e di aver avuto anche episodi di tachicardia che il mio medico, però, aveva per diversi anni sottovalutato. Quando da Sassari mi sono trasferita a Roma, ho avuto la fortuna di trovare un medico di famiglia, donna, specializzata in Endocrinologia. Subito aveva avuto il sospetto che la tiroide potesse in qualche modo essere correlata ai miei sintomi. E da una semplice ecografia, seguita poi da un ago-aspirato, si era evidenziato addirittura un nodulo cancerogeno alla tiroide che è subito stato asportato assieme all’intera ghiandola. Non oso pensare cosa avrebbe potuto succedere se avessi ancora rimandato questa diagnosi… Oggi seguo la “terapia sostitutiva” con levotiroxina, che sostituisce il principale ormone prodotto dalla tiroide, e non ho più sofferto né di tachicardia, né di stanchezza cronica, né di sbalzi di umore. Per questo incoraggio i pazienti, soprattutto le donne che rappresentano l’80% dei malati tiroidei, a non esitare di fronte a questi segnali d’allarme e rivolgersi con fiducia al  proprio medico!».
Oggi per fortuna esistono terapie mirate e comode da usare, che devono essere utilizzate per tutta la vita. Tra queste la recente versione liquida della levotiroxina, che si può sciogliere nel succo di frutta o nel latte a colazione, senza dover aspettare l’ora canonica richiesta dall’utilizzo della formula in compresse, che non possono interagire con altri alimenti a livello gastrico. Uno studio appena concluso, condotto in tre centri di riferimento per la tiroide e i cui risultati verranno presentati i primi di aprile al Congresso annuale di Boston dell’Endocrine Society (ENDO 2016), è stato condotto su 101 pazienti ipotiroidei in corso di terapia sostitutiva. Il passaggio dalla tradizionale terapia in compresse, alla formulazione liquida al momento della colazione è stato associato a un miglioramento della qualità di vita nella maggioranza dei casi (66%), mentre i valori dell’ormone tiroideo TSH e i principali parametri metabolici non hanno mostrato modificazioni significative. Resta ovviamente confermata, nella pratica clinica, la necessità di un ricontrollo dopo un mese del profilo tiroideo, in seguito al passaggio dall’una all’altra forma di terapia.
I risultati di questi studi, potrebbero mettere d’accordo endocrinologi e pazienti che, come rileva un’indagine DoxaPharma, condotta su pazienti, medici di medicina generale e endocrinologi, evidenzia come l’elemento critico della terapia sia proprio l’imposizione di quella pausa tra l’assunzione della levotiroxina e la colazione, che anticipa il risveglio e rallenta l’inizio della giornata. Infatti il 68% degli endocrinologi e il 43% dei medici di famiglia riceve segnalazioni da parte dei pazienti sull’insofferenza di questa modalità di assunzione.
«Il grande interesse di questi dati è legato al fatto che circa il 10% della popolazione italiana soffre di una patologia della tiroide e oltre il 3% è in terapia con levotiroxina (LT4)», puntualizza il professor Enrico Papini, responsabile scientifico AME (Associazione Medici Endocrinologi) e direttore dell’Unità Complessa di Endocrinologia e Malattie del Metabolismo dell’Ospedale Regina Apostolorum di Albano Laziale. «L’ipotiroidismo colpisce le donne nell’80% dei casi, con picchi elevati nel periodo post-menopausale. La terapia con levotiroxina viene assunta quando la tiroide non produce in quantità sufficiente questa sostanza o quando la ghiandola è stata asportata. Purtroppo l’assorbimento dell’ormone sostitutivo, la levotiroxina, è stato finora molto sensibile a tanti farmaci e condizioni cliniche, creando una serie di variabili che possono mettere in discussione il successo della terapia». La nuova formulazione liquida della levotiroxina presenta ora diversi vantaggi, rispetto alla compressa che potrebbe, al contrario, non essere facilmente assorbita e assimilata, se ingerita assieme al cibo. «L’assorbimento dell’ormone tiroideo è legato a tante variabili come l’ingestione contemporanea di cibo, di caffè, di fibre o soia, la ridotta acidità gastrica, condizioni di malassorbimento, l’intolleranza al lattosio e assunzione di altri farmaci come inibitori di pompa protonica (PPI) e antiacidi», conferma il professor Carlo Cappelli, responsabile degli Ambulatori della Tiroide, Endocrinologia 2, degli Spedali Civili di Brescia, autore di uno studio tutto italiano TICO pubblicato sulla rivista internazionale Thyroid. «In questi casi, fino ad ora, l’endocrinologo poteva solo aumentare la dose di levotiroxina per garantire il raggiungimento dell’obiettivo terapeutico. Questo problema può essere risolto con la formulazione liquida che migliorando il profilo farmacocinetico dell’ormone, ne rende meno influenzabile e più stabile l’assorbimento, assicurandolo in tempi rapidi. E offre soprattutto la comodità di poter essere assunta direttamente con la spremuta, nel cappuccino, nel latte o nel caffè».
«È ormai evidente che l’efficacia della cura non dipende soltanto dall’appropriatezza della prescrizione – conclude Paola Polano – ma anche dal coinvolgimento del paziente nel percorso terapeutico, soprattutto in presenza di una patologia cronica come l’ipotiroidismo. La giusta interazione con il medico permette ai pazienti di sentirsi parte attiva e consapevole del percorso terapeutico e ai medici di trovare la corretta collaborazione per poter adeguare la prescrizione alle esigenze del singolo paziente e poter così migliorare la sua qualità di vita fin dalle prime ore della giornata».
 

di Paola Trombetta 

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