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  <title>Cultura e società</title>
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  <subtitle>Cultura e società</subtitle>
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    <title>L'ITALIA NON E' UN PAESE PER DONNE</title>
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      <name>Cristina Tirinzoni</name>
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    <updated>2013-03-19T00:32:43Z</updated>
    <published>2013-03-13T08:06:30Z</published>
    <summary type="html">&lt;p&gt;
	&lt;img alt="" src="http://www.donnainsalute.it/documents/12586/270552/quote%20rosa.jpg?t=1363162954941" style="width: 200px; height: 130px; margin: 5px; float: right;" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;span style="text-align: justify; line-height: 1.4;"&gt;È uscito in questi giorni il libro-inchiesta&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;em style="text-align: justify; line-height: 1.4;"&gt;Sognando parità&lt;/em&gt;&lt;span style="text-align: justify; line-height: 1.4;"&gt;&amp;nbsp;(Ponte alle Grazie) di Rossella&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;span style="text-align: justify; line-height: 1.4;"&gt;Palomba, demografa del Cnr (Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali). Grande esperta di problemi di genere e di lavoro femminile, Rossella Palomba è stata anche ambasciatrice europea per le pari opportunità nella scienza. Un’inchiesta davvero documentata, piena di dati incredibili, che rivela un desolante spaccato della condizione femminile nel nostro paese. In base alle ultime rilevazioni (Report sul global gender gap, l’indice che misura le disuguaglianze di genere nel mondo), l’Italia si piazza 90esima per occupazione femminile, 121esima per parità salariale, 97esima per incarichi al vertice. Il nostro paese ha anche il più basso tasso di occupazione femminile (46%) (tocca il 66% in Francia, il 69% in Spagna, il 72% in Germania e il 77% in Svezia). Il divario retributivo tra uomini e donne è del 10%: una donna su due non lavora se ha un figlio... Insomma, i numeri parlano chiaro: l’Italia non è un paese per donne. Tanto che la parità tra i sessi – calcoli statistici alla mano – si raggiungerà solo nel 2601! Ecco la provocatoria conclusione con la quale Rossella Palomba lancia una sfida: è fondamentale intervenire in fretta.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;strong&gt;Partiamo dal titolo del suo libro, “&lt;em&gt;Sognando parità&lt;/em&gt;”: ma quanto dobbiamo ancora aspettare?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;img alt="" src="http://www.donnainsalute.it/documents/12586/270552/wbresize.jpg?t=1363162489755" style="text-align: justify; width: 200px; height: 107px; margin: 5px; float: left;" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	«La parità uomo-donna rimane un traguardo lontanissimo: se tutto continuerà a muoversi al ritmo attuale, all’interno dei ministeri, ad esempio, sarà raggiunta solo nel 2037, nell’università nel 2138, nella magistratura nel 2425, e per raggiungere i vertici della diplomazia si dovrà aspettare fino al 2660. Lo scenario è arretrato, lo si vede nei numeri. Ci hanno superato quasi tutti. Gli altri paesi vanno avanti più velocemente del nostro».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;strong&gt;Come è potuto accadere?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	«La prima osservazione è che, secondo me, in Italia non c’è la percezione di quanto grave sia la situazione sul fronte delle donne. Manca una diffusa consapevolezza culturale su quanto sia importante per tutti, per la crescita individuale e collettiva, riequilibrare la partecipazione per le donne in tutti gli ambiti: da quello politico a quello lavorativo. Sarebbe una grande ricchezza per tutti. La Banca d’Italia ha documentato che se solo riuscissimo a portare la quota del lavoro femminile al 60%, come fissato dagli accordi europei di Lisbona, il Pil aumenterebbe del 7%.Oggi più che mai è importante valutare le situazioni da diversi punti di vista, avere visioni differenti è una ricchezza inestimabile. C’è di più. Le aziende che non scelgono le donne si stanno precludendo di avere i migliori talenti. Le ragazze infatti studiano di più e meglio (il 71% delle diplomate fa l’università contro il 60% dei maschi) e nella formazione postlaurea sono il 67,7 per cento degli iscritti alle scuole di specializzazione. Le donne più giovani vanno a teatro più dei loro coetanei (25,8 per cento contro 19,5 per cento), leggono più libri (il 64,4 per cento delle giovani donne contro il 41,3 per cento dei coetanei), visitano più musei e mostre (il 39,6 per cento contro il 30 per cento dei ragazzi) e così via. Insomma, diciamolo: le donne sono meglio preparate, più colte, più interessate, più istruite degli uomini».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;strong&gt;Durante la sua ricerca cosa l’ha più scoraggiata?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	«La violenza nei confronti delle donne, e non solo quella che viene compiuta in famiglia. Ma mi riferisco anche a quella pratica odiosa delle dimissioni in bianco, imposte dal datore di lavoro alle donne, costrette ad abbandonare “volontariamente” il lavoro dopo la nascita di un figlio. I dati ufficiali Istat sono inequivocabili: nel 2009 le dimissioni per maternità erano state 17.878, nel 2010 sono aumentate e sono arrivate a 19.017. Situazione particolarmente critica nel Mezzogiorno, dove pressoché la totalità delle interruzioni legate alla nascita di un figlio può ricondursi alle dimissioni forzate. Anche qui siamo in controtendenza: l’esperienza del Nord Europa ci dice invece che le donne che lavorano fanno più figli. Nel nostro paese, che ricordiamolo ha la più bassa natalità (1,30 figli per donna), nella cultura aziendale continua a persistere l’idea che la maternità sia un costo. Credo invece sia urgente affrontare il tema da un altro punto di vista: quanto costa all’organizzazione non scegliere una donna? Occorre cambiare set di mentalità e prevedere investimenti che aiutino la “conciliazione”».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;strong&gt;Di pari opportunità si parla tanto, ma poi alla fine si fa poco…&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	«Sui diritti non c’è molto da dire: le donne li hanno ottenuti, con fatica ma li hanno ottenuti. Anche l’Europa ha avuto un suo ruolo nello spingere il nostro paese verso una democrazia più compiuta. Ma poi passare dal diritto alla sua realizzazione è un’operazione molto complessa perché le piccole o grandi discriminazioni nascono dalle ingiustizie piccole o grandi del quotidiano e qui le donne sono sole a far valere i propri diritti&lt;strong&gt;:&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;nella retribuzione, nel riconoscimento di meriti e capacità, e nell’accesso a ruoli decisionali in politica e nelle imprese».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;strong&gt;Quote rosa. Alla fine, nel novembre 2012, è arrivata la legge che&lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;&amp;nbsp;impone di avere il 20% di donne nei Cda (gli organi direttivi delle aziende), quota che salirà al 30% nel 2015.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	«La legge sulle presenze femminili nei cda voluta dall’Unione europea inizia a produrre i suoi effetti, le donne nei Cda delle società italiane quotate sono passate dal 4,9% all’11%: (anche se siamo ancora al di sotto della media europea, pari al 15,8 %). Ecco l’importanza di strumenti come le quote rosa!».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;strong&gt;Solo imponendo la presenza si potrà ridurre l’attuale disequilibrio?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	«Il tema delle quote genera sempre un dibattito, c’è chi rifiuta il trattamento da “specie protetta”. Io invece sono favorevole. Sono dolorosamente necessarie per avviare un processo virtuoso e per cambiare una situazione, fortemente modulata sulla presenza maschile, che altrimenti resterebbe immutata nel tempo. L’esperienza ci dice che non possiamo affidarci alle responsabilità individuali, soprattutto dei maschi. Ricordiamoci che dove avanza una donna, c’è un uomo che si deve fare da parte. In nessun Paese, neanche in quelli più avanzati, si è arrivati a una partecipazione femminile di qualche rilievo senza la previsione legislativa di quote obbligatorie. Si tratta di misure temporanee, che devono permettere di raggiungere quella “massa critica” del 30% di rappresentazione femminile senza la quale, ci dicono gli studi, è impossibile per le donne riuscire a influenzare le decisioni di un’organizzazione. Con le quote rose svolgiamo un’opera di educazione, si crea una cultura: chiedere in maniera esplicita di pensare a una donna nei cda, significa portare i maschi a considerare le donne e vederne le qualità. Dopo averlo fatto per obbligo, alcune volte, i manager si trovano poi a pensarci spontaneamente».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;strong&gt;Fino a quando saranno indispensabili?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	«Chi può dirlo? La quota finisce nel momento in cui si raggiunge la parità! L’aumentare la base di inclusione delle donne però non basta. Il passo successivo è supportarne la crescita e bisogna provare a valorizzare modelli di leadership diversi. La crisi potrebbe essere una buona occasione per tutte noi. C'è una capacità, nelle donne più che negli uomini, di trovare risposte nuove. A fronte di questa crisi di sistema, sembra chiaro che il management dominante ha fallito. E a procurare questa crisi, ricordiamolo, sono stati solo e unicamente uomini. La differenza femminile ovunque ha questa portata: allarga e cambia gli orizzonti. Oggi ci sono donne in posizioni di responsabilità che hanno sviluppato pratiche innovative, pur con tutti i vincoli, mostrando che le loro idee non sono impossibili da attuare: sono state realizzate, e con beneficio per chi lavora e per l’azienda. Hanno saputo usare il loro ruolo “di potere”, nel senso positivo di far accadere le cose, e lo fanno rispettando e valorizzando le persone».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;strong&gt;C'è la speranza di un cambiamento, dunque?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	«Oggi il dirigere è spesso ridotto a un esercizio autoritario del potere, che di solito le donne non condividono. Sentono, rispetto a questo, un’estraneità che facilmente le porta a chiamarsene fuori&lt;em&gt;.&amp;nbsp;&lt;/em&gt;Perché a noi donne – non dico tutte ma molte – non interessa contendere questo potere, ci interessa invece poter guidare l’azienda in un modo che riteniamo migliore, e possibile, costruito su una diversa concezione manageriale: flessibilità, condivisione, lavoro di squadra. Nella convinzione che non siano necessariamente incompatibili, che è possibile “fare il bene dell’azienda facendo il bene delle persone. Questo orientamento, dunque, più che una cultura di potere, esprime una cultura di governo. Che significa un orientamento a prendersi cura di tutte le parti in gioco. Cercando di mettere le persone in condizioni di lavorare meglio: si riformulano così modelli organizzativi ormai logori. Guardo con fiducia anche al terremoto provocato dalle elezioni: è uscito il Parlamento più giovane e con il maggiore numero di donne della storia repubblicana, secondo una prima stima saranno il 32 per cento alla Camera e il 30 per cento al Senato. E la politica è il luogo del potere per eccellenza perché è lì che si fanno le regole. Io non dispererei…».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;strong&gt;Secondo lei quali sono le urgenze per l’“agenda delle donne”?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	Le materie su cui intervenire sono moltissime, bisogna tornare alla carica col prossimo governo. Sicuramente mi piace la proposta della detassazione del lavoro femminile. Da dove si comincia non importa, purché si cominci. Puntando anche a incidere sulla cultura. Si comincia dunque dalla consapevolezza della scarsa valorizzazione e anche discriminazioni di cui le donne sono ancora oggetto. Lo dico soprattutto alle giovani generazioni che danno la parità per acquisita! Non pensate che non ci sia il maschilismo. Tenetene conto. Perché non basta essere brave. a casa, al lavoro, con gli amici, coi figli. Non basta essere più brave e più preparate degli uomini. Dobbiamo essere coscienti che per far valere il nostro merito, serve una forte dose di consapevolezza, di ciò che si muove dentro e fuori di noi, di ciò che ci aspetta. E tutto questo si può fare solo parlando e cercando insieme alle altre le soluzioni. Al contrario è inutile. Si comincia dalle donne. Diversamente saremo schiacciate. Arrivo così al cuore della questione, mettendo il dito in una ferita mai rimarginata. Ho sempre sentito parlare di soffitti di vetro, discriminazione, ma dall’interno delle aziende vedo che manca anche dell’altro. Manca spesso la solidarietà tra le donne, il fare rete tra di loro. Per sostenere e valorizzare le loro esperienze. Per crescere attraverso il confronto. L’isolamento ci indebolisce. Questa ora è la sfida più importante da portare avanti. Tutte insieme donne di ogni generazione, all’interno di qualsiasi ruolo ricoperto di potere o no: fare rete per davvero.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;strong&gt;di Cristina Tirinzoni&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</summary>
    <dc:creator>Cristina Tirinzoni</dc:creator>
    <dc:date>2013-03-13T08:06:30Z</dc:date>
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    <title>LA “LEZIONE” DI PIERA LEVI MONTALCINI</title>
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    <author>
      <name>Silvia Pogliaghi</name>
    </author>
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    <updated>2013-03-19T14:39:50Z</updated>
    <published>2013-03-07T16:37:56Z</published>
    <summary type="html">&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;span style="text-align: justify; line-height: 1.4;"&gt;&lt;img alt="" src="http://www.donnainsalute.it/documents/12586/270552/rita%20e%20piera.jpg?t=1362679753353" style="width: 200px; height: 143px; margin: 5px; float: left;" /&gt;E&lt;/span&gt;&lt;strong style="text-align: justify; line-height: 1.4;"&gt;’&lt;/strong&gt;&lt;span style="text-align: justify; line-height: 1.4;"&gt; ingegnere, consigliere comunale a Torino, presidente dell’Associazione Levi Montalcini, emanazione dell’omonima Fondazione, che ha lo scopo di: “Assistere i giovani a scegliere con consapevolezza e basandosi sulla più ampia informazione possibile, il lavoro, sia esso manuale o intellettuale, per il quale si sentono maggiormente portati e aiutare con borse di studio, sovvenzioni per le rette scolastiche o l’acquisto di libri di testo quei ragazzi che per motivi economici non potrebbero proseguire gli studi”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	Piera porta con estrema disinvoltura un cognome importante, già da quando zia Rita lavorava in America, negli anni, ‘50 e non era conosciuta in Italia. Il nome Levi Montalcini è diventato famoso grazie al padre di Piera, Gino, architetto di grande successo. Da nipote di Rita Levi-Montalcini, Piera sente comunque la responsabilità , con la sua Associazione, di dover portare avanti il messaggio ereditato dalla zia “che si rivolge ai giovani, che hanno bisogno di serenità, di incoraggiamento, di un esempio da seguire: l’esempio di zia Rita è appunto l’emblema di quello che si può fare nella vita”.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;strong&gt;E così inizia a raccontarmi, il suo impegno nel sociale…&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	«Operiamo come “centro di orientamento”, in collaborazione con enti e organizzazioni no-profit che costituiscono la base della nostra collaborazione: per ora sono diffusi quasi esclusivamente nell’area del centro-nord; purtroppo ci mancano riferimenti di Associazioni o enti no-profit nel centro- sud Italia, ma il nostro obbiettivo è anche quello di aumentarne il coinvolgimento. Privilegiamo in ogni caso i piccoli centri dove è più difficile reperire informazioni, e non le grandi città dove questo tipo di aiuto è più facile che sia già presente. Tengo a sottolineare – spiega – che il &amp;nbsp;nostro impegno non si rivolge al “soggetto debole”, perché la società è fatta di persone: siamo tutti deboli e forti secondo come ci guardiamo; ci sono tuttavia persone più svantaggiate che vanno aiutate a non esserlo più. L’Associazione ha voluto quindi focalizzarsi sui “ragazzi normali”, i “nostri figli”, che non hanno problemi specifici, ma che molte volte hanno bisogno di piccolissimi aiuti per superare gradini che magari sembrano insormontabili. Incontriamo i ragazzi alla fine della scuola media per aiutarli a scegliere il loro percorso scolastico, soprattutto informandoli. Accanto a questa attività già avviata da tempo l’Associazione Levi-Montalcini, a partire dal 1998, istituisce borse di studio nei vari settori scientifici, da assegnare a giovani particolarmente dotati e impegnati che desiderino frequentare corsi di specializzazione in Italia o all’estero, nell’intento di stimolare i nostri ragazzi a entrare con maggiore consapevolezza nel mondo del lavoro in una società che farà sempre più leva sulla scienza e sulla tecnica»&lt;em&gt;.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;strong&gt;Ma ora parliamo però di donne, data l’attualità di questa ricorrenza…&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	«Una premessa è d’obbligo: non amo che si divida la Società in gruppi: il gruppo dei bambini, il gruppo degli anziani, il gruppo degli ultra-anziani, il gruppo delle donne... E’ tutto questo insieme che costituisce la società: i gruppi sono tra loro interconnessi e interagiscono, quindi lavorare su uno di questi, significa lavorare anche sull’altro. Occuparsi dei bambini dell’asilo nido significa mettere le donne in condizione di poter lavorare, così come l’assistente domiciliare agli anziani può sgravare sempre la donna dall’assistenza e cura, un’incombenza che spesso le tocca. Andrebbero inoltre rivisti i tempi del lavoro, ad esempio nelle istituzioni: gli italiani fanno politica dopo cena, escludendo di fatto le donne. E i nonni sono coloro che dedicano il loro tempo a crescere i nipotini per permettere alla coppia di andare a lavorare. Mi sembra sia proprio il caso di rivedere il nostro welfare in chiave più europea, con standard in aiuto al progresso»&lt;em&gt;.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;strong&gt;Come vede la “declinazione” donna-lavoratrice e mamma?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	«Questa è l’occasione per dire una cosa che in Italia sembrerebbe non potersi dire: cioè che le mamme, proteggono troppo e in maniera sbagliata, i propri figli e non li aiutano a crescere! Vorrei citare l’esperienza personale di mia figlia che abita in un paese del Nord Europa, dove i bambini in prima elementare vanno a scuola da soli. In questo tipo di società la vita è pensata e progettata in modo sostanzialmente diverso, quindi anche in funzione propria dei bambini»&lt;em&gt;.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;strong&gt;Cosa pensa delle pari opportunità?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	«Se siamo discriminate, penso sia, in parte, anche un po’ colpa nostra. Siamo timide, non osiamo chiedere, farci valere e non osiamo considerarci al pari dei maschi, abbiamo sempre l’idea che “non ci vogliamo esporre”. Penso che dovremmo essere noi stesse a promuoverci. Conosco donne, anche più anziane di me, che hanno avuto incarichi “maschili”, in ambiti dove siamo abituati a vedere gli uomini al comando. Dipende, a mio avviso, dall’educazione ricevuta per abituarsi a essere considerate al pari dell’uomo. Anche per quanto riguarda il tema della violenza, non siamo abituate a reagire: si passa dalla battuta “di poco spirito” ad altro tipo di violenza in un battibaleno e dovremmo ribellarci, già dalla prima battuta. Dovremmo imparare già da piccole, e la scuola dovrebbe insegnarci a sviluppare gli anticorpi già al primo accenno di bullismo o piccola aggressione. Ci serviranno poi nella vita, nella scuola, nel lavoro: una vera e propria “formazione alla vita”»&lt;em&gt;.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;strong&gt;di Silvia Pogliaghi&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</summary>
    <dc:creator>Silvia Pogliaghi</dc:creator>
    <dc:date>2013-03-07T16:37:56Z</dc:date>
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    <title>RICORDARE, PER NUTRIRE LA SPERANZA</title>
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    <author>
      <name>Cristina Tirinzoni</name>
    </author>
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    <updated>2013-01-28T23:05:29Z</updated>
    <published>2013-01-26T09:04:27Z</published>
    <summary type="html">&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;span style="text-align: justify; line-height: 1.4"&gt;&lt;img alt="" src="http://www.donnainsalute.it/documents/12586/270552/giorno%20della%20memoria%20donnainsalute.jpg?t=1359191243589" style="margin: 5px; width: 250px; float: left; height: 163px" /&gt;Il 27 gennaio si è celebrata la Giornata della Memoria in ricordo della Shoah, il peggiore abominio commesso dall’uomo: lo sterminio di circa sei milioni di ebrei nei 1634 Lager della Germania nazista. In questa data, nel 1945, le Forze Alleate liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. Al di là di quel cancello, oltre la scritta &lt;/span&gt;&lt;em style="text-align: justify; line-height: 1.4"&gt;Arbeit macht frei &lt;/em&gt;&lt;span style="text-align: justify; line-height: 1.4"&gt;(Il lavoro rende liberi), apparve l’inferno. E il mondo vide l’orrore in tutta la sua realtà. Alimentando la memoria è come se anche noi, oggi, varcassimo i cancelli di Auschwitz: un modo per evitare che questa terribile notte della storia dell’uomo venga consumata nell’indifferenza del mondo. Ma sviluppare una riflessione sulla Giornata della Memoria non è mai facile, perché si corre sempre il rischio di dire cose banali. Anche i moniti profondi e solenni (“Mai più”) rischiano di scadere nella retorica. Tuttavia abbiamo voluto provarci, con l’aiuto di Laura Boella, docente di filosofia morale all’Università di Milano, autrice tra l’altro di un libro in uscita il 13 febbraio &lt;/span&gt;&lt;em style="text-align: justify; line-height: 1.4"&gt;Le imperdonabili &lt;/em&gt;&lt;span style="text-align: justify; line-height: 1.4"&gt;(Mimesis) dedicato al percorso di vita di alcune donne eccezionali, fra le quali Milena Jesenska ed Etty Hillesum che morirono nei campi di concentramento.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;strong&gt;Professoressa Boella, perché è importante ricordare e commemorare la tragedia della Shoah?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	«La Shoah è stato il Male assoluto, un evento giustamente definito imperdonabile e imprescrittibile. Quel limite dell’umano è stato oltrepassato. E allora dobbiamo far sì che si sappia che “questo è accaduto”. Dobbiamo raccontarlo ai nostri figli, e tramandarlo a ogni generazione futura. Conoscere è necessario, affinché non si ripetano mai più simili atrocità».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;strong&gt;Eppure oggi c’è chi ritiene giunto il momento di archiviare il passato. La memoria dell’Olocausto rischia di smarrirsi?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	«No, per nessuna ragione al mondo è possibile cancellare la Shoah. Ma sappiamo quanto la memoria sia intessuta di oblio, e dopo la scomparsa degli ultimi sopravvissuti-testimoni , il pericolo più grande è che quegli atroci avvenimenti si allontanino, e non solo per effetto del tempo che passa. La nostra società occidentale sta diventando largamente e sempre più una società astorica. Che il passato sia, rispetto al nostro presente, un “paese lontano”, è una sensazione abbastanza diffusa: c’è un atteggiamento di distacco, spesso anche di disattenzione, disinteresse per la Storia. Fatta questa doverosa precisazione, credo però che questo modo di affrontare la giornata della memoria sia fragile, e rischi di non essere più sufficiente, se non si presta attenzione anche a ciò che succede oggi. L’antisemitismo non è scomparso, ha solo cambiato nome. E si ripete, in altre forme, in altri luoghi, per altri motivi. Basta osservare come accadano ancora tante barbarie sotto i nostri occhi increduli o indifferenti. Dobbiamo sforzarci di andare oltre. Bisogna ricordare il male nelle sue estreme efferatezze e conoscerlo bene, ma abbiamo anche il dovere di infondere speranza: per rendere la memoria della Shoah un elemento vivo, soprattutto tra le nuove generazioni alla disperata ricerca di senso e di speranza per l’avvenire, personale e collettivo».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;strong&gt;Cosa intende dire?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	«I ragazzi di oggi sono cresciuti in una sorta di presente permanente. In fondo il passato per loro è un concetto inesistente. Sanno ben poco dei Lager, della Storia in generale. A volte sono distratti, refrattari, increduli. Il rischio della commemorazione, come di ogni commemorazione, è quello di trasmettere una memoria pietrificata. E questo dovere di memoria, del tutto astratto, rischia però di generare non solo indifferenza ma insofferenza, persino rifiuto: può essere un peso davvero troppo grande per i ragazzi affrontare l’orrore dei racconti e soprattutto delle immagini dei campi di sterminio, le camere a gas, i forni crematori. L’Olocausto può condurre a un atteggiamento di disperazione nei confronti dell’uomo. Com’è potuto accadere tutto ciò? Certo si possono dare risposte storico-politiche che aiutano a contestualizzare e tentano di “spiegare” l’Olocausto, ma la domanda in realtà non trova risposta. L’uomo è un grande insondabile mistero, e l’Olocausto ci ha svelato un nuovo abisso di male a cui l’uomo può giungere, ma anche la forza della sua resistenza che sovrasta l’orrore. La tragicità di quegli eventi non ha ucciso la possibilità di una umanità diversa, bisogna dirlo ai giovani! Noi vogliamo credere nell’uomo nonostante tutto, ponendo l’accento su come ognuno di noi abbia sempre la possibilità di scegliere il proprio comportamento, di opporsi alla scelta del male. Ciò che è importante è avere e conservare sempre la coscienza della responsabilità individuale, non essere indifferente, avere il coraggio di reagire, di pensare, di sapersi tirar fuori dal gregge e di ascoltare la propria coscienza».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;strong&gt;Questa speranza può essere la nostra salvezza?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	«La memoria deve nutrire le speranza, diceva Etty Hillesum, la ragazza ebrea morta ad Auschwitz a 27 anni, che ha lasciato le sue intense “Lettere” e il “Diario”, e che osò scrivere dal lager mentre attendeva la morte: “La miseria che c’è qui è veramente terribile, eppure alla sera tardi quando il giorno si è inabissato dentro di noi, mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il filo spinato e allora dal mio cuore s’innalza sempre una voce: non ci posso far niente, è così, è di una forza elementare e questa voce dice: la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo”. Non ci troviamo di fronte a una donna “mistica” ma a una giovane passionale, concreta, intellettualmente viva e curiosa... Ecco, ai giovani che non riescono a immaginare il proprio futuro e a progettarlo, e sono in preda a un senso di impotenza e di disillusione terribile – contro cui ogni giorno noi adulti, come educatori e genitori, lottiamo – voglio dedicare queste parole di Etty Hillesum: “Non credo che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi. E’ proprio l’unica possibilità che abbiamo, non vedo altre alternative, ognuno di noi deve raccogliersi e distruggere in se stesso ciò per cui ritiene di dover distruggere gli altri (...). E convinciamoci che ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende ancor più inospitale (…). Se non sapremo offrire al mondo impoverito del dopoguerra nient’altro che i nostri corpi salvati a ogni costo – e non un nuovo senso delle cose, attinto dai pozzi più profondi della nostra miseria e disperazione – allora non sarà servito a niente (...). Dai campi stessi dovranno irraggiarsi nuovi pensieri, nuove conoscenze”. Dobbiamo credere che le cose possono cambiare, altrimenti non cambieranno mai. Nessuno dovrebbe mai spegnere la speranza».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	di Cristina Tirinzoni&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;strong&gt;Un libro per non dimenticare....&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;strong&gt;&lt;em&gt;Gli occhi di mia madre&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;, La Shoah raccontata ai miei figli di &lt;strong&gt;Anna Ornstein&lt;/strong&gt; (Effatà editrice).&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	E’ una delle tante “voci della memoria” che ci aiutano a non dimenticare. L’autrice, ebrea ungherese deportata diciassettenne ad Auschwitz con la madre, ricostruisce in questo racconto autobiografico le vicende della persecuzione antisemita, dell’invasione nazista e del lager. Sopravvissuta e trasferitasi in America, è diventata psichiatra infantile, specializzata nel trattamento del disagio post-traumatico.&lt;/p&gt;</summary>
    <dc:creator>Cristina Tirinzoni</dc:creator>
    <dc:date>2013-01-26T09:04:27Z</dc:date>
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    <title>MANAGER E MAMMA: UNA SFIDA QUOTIDIANA</title>
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      <name>Eleonora Rigato</name>
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    <updated>2013-01-21T23:45:23Z</updated>
    <published>2013-01-21T22:06:46Z</published>
    <summary type="html">&lt;p&gt;
	&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;img alt="" src="http://www.donnainsalute.it/documents/12586/14836/business%20woman%20donnainsalute.jpg?t=1358805908568" style="width: 250px; height: 163px; margin: 5px; float: left;" /&gt;Donne e lavoro. Un binomio che in Italia presenta ancora molte incertezze. Il rapporto dell’Ocse su uguaglianza di genere e ripresa economica, illustrato di recente a Parigi, parla infatti del 51% di presenza lavorativa femminile nel nostro paese, contro il 65% della media Ocse. Un dato che ci posiziona agli ultimi posti tra i paesi membri dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, riguardo al lavoro femminile. E che penalizza l’economia italiana. Le donne sono inoltre poco presenti ai vertici aziendali (33% dei dirigenti d’azienda, 7% dei consiglieri d’amministrazione, 22% degli imprenditori con lavoratori dipendenti).&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	Essere donna, magari mamma, e manager, ed esserlo al meglio, è quindi ancora oggi una sfida quotidiana nel nostro paese. Ci parla della sua esperienza Mariagrazia Sturniolo, da tre anni Customer Service &amp;amp; Distribution Manager della divisione Medical Diagnostics di GE Healthcare Italia.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;strong&gt;Lei ha un ruolo di responsabilità all’interno di una grande azienda. Ma è anche una donna con una famiglia, un figlio. E’ stato difficile affermarsi in ambito professionale, dovendo conciliare impegni lavorativi e familiari?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	«La difficoltà maggiore è stata interiore, trovare il giusto equilibrio tra vita professionale e famiglia, una maggiore soddisfazione per tutte le parti coinvolte e soprattutto una tranquillità d’animo. Un’attività portata avanti giorno per giorno, con scelte a volte non facili, ma definendo alcune linee fondamentali: obiettivi professionali chiari; attenzione ai bisogni della famiglia e del contesto professionale; separazione netta degli ambiti famiglia e lavoro; condivisione familiare delle attività casalinghe; saper dedicare il tempo giusto e “di qualità” ai figli. Inoltre, creare una rete di persone fidate – nonni paterni e materni – che potessero prendersi cura di mio figlio durante le mie assenze lavorative è stato fondamentale».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;strong&gt;GE risulta una delle aziende più attente alle esigenze delle dipendenti con figli (da due anni è nella classifica americana delle “Working Mother 100 Best Companies”). In che modo l’azienda risponde a queste esigenze?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
	&lt;strong style="text-align: justify;"&gt;&lt;img alt="" src="http://www.donnainsalute.it/documents/12586/14836/foto_sturniolo.jpg?t=1358806142860" style="width: 180px; margin: 5px; float: right; height: 210px;" /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	«GE cerca di offrire opportunità flessibili al lavoratore, compatibilmente con il ruolo svolto. Per le dipendenti con figli c’è la possibilità di lavoro part-time in forme diverse e di un numero di ore settimanali variabili. In altri casi, è offerta anche la possibilità di lavorare parzialmente in remoto da casa. In GE si pone grande attenzione al benessere del dipendente sotto molti punti vista (salute, luogo di lavoro, sviluppo di carriera) e anche le esigenze delle lavoratrici e la loro tranquillità sono importanti, perché esiste un riconoscimento del valore delle persone e dell’importanza d’investire su di loro».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;strong&gt;“Women’s network” è una rete che riunisce le donne che lavorano in GE nel mondo, con l’obiettivo di socializzare e favorire l’avanzamento della carriera. Ci può dire qualcosa di più in merito?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	«Il Women’s Network è un forum che favorisce lo sviluppo professionale delle donne, aiuta a stabilire relazioni che possano essere utili per indirizzare la propria carriera. E’ organizzato in centri principali collegati alle sedi GE (in Italia abbiamo un centro a Milano e uno a Firenze), gestiti da più leader, che si occupano di organizzare eventi anche in collaborazione con associazioni, focalizzate sul ruolo professionale femminile, come per esempio “Valore D” (Donne al Vertice per l’Azienda di Domani, associazione di grandi imprese per sostenere la leadership femminile in azienda, &lt;em&gt;ndr&lt;/em&gt;), ma anche incontri con personalità di rilievo, sia interne a GE, sia esterne».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;strong&gt;Non crede che una risposta adeguata all’esigenza delle donne di conciliare carriera e famiglia debba far leva sulla collaborazione maschile, in modo che la gestione della vita familiare sia maggiormente condivisa?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	«A questo proposito riprendo il tema evidenziato dal Presidente del Consiglio, durante la conferenza di fine anno. Per l’equità e lo sviluppo della società italiana ci vuole un salto di qualità nel modo di concepire il ruolo della donna, sia dal punto di vista demografico – e quindi per la maternità sarebbero auspicabili provvedimenti specifici di aiuto, flessibilità e sostegno – sia dal punto di vista sociale che politico. Sociale perché, nonostante la recente legge sulle quote rosa per le aziende, ancora molta strada deve essere percorsa in termini di meritocrazia senza distinzione di genere. Ma non solo, dovrebbe esserci anche la valorizzazione economica di tutte le attività sommerse, a favore di bambini e anziani, di cui le donne si fanno carico. Dal punto di vista politico, mi riferisco all’applicazione delle quote rosa in Parlamento, nelle Università, negli Istituti scientifici e ai vertici della pubblica amministrazione. Deve cambiare la mentalità della nostra cultura, che per certi aspetti si presenta inadeguata allo sviluppo del mondo moderno, non favorendo l’accesso delle donne a certi ambiti privilegiati».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	A cura di Eleonora Rigato&lt;/p&gt;</summary>
    <dc:creator>Eleonora Rigato</dc:creator>
    <dc:date>2013-01-21T22:06:46Z</dc:date>
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    <title>IMPARARE LA MEDITAZIONE PER TROVARE L'ARMONIA INTERIORE</title>
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      <name>Cristina Tirinzoni</name>
    </author>
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    <updated>2012-12-20T06:53:02Z</updated>
    <published>2012-12-13T23:47:32Z</published>
    <summary type="html">&lt;p&gt;
	&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;img alt="" src="http://www.donnainsalute.it/documents/12586/14836/yoga%20MEDITAZIONE%20BUDDHISTA%20donnainsalute.jpg?t=1355442625860" style="width: 300px; height: 205px; margin: 5px; float: left;" /&gt;Prima il sorriso, gioioso, come l’abito arancione. Poi il saluto tipico delle mani unite e dell’inchino: mi accoglie così Svamini Hamsananda Giri, &lt;em&gt;samnyasin&lt;/em&gt;, ovvero monaca induista, nonché vicepresidente degli induisti d’Italia. Vive dal 1987 ad Altare, nell’entroterra di Savona, assieme a una comunità di monaci dove, ben nascosto da un bosco di castagni, c’è il&lt;em&gt; Gitananda Ashram, &lt;/em&gt;il monastero induista più grande d’Italia. Un paradiso di colori e fiori, fra raffigurazioni di divinità hindu, fontane di pesci rossi, pavoni, pappagalli, cani e il silenzio, interrotto solo dai canti e dalle preghiere e dal suono della grande campana della Pace o dei cimbali che risuonano nell’aria. Un luogo dove si impara a praticare la meditazione &amp;nbsp;per recuperare l’armonia interiore, così spesso messa a dura prova dalla convulsa vita quotidiana. Con Hamsananda parliamo di benessere e cosa può insegnarci la spiritualità induista per conquistarlo.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;strong&gt;Qui la natura e la pace dell’Ashram invitano a fermarsi per riprendere fiato, fare pace con se stessi, con il prossimo e col mondo. Difficile se si vive in città…&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&amp;lt;Ma no, riprendere contatto con la natura è possibile anche nella vita di tutti i giorni e nel luogo dove si abita. Basta camminare in un giardino e nei parchi della propria città, tra i viali alberati, osservandone le chiome, annusare i profumi delle fioriture di stagione, fermarsi ad ascoltare le campane... Anche il semplice camminare è una forma di meditazione. Ci si concentra sul proprio respiro, sincronizzandolo con i passi. È una pratica che dà gioia e pace&amp;gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;strong&gt;Nell’Ashram organizzate corsi di yoga e di danza sacra indiana: cosa insegnano queste pratiche?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&amp;lt;Chiunque desideri dedicarsi allo meditazione e alla riscoperta della propria spiritualità è sempre ben accolto, e qui può trovare una antica tradizione di yoga, il Siddha Siddhanta Yoga, ritenuta la più raffinata e completa del Tantra. La parola YOGA, innanzitutto, significa “unire”. Lo Yoga insegna a sentire l’energia cosmica presente nell’uomo, che si manifesta come respiro. Il respiro è la voce della vita del corpo, il flusso comune a tutte le esistenze, ciò che ci può connettere con tutte le forme di vita del pianeta. E quindi a conseguire un sicuro controllo della cosa più instabile e mobile che si possa immaginare: la mente, sempre irrequieta, sempre pronta a distrarsi e divagare, spesso dominata da opposti e conflittualità. Così si arriva a comprendere di essere noi stessi, i produttori di questo mondo materiale, ma anche di avere in noi stessi la capacità di cambiarlo. Per l’induismo, la danza non è solo una forma artistica, ma, grazie alla ricchezza del suo linguaggio simbolico, utilizzando dei Mudras (gesti con le mani) è una vera e propria preghiera che innalza lo spirito al divino. Il messaggio dell’Induismo è infatti l’idea che la moltitudine di eventi e cose che ci circondano sono differenti manifestazioni della stessa realtà ultima, Brahman, dalla quale si forma il cosmo. La danza del Dio Shiva è la danza dell’universo, il flusso incessante di energia&amp;gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;strong&gt;Cos’è la salute per l’induismo?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&amp;lt;Salute in sanscrito si dice Svastha, che significa stabilità in se stessi . E secondo l’antica medicina indiana Ayurveda, che si occupa da oltre 5 mila anni del benessere dell’uomo nella sua interezza, il concetto di salute corrisponde a uno stato di benessere ed equilibrio fisico, mentale e spirituale. C’è salute là dove sono in equilibrio fra loro le tre energie vitali dell’organismo (o doshas) chiamati Vata (aria), Pitta (fuoco) e Kapha (acqua e terra). In ciascun individuo, queste forze sono presenti in combinazioni sempre diverse&amp;gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;strong&gt;Quali vantaggi ne possono derivare?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&amp;lt;Senza alimentare una sterile contrapposizione con la Medicina tradizionale occidentale, che ha ottenuto successi molto importanti nel campo delle patologie acute, quello che distingue la medicina orientale è il concetto del paziente nella sua totalità, costituito da corpo e mente, sensi e anima. Quindi ogni malattia non è mai un fatto isolato e le terapie ayurvediche non curano solo un sintomo o un organo in particolare, ma le persona nella sua interezza. L’organismo non è un insieme di organi ma è il risultato di un sistema di relazioni, tra ogni parte del corpo e fra questo e l’ambiente esterno. Il corpo umano è un corpo cosmico. Dunque il benessere e l’equilibrio della persona non possono essere separati da quello della natura, da quello dell’universo&amp;gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;strong&gt;Lei ha fatto la scelta vegetariana, perché?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&amp;lt;L’induismo, sia nel suo aspetto filosofico sia in quello religioso e spirituale, pone il cibo (&lt;em&gt;anna&lt;/em&gt;) in relazione all’intero universo (&lt;em&gt;purna Brahma&lt;/em&gt;). Il cibo ha una fondamentale importanza dal momento che si trasforma in sostanza e in energia. Di conseguenza anche il cibo non può essere scelto a caso, ma rispettando le stagionalità e i cicli della natura. L’alimentazione svolge una funzione essenziale nella nostra vita, poiché dal cibo ricaviamo la forza vitale e l’immunità necessarie per combattere le malattie. Oltre a nutrire il corpo, l’alimentazione nutre anche la mente e lo spirito. Emerge quindi un aspetto spirituale e sacro del cibo che la cultura indiana valorizza pienamente&amp;gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;strong&gt;Se dovesse raccontare la sua vita, come incomincerebbe?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
	&amp;lt;Sono nata in una famiglia cattolica nel Veneto degli anni Sessanta. Studiavo psicologia e insegnavo nuoto. L’Università non mi coinvolgeva, mentre mi piaceva molto stare con i ragazzi, i portatori di handicap. A un certo punto ho incontrato la cultura induista, ho cominciato a praticare yoga e a studiare danza indiana tradizionale, che è una disciplina molto importante e ricca di significati, qualcosa di difficilmente immaginabile in Occidente. Ho trovato una cultura nella quale la vita quotidiana, gli ideali, la religione, la filosofia sono un tutt’uno. È stato come se le varie tessere del mosaico andassero a posto e tutte le mie domande trovassero risposta&amp;gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;strong&gt;E ha smesso il suo nome per diventare Hamsananda…&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
	&amp;lt;Hamsananda significa “&lt;em&gt;beatitudine nel respiro di Dio&lt;/em&gt;”, Giri è il nome del mio ordine monastico. Ho un nuovo nome perché quella che ero prima non esiste più. Si rinasce a una nuova vita&amp;gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;strong&gt;Per saperne di più:&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;strong&gt;Formule d’immortalità&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
	&lt;strong&gt;La terapia rasāyana nei testi classici dell’āyurveda&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
	di Ernesto Iannaccone (Laksmi edizioni, pagine 208, euro 20)&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	Il metodo &lt;em&gt;rasāyana&lt;/em&gt; (&lt;em&gt;rasāyana vidhi&lt;/em&gt;) è un insieme complesso e articolato di procedure per il ringiovanimento e la rivitalizzazione del corpo. La casa editrice Laksmi, direttamente legata all’Ashram, propone la prima traduzione integrale degli antichi testi.. Ernesto Iannaccone, medico specialista in igiene e medicina preventiva, è uno dei massimi esperti italiani di medicina ayurvedica.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	Cristina Tirinzoni&lt;/p&gt;</summary>
    <dc:creator>Cristina Tirinzoni</dc:creator>
    <dc:date>2012-12-13T23:47:32Z</dc:date>
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    <title>STOP ALLA VIOLENZA SULLE DONNE!</title>
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      <name>Cristina Tirinzoni</name>
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    <updated>2012-11-26T12:12:40Z</updated>
    <published>2012-11-24T11:30:07Z</published>
    <summary type="html">&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;img alt="" src="http://www.donnainsalute.it/documents/12586/14836/violenza%20donne%20home.jpg?t=1353756683460" style="margin: 5px; width: 200px; float: left; height: 130px" /&gt;Il 25 novembre è la giornata scelta dall’ONU (nel lontano 1999) per sensibilizzare contro la violenza sulle donne. In questa data sono state programmate, in ogni città, manifestazioni, incontri, proiezioni di film e video, spettacoli teatrali, reading, mostre, perché mai come quest’anno abbiamo assistito a un’inaudita escalation. I numeri li conosciamo: 105 le donne uccise solo nei primi 9 mesi del 2012, un omicidio ogni tre giorni. Nel 2011 ne sono morte 127, più della metà per mano di uomini conosciuti: mariti, fidanzati, ex partner. E sono oltre 7 milioni le italiane che almeno una volta nella vita sono state vittime di violenze, molestie, maltrattamenti, percosse, stalking e stupro. Eppure c’e la sensazione che la violenza sulle donne non sia percepita come un’emergenza sociale e culturale: tanto che c’è stato un formale richiamo da parte dell’Onu: l’autorevole voce di Rashida Manjoo, Special Rapporteur delle Nazioni Unite, solo pochi mesi fa, ha chiesto al Governo italiano “di rendere conto dell’inefficacia e superficialità nel trattare il problema per la prevenzione della violenza, la protezione delle vittime e la condanna dei colpevoli”, e ha chiesto che l’Italia si impegni a “intervenire sulle cause strutturali della diseguaglianza di genere e della discriminazione”. Ma a tutt’oggi il Parlamento non ha ancora ratificato la Convenzione di Istanbul (varata dal Consiglio d’Europa l’11 maggio del 2011) per combattere la violenza tramite la prevenzione, l’azione giudiziaria, il supporto alle vittime.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	Sull’argomento abbiamo rivolto alcune domande a una donna impegnata da anni in questa lotta:&lt;strong&gt; Manuela Ulivi, avvocato, socia fondatrice e presidente della Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate di Milano,&lt;/strong&gt; uno dei centri antiviolenza italiani di più antica storia, che ha promosso il convegno:&lt;em&gt; “Le parole non bastano&lt;/em&gt;.&lt;em&gt; Donne e uomini contro la violenza maschile sulle donne&lt;/em&gt;”.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;strong&gt;Già nel titolo una bella provocazione a... voltare pagina&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
	«Il messaggio è chiaro e nient’affatto scontato. Tutti oggi vogliono occuparsi di violenza: il tema è di moda, e sta avendo grande risonanza mediatica. Ma quello che serve davvero è un lavoro concreto, quotidiano, umile, e tenace. Serve una formazione specifica per gli operatori. Occorre una rete di competenze – servizi, medici, psicologi, servizi sociali – che complessivamente si faccia carico del fenomeno. Servono fondi certi per finanziare questo lavoro. Ecco, vorremmo che, nel momento in cui le donne vittime della violenza maschile trovano la forza e il coraggio di ribellarsi, possano avere un sostegno vero nelle istituzioni, che troppo spesso non sono pronte ad affrontare situazioni di disagio e le abbandonano a loro stesse. C’è bisogno anche di certezza e di gravità della pena. E di un saldo sistema di prevenzione. Per sconfiggerla davvero, occorre cambiare il modo di pensare di uomini e donne. Il cambiamento può venire solo da quelle donne e quegli uomini che hanno il desiderio di un nuovo rapporto tra i sessi, improntato sul rispetto e non su possesso, potere, controllo. Ecco il motivo del grande lavoro che stiamo facendo con l’associazione Maschileplurale».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;strong&gt;Uomini contro la violenza dove siete?&amp;nbsp;E' questa la sfida di oggi?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
	«Sì, dietro la violenza c’è una grande questione maschile, che risale ai modelli culturali, familiari, di relazione che ci portiamo dietro. La violenza è il segno di una cultura che non ammette la differenza tra i generi, è l’espressione del potere diseguale tra donne e uomini che vede il femminicidio come la sua ultima, estrema, conseguenza».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;strong&gt;In che modo ce la possiamo fare?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
	«E’ fondamentale il rinnovamento culturale. Molti uomini credono ancora che la donna sia una loro proprietà, molte donne, di contro, non hanno abbastanza fiducia in se stesse e non si rispettano. Le botte non possono essere confuse con un gesto d’affetto. Bisogna prendere coscienza che nessuno, se ci ama davvero, può farci del male. Nessuna donna dovrebbe mai sentirsi dire: “Stai zitta cretina!”.”O tu sei mia o di nessun altro”. Bisogna aiutare le donne a riconoscere la violenza evitando che la si giustifichi o tolleri in silenzio. Solitamente, dopo uno scatto d’ira, lui chiede scusa magari anche con frasi forti come: “Sono un mostro! Sto male! Solo tu mi puoi salvare!”. Lei pensa: “Mi ama davvero”. E tutto ricomincia da capo. La violenza va sempre crescendo, va interrotta subito prima che degeneri».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;strong&gt;I dibattiti sono aumentati, eppure la violenza peggiora. Come si spiega questa recrudescenza?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
	«La violenza ci fa riflettere e cogliere la contraddizione di una società, che ci parla di quote rosa, di parità di diritti e, al contempo, riesce a trasmettere il messaggio della donna come di un semplice oggetto. È una società paradossale la nostra: pensiamo di vivere con uno standard alto dal punto di vista dei diritti delle donne, ma i fatti ci raccontano qualcosa di molto diverso. Essere donna, nonostante gli sforzi compiuti dal Movimento Femminista negli anni Settanta, ancora oggi vuol dire appartenere a uno stereotipo socialmente costruito da un punto di vista prettamente maschile. Più è alta la libertà della donna, più aumenta la reazione degli uomini (per fortuna non tutti). E la supremazia del ruolo maschile su quello femminile si afferma sempre più spesso con la forza: usata per minacciare, spaventare, violentare, in ogni caso per dominare! I delitti sono quasi sempre legati alla decisione della donna di troncare la relazione. E l’azione omicida scatta nel disoccupato del Sud come nell’imprenditore del&amp;nbsp; Nord. Non dobbiamo trascurare un elemento antropologico: la violenza sulle donne ha una storia, una giustificazione sociale che l’ha fatta accettare per tanto tempo. È storia dei nostri nonni: fino al 1981 in Italia esisteva il delitto di onore… Ce ne siamo dimenticate, ma ha lasciato l’eco nel dna della società: i maschi che uccidono le donne hanno 20 e 30 anni, e sono di ogni ceto sociale ed economico».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;strong&gt;E i modelli televisivi certo non aiutano a cambiare mentalità…&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
	«I media purtroppo non aiutano a correggere una cultura radicata da tantissimi anni. Anzi, a volte, proprio i mezzi di informazione hanno speculato su tali vicende, spettacolarizzando le morti di donne innocenti e parlando di “omicidi passionali”, di raptus della gelosia , come se ciò fosse un’attenuante, come se un certo tasso di violenza sia alla fine tollerabile. Non c’è mai nulla di passionale nel massacrare una donna! E ogni volta si cerca il perché e il colpevole, con differenti accenti se le vittime sono “brave ragazze”. C’è una domanda che non va mai fatta a una donna che dice “lui mi maltratta, mi ha picchiato”: non si deve mai chiedere “ma tu cosa hai combinato?”. Perché ciò significherebbe giustificare, invece non esistono giustificazioni».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;strong&gt;Il 70% dei casi di violenza avvengono dentro casa e quasi mai vengono denunciati. Perché?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
	«Ci sono atteggiamenti culturali che soffrono a dover accettare la famiglia quale prima sede della violenza, però è un dato di fatto. Nessuno vuole mettere in discussione il valore della famiglia, ma di fronte ad atteggiamenti violenti da parte del partner, come si fa a difenderla? La violenza domestica è un dramma vissuto spesso nella vergogna e nel silenzio. Le vittime tacciono per un malinteso senso della famiglia. Per paura del compagno, per la vergogna verso gli altri, per la speranza che non si ripeta, perché lui chiede perdono... Affetto e senso di vergogna si mescolano alla paura di ritorsioni».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;strong&gt;C’è dunque una diversa soglia di tollerabilità verso la violenza domestica?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
	«C’è una cultura che respiriamo tutti, donne e uomini, giovani e meno giovani, di glorificazione della famiglia ed esiste una giustificazione obliqua, che in qualche modo gratifica la donna, perché spesso l’atteggiamento del maschio geloso oltremisura è considerato parte dell’amore. È molto più facile riconoscere come colpevole uno sconosciuto che aggredisce per strada, piuttosto che una persona che abbiamo scelto come compagno di vita. Rendersi conto che chi si ama è una persona violenta costringe la donna a porre in discussione la propria capacità di giudizio e a crearsi sensi di colpa, quando in realtà il colpevole è chi aggredisce e non la vittima, Ma denunciare è difficile. Spesso i maltrattamenti vanno avanti per anni, prima che le donne riescano a lasciarsi alle spalle queste situazioni angosciose. Spesso c’è la sensazione di una giustizia che non protegge abbastanza, c’è anche il timore di non essere credute. Le istituzioni (polizia, carabinieri, ospedali, parrocchie, vicinato) talvolta sono lente, disattente, passive. Ancora troppo spesso le Forze dell’Ordine tendono a trattare le violenze come un fatto privato, che i coniugi devono risolvere da soli. Alcuni assistenti sociali li chiamano “conflitti” invece che reati».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;strong&gt;Quali sono le forme di violenza oggi più ricorrenti?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
	«Il picchiare è una sola delle tante epifanie della violenza. Esistono forme più subdole e non meno pericolose quali l’umiliazione, l’insulto verbale, la sopraffazione psicologica, la privazione della libertà di movimento. La donna viene fatta a pezzi, in maniera costante e ripetuta, attraverso gesti e parole di disprezzo, umiliazione e discredito, con quel lento e progressivo degenerare di un rapporto, quelle piccole umiliazioni quotidiane, prima verbali e poi fisiche, quella libertà che pian piano svanisce. che scava voragini nell’autostima. C’è la violenza economica che consiste nel privare la donna di ogni forma di sostentamento per far crescere nella partner la sensazione di dipendenza».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;strong&gt;Come uscirne?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
	«Il primo passo verso la libertà è accettare anche la solitudine, ripetersi ogni giorno come un mantra: “mai più”. Nessun aiuto sociale, culturale o professionale può essere utile se la donna non ha la consapevolezza della propria dignità e di volerla riscattare. Le donne maltrattate, stuprate, violentate non devono soffrire da sole, devono rivolgersi alle Associazioni Antiviolenza, ai Centri d’ascolto preposti alla loro tutela, che possono aiutarle dando loro un sostegno psicologico, case protette, rifugi dove possono iniziare il percorso di recupero psicologico. Il mio sogno? Centri di aiuto in ogni quartiere, a cui la donna possa rivolgersi con discrezione per parlare di sé, ottenere ascolto e un primo orientamento su come comportarsi».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;strong&gt;A cura di Cristina Tirinzoni&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	A CHI RIVOLGERSI:&lt;br /&gt;
	Per chiedere aiuto basta telefonare al numero 1522 che collega tutti i centri anti violenza.&lt;br /&gt;
	&lt;strong&gt;Casa di Accoglienza delle donne Maltrattate&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
	Via Piacenza 14 - 20135 Milano&lt;br /&gt;
	Tel. 02/55015519 ; e-mail: &lt;a href="mailto:cadmmi@tin.it"&gt;cadmmi@tin.it&lt;/a&gt; &lt;a href="mailto:info@cadmi.org"&gt;info@cadmi.org&lt;/a&gt; sito internet: &lt;a href="http://www.cadmi.org/"&gt;www.cadmi.org&lt;/a&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	IL LIBRO&lt;br /&gt;
	Di recente è uscito &lt;em&gt;Se questi sono gli uomini,&lt;/em&gt; (edito da Chiare lettere) scritto da Riccardo Iacona, noto giornalista televisivo. Racconta i femmicidi avvenuti in Italia nel 2012: ” tutti delitti annunciati”, dice Iacona, “storie conosciute dai familiari delle vittime, dai vicini di casa, spesso anche dalle forze dell’ordine quando le donne hanno avuto il coraggio di denunciare…”.&lt;/p&gt;</summary>
    <dc:creator>Cristina Tirinzoni</dc:creator>
    <dc:date>2012-11-24T11:30:07Z</dc:date>
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  <entry>
    <title>CIAK SI GIRA… LA STORIA VERA DI UN TUMORE A LIETO FINE</title>
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      <name>Paola Trombetta</name>
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    <updated>2012-11-23T09:13:03Z</updated>
    <published>2012-11-15T12:05:46Z</published>
    <summary type="html">&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;img alt="" src="http://www.donnainsalute.it/documents/12586/14836/tumore%20nel%20cinema%20nemicheamiche.jpg?t=1352981168130" style="margin: 5px; width: 300px; float: left; height: 202px" /&gt;Sono circa un’ottantina i film della cinematografia internazionale i cui protagonisti, colpiti da tumore, raccontano la loro malattia. Ma quasi sempre il finale è tragico. E l’emozione suscitata dal film rende ancora più toccante il vissuto di questi malati. Per dare un messaggio di speranza alle tante persone, in particolare donne, malate di tumore, in occasione del Festival del Cinema a Roma, l’Associazione Salute Donna Onlus e la Società Italiana di Psico-Oncologia (SIPO), con il sostegno di MSD, hanno lanciato il progetto ONCOMovies, per sensibilizzare i pazienti e i medici sulla qualità di vita dei malati oncologici che potranno diventare essi stessi protagonisti di un film. Dal 15 novembre al 30 gennaio 2013, i pazienti potranno inviare al sito: www.nonausea.it le loro testimonianze di malattia che diventeranno lo spunto per la realizzazione di un cortometraggio che verrà presentato il prossimo anno al Festival del Cinema di Roma.&lt;br /&gt;
	&amp;lt;Chi è malato di cancro è spesso lasciato solo, nella gestione della malattia, soprattutto delle conseguenze sulla qualità di vita, come i devastanti effetti collaterali della chemioterapia&amp;gt;, fa notare Anna Maria Mancuso, presidente dell’Associazione Salute Donna Onlus (www.salutedonna.it) che da vent’anni si occupa delle donne che hanno un tumore. &amp;lt;A 32 anni ho scoperto di avere un cancro al seno e da allora ho sempre lottato per combatterlo, con interventi chirurgici spesso demolitivi, e devastanti sedute di chemioterapia che mi rendevano la vita impossibile, soprattutto a causa delle pesanti nausee di cui soffrivo. All’epoca avevo un bimbo piccolo e il mio ruolo di madre e di moglie è stato molto compromesso da improvvisi e continui attacchi di vomito che non mi davano tregua. Per fortuna oggi esistono farmaci efficaci che consentono di evitare queste incresciose situazioni. Il messaggio che vorrei comunicare a gran voce è questo: di cancro si può vivere e la qualità di vita deve essere assolutamente salvaguardata! Oggi esistono terapie sempre più mirate per sconfiggere i tumori ed anche farmaci che riducono gli effetti collaterali della chemioterapia: non dobbiamo avere preclusioni o ingiustificate paure. Di tumore, oggi, si può guarire!&amp;gt;.&lt;br /&gt;
	Molte donne però sono ancora angosciate dalla diagnosi di tumore e dai possibili effetti collaterali della chemioterapia. Un’indagine condotta su 855 pazienti, “L’impatto dei trattamenti oncologici sulla qualità di vita dei pazienti”, promossa da Salute Donna e SIPO, ha confermato che la chemioterapia condiziona in modo rilevante la normale gestione delle attività domestiche (61,6%), l’attività lavorativa (63,9%) e la vita sessuale (63,7%). La nausea e il vomito sembrano essere gli effetti collaterali più sofferti e temuti (65,4%), addirittura più della caduta dei capelli (35,9%).&lt;br /&gt;
	&amp;lt;Per questo è fondamentale il colloquio medico-paziente, non solo nella comunicazione della diagnosi, ma nella rassicurazione sulla qualità di vita&amp;gt;, puntualizza la dottoressa Anna Costantini, presidente della Società Italiana di Psico-Oncologia (www.siponazionale.it) e direttore dell’Unità Operativa di Psico-Oncologia dell’Ospedale Sant’Andrea di Roma. &amp;lt;Uno degli aspetti spesso sottovalutati riguarda anche la ripresa della vita sessuale che, nelle donne con tumore, è particolarmente delicata, a causa di interventi chirurgici, spesso invalidanti che modificano l’immagine corporea. E per i pesanti effetti collaterali della chemioterapia, come nausea e vomito, che debilitano l’organismo&amp;gt;. Oggi esistono farmaci per ridurre questi effetti (aprepitant) che vengono raccomandati anche dalle Linee guida. &amp;lt;Purtroppo capita spesso che il medico non prescriva subito queste terapie efficaci e che le donne non osino richiederle, perché temono poi di dover sospendere le cure contro il tumore&amp;gt;, fa notare la dottoressa Domenica Lorusso, dell’Unità di Oncologia ginecologica dell’Istituto dei Tumori di Milano. &amp;lt;Non sempre inoltre sono prescritte le terapie consigliate dalle Linee guida: solo un paziente su tre riceve i farmaci efficaci&amp;gt;. Lo conferma lo studio prospettico PEER (Pan European Emesis Registry), condotto su 1128 pazienti in 8 Paesi europei, compresa l’Italia, dove addirittura si registra che solo nel 55% dei casi si prescrive una terapia anti-nausea corretta. Per questo ben vengano le iniziative, come il progetto ONCOMovies (www.oncovip.it) per incentivare la corretta presa in carico da parte del medico, non solo della malattia, ma della “persona” malata, salvaguardando però la qualità di vita.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	di Paola Trombetta&lt;br /&gt;
	&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</summary>
    <dc:creator>Paola Trombetta</dc:creator>
    <dc:date>2012-11-15T12:05:46Z</dc:date>
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    <title>E' "DI GENERE" LA SFIDA DELL'EUROPA PER L'IMPRENDITORIA</title>
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      <name>Silvia Pogliaghi</name>
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    <updated>2012-10-19T23:03:52Z</updated>
    <published>2012-10-19T10:17:10Z</published>
    <summary type="html">&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;img alt="" src="http://www.donnainsalute.it/documents/12586/14836/women-business-owners.jpg?t=1350641880465" style="margin: 5px; width: 200px; float: left; height: 133px" /&gt;La commissione&amp;nbsp; Europea delle Piccole e Medie Imprese (PMI) promuove&amp;nbsp; la Campagna "SME-WEEK", Settimana per le PMI, un&amp;nbsp;evento giunto alla sua quarta edizione, in corso&amp;nbsp; dal 15 al 21 ottobre.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	Lo scopo degli eventi che si&amp;nbsp;svolgono&amp;nbsp;&amp;nbsp;in tutta Europa&amp;nbsp; è quello di fare il punto, di promuovere&amp;nbsp; e porre in evidenza&amp;nbsp;le opportunità rivolte alle imprese di piccole dimensioni.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;strong&gt;Quest’anno il focus è sull’imprenditorialità femminile, argomento che offre molti spunti di riflessione soprattutto nel nostro paese, dove&amp;nbsp; la categoria ‘rosa’ non è sempre avvantaggiata e lo squilibrio, rispetto ad altri paesi europei in tema di politiche per le pari opportunità, è talvolta considerevole&lt;/strong&gt;. L’evento nodale della settimana per le PMI si svolge a Bruxelles ed è incentrato sul tema dell’impreditoria femminile. Quasi in contemporanea, anche a &lt;strong&gt;Milano FAST (Federazione delle Associazioni&amp;nbsp; Scientifiche e Tecniche) in&amp;nbsp;&amp;nbsp;collaborazione con Enterprise Europe Network, ha organizzato un incontro-seminario dal titolo: “&lt;em&gt;Imprese di Donne, Donne d’impresa&lt;/em&gt;”,&lt;/strong&gt; al quale hanno partecipato importanti relatrici italiane specializzate nel settore&amp;nbsp;InfomationTechnology.&amp;nbsp;F&lt;strong&gt;iona Fanning&lt;/strong&gt;, &amp;nbsp;&lt;strong&gt;Presidente di CEPIS&lt;/strong&gt; (&lt;strong&gt;Council of European Professional Informative Societies) &lt;/strong&gt;ha&amp;nbsp;affermato: &amp;lt;T&lt;strong&gt;utti i paesi Europei hanno bisogno di affrontare il forte squilibrio di genere, in modo particolare&amp;nbsp; l'Italia. Tuttavia, con iniziative di aiuto e mentoring, in particolare per le PMI, e con aiuti fiscali alle imprese che adottano, come propria, la cultura dell’equità di genere, questo divario può essere&amp;nbsp;‘letto’ come un'opportunità di lavoro per le donne,&amp;nbsp; che sono spesso un&amp;nbsp;potenziale capitale umano inutilizzato&amp;gt;.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	Per il&amp;nbsp;settore&amp;nbsp;"Imprenditrici e teconlogie web" è intervenuta &lt;strong&gt;Gianna Martinengo&lt;/strong&gt;&amp;nbsp; che ha portato la &amp;nbsp;testimonianza di chi, con coraggio e capacità, già nel periodo in cui le&amp;nbsp; Information Technologies&amp;nbsp; emettevano il loro primo vagito,&amp;nbsp; sfidò il mondo imprenditoriale rinnovando il concetto di&amp;nbsp; formazione.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&amp;lt;&lt;strong&gt;Le donne&amp;nbsp;- afferma Gianna Martinengo&amp;nbsp;-&amp;nbsp; sanno comunicare&amp;nbsp;agli altri, hanno la cultura dell’ascolto, la capacità di sapersi prendere le responsabilità anche senza averne il ruolo e l'abilità&amp;nbsp;di&amp;nbsp;mettere in relazione e moltiplicare le opportunità. Non ultima&amp;nbsp; e importantissima qualità: sanno affrontare le crisi. Basta pensare, per questo,&amp;nbsp;alle nostre nonne che spesso dovevano ‘gestire’ fatiche, guerre e lavori massacranti....&amp;gt;.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	Ha fatto da corollario a questo incontro, un’interessante mostra fotografica&amp;nbsp; di Umberto Ammiraglio dal titolo: "&lt;em&gt;Donne al lavoro ieri e oggi, il sor..riso delle mondine&lt;/em&gt;”. E pensare che, dai tempi delle mondine, è passato poco più di mezzo secolo, e questo link sottostante potrà invece&amp;nbsp;rappresentare il futuro....&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=KdFvCeU6SZY"&gt;http://www.youtube.com/watch?v=KdFvCeU6SZY&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	Silvia Pogliaghi&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
	&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
	&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</summary>
    <dc:creator>Silvia Pogliaghi</dc:creator>
    <dc:date>2012-10-19T10:17:10Z</dc:date>
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    <title>ESSERE DONNA IN INDIA</title>
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    <author>
      <name>Eleonora Rigato</name>
    </author>
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    <updated>2012-10-02T17:34:19Z</updated>
    <published>2012-09-28T15:10:32Z</published>
    <summary type="html">&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;img alt="" src="http://www.donnainsalute.it/documents/12586/14836/002.jpeg?t=1348845123293" style="margin: 5px; width: 200px; float: left; height: 134px" /&gt;“L’India è il paese peggiore per una donna”. È quanto emerge da una ricerca del TrustLaw della Thomson Reuters Foundation sui Paesi del G20, resa pubblica in occasione del G20 tenutosi in Messico. Eppure non mancano le figure femminili di rilievo, nel mondo politico e nella società indiana, come Sonia Gandhi, attualmente a capo del principale partito politico indiano, o Prathiba Patil, la prima donna Presidente dello Stato indiano, dal 2007. Anche i film “bollywoodiani”, che tanto successo hanno avuto in Occidente, ci trasmettono l’immagine di una donna “protagonista”.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;strong&gt;Ma nelle aree rurali, dove vive il 75% della popolazione indiana, la donna ancora oggi è fortemente discriminata e vista come un peso per la società. &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	Qui il feticidio femminile continua ad essere una pratica diffusa: &lt;strong&gt;secondo studi dell’Unicef, ogni anno nascono 15 milioni di bambine e 5 milioni di queste non vivono oltre i 15 anni.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	La donna vive sotto l’autorità paterna fino al matrimonio, spesso combinato, e se il padre non riesce a pagare la dote della figlia può succedere che questa muoia “accidentalmente”, permettendo al marito di sposarsi con una donna più ricca.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	E spesso sono le donne a svolgere i lavori più pesanti, percependo un terzo del salario di un uomo, a parità di lavoro.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	I provvedimenti attuati dal governo indiano, come ad esempio gli incentivi alle famiglie povere con figli femmine, non sono sufficienti a cambiare questa realtà. Esistono fortunatamente centinaia di associazioni impegnate in questo senso. Tra queste l’Ong &lt;strong&gt;ASSEFA&lt;/strong&gt;, che sostiene piccole comunità contadine, povere ed emarginate, a intraprendere un percorso di autosviluppo economico, sociale e culturale, secondo i precetti gandhiani. ASSEFA promuove&lt;strong&gt; l’uguaglianza di genere e l’emancipazione delle donne&lt;/strong&gt;, che sono incoraggiate a formare &lt;strong&gt;gruppi di auto-aiuto&lt;/strong&gt; (&lt;strong&gt;SHGs&lt;/strong&gt; - Self Help Groups) per affrontare insieme i momenti di difficoltà. ASSEFA ha promosso la formazione di &lt;strong&gt;30.155 gruppi di auto-aiuto in 9.434 villaggi indiani, &lt;/strong&gt;con un numero totale di &lt;strong&gt;431.746 socie &lt;/strong&gt;(dati di Dicembre 2010).&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	I SHGs possono ottenere prestiti da ASSEFA e accedere a forme di &lt;strong&gt;microcredito&lt;/strong&gt;, con le quali avviare piccole attività produttive. Inoltre ASSEFA promuove, in collaborazione con i gruppi di donne, i &amp;nbsp;&lt;strong&gt;matrimoni comunitari&lt;/strong&gt;, grazie ai quali i giovani delle famiglie più povere riescono a sposarsi, evitando che le famiglie si indebitino con gli usurai per la&amp;nbsp; dote.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	All’interno dei SHGs le donne indiane ricevono una formazione professionale, attraverso corsi di sartoria, tessitura a mano, produzione di peperoncini e spezie piccanti ecc.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	E &amp;nbsp;assumono un ruolo di rilievo in ambito sanitario, diventando Operatrici Sanitarie di Villaggio: insieme ai &lt;em&gt;Kutty Doctors&lt;/em&gt; (“piccoli dottori”: alunni che si occupano di monitorare lo stato di salute dei compagni di scuola) sono responsabili del primo soccorso e dell’attività informativa in materia sanitaria. La loro formazione viene effettuata da una dottoressa e poi trasmessa dalle stesse donne ad altre, anche in altri villaggi, per sopperire alla mancanza di strutture sanitarie e promuovere una “cultura della salute”.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	Le donne vengono informate sui rischi derivanti dalle malattie sessualmente trasmissibili, sui metodi di pianificazione famigliare e regolazione delle nascite. Alle gestanti e alle puerpere dei SHGs vengono date informazioni utili in materia di puericultura e igiene alimentare. Dopo aver partorito, ricevono un piccolo kit contenente materiale utile a loro e al neonato (asciugamani, mutandine di tela e talco per i neonati, assorbenti, ecc.) e un contributo di 1.000 rupie, che spetta solo alle donne dei SHGs che si sono preventivamente registrate e impegnate a partorire in ospedale.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	Le associazioni che operano per migliorare le condizioni femminili in India hanno capito che il cambiamento deve venire “dal basso”, dalle donne stesse. Che sono loro a dover essere, per prime, consapevoli dell’importanza della propria dignità e del ruolo che ricoprono all’interno della famiglia e della comunità.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&amp;lt;Le donne costituiscono il nucleo principale della famiglia, a loro sono affidate tutte le responsabilità&amp;gt;, - dichiara &lt;strong&gt;Miss Vasantha&lt;/strong&gt;, Direttrice delle Scuole Sarva Seva dell’ASSEFA India. &amp;lt;Nonostante ciò la loro posizione nella famiglia e nella società, specialmente nei villaggi, è molto secondaria. I gruppi femminili di auto-aiuto permettono alle donne di manifestare la propria forza, insegnando a identificare i problemi e a trovare soluzioni autonomamente. Dando alle donne potere e riconoscimento&amp;gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	di Eleonora Rigato&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	Per maggiori informazioni sull’Ong ASSEFA, www.assefaitalia.org&lt;/p&gt;</summary>
    <dc:creator>Eleonora Rigato</dc:creator>
    <dc:date>2012-09-28T15:10:32Z</dc:date>
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  <entry>
    <title>CINEMA &amp; SPORT FANNO "SQUADRA IN ROSA"</title>
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    <author>
      <name>Silvia Pogliaghi</name>
    </author>
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    <updated>2012-10-02T17:31:06Z</updated>
    <published>2012-09-20T09:34:28Z</published>
    <summary type="html">&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;span style="text-align: justify"&gt;&lt;img alt="" src="http://www.donnainsalute.it/documents/12586/14836/alt%20milano%20film%20festival.jpg?t=1348133771083" style="margin: 5px; width: 200px; float: left; height: 130px" /&gt;E’ il&amp;nbsp; mondo del cinema e quello dello sport che ‘fanno squadra vincente’ per dire ALT alla trombosi. Una vera &lt;/span&gt;&lt;strong style="text-align: justify"&gt;squadra della salute&lt;/strong&gt;&lt;span style="text-align: justify"&gt;&amp;nbsp;quella che si è &lt;/span&gt;&lt;strong style="text-align: justify"&gt;presentata&amp;nbsp; al Milano Film Festival, fino al&amp;nbsp;23 settembre, giunto&amp;nbsp;alla sua 17esima edizione. &lt;/strong&gt;Sul palco Lidia Rota Vender, presidente dell’associazione ALT Onlus per la lotta alla trombosi e alle malattie cardiovascolari,&amp;nbsp;&lt;span style="display: none"&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;la schermitrice Arianna Errigo medaglia d’oro e d’argento alle Olimpiadi di Londra 2012,&amp;nbsp; l’intera squadra di calcio femminile di serie A Como 2000 (che giocherà con&amp;nbsp; il logo di ALT sulla maglietta) insieme a Paola Santalucia, presidente della Women Stroke Association,&amp;nbsp; Chiara Bisconti, 'assessora' al benessere, qualità della vita, sport e tempo libero del comune di Milano e al direttore della Gazzetta dello Sport, Andrea Monti che ha&amp;nbsp; dichiarato come&amp;nbsp;le lettrici donne&amp;nbsp; dal 20% attuali, &amp;nbsp;siano in forte crescita, Anna Silvestri, ASL Milano e Pierluigi Marzorati, presidente Coni Lombardia&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	Le crude cifre parlano chiaro:&amp;nbsp;&amp;lt;In&lt;em&gt; Europa&lt;/em&gt; – ha dichiarato&amp;nbsp; Lidia Rota Vender , presidente di ALT&amp;nbsp;-&lt;strong&gt;&lt;em&gt; 55 donne su 100 muoiono per malattie cardiovascolari, eppure solo il 13 % considera le malattie da trombosi come un nemico da combattere. &lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;em&gt;La trombosi è invece una minaccia più grave per la qualità&amp;nbsp; e per la durata della loro vita futura. Le donne, credendo di essere protette, fanno meno attività fisica, mangiano troppi grassi, hanno imparato a fumare e non vogliono smettere, sono sovrappeso e non se ne curano&amp;gt;.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&amp;nbsp;Con lo slogan "&lt;em&gt;Io la salute non me la gioco, io gioco per la salute"&lt;/em&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp; nel corso del talk show è stato presentato&amp;nbsp; il “Manifesto della Salute” &amp;nbsp;declinato in 10 semplici consigli che definiscono uno stile di vita, come ha concluso Lidia Rota Vender, "&lt;em&gt;che non ci fa sentire troppo in castigo ma vincenti&lt;/em&gt;”.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	Il primo consiglio&amp;nbsp;è quello di guardarsi allo specchio: il grasso sull'addome corrisponde a quello intorno al cuore. Capire poi quali sono i propri 'avversari': fumo, cibi grassi, vita sedentaria, alcol, e fissare la strategia per combatterli. E partire all'attacco, con intensita' e costanza: ogni giorno fare almeno 40 minuti di attivita' fisica, che funziona quando si inizia a sudare. Poi alimentarsi correttamente: ogni giorno 5 porzioni di frutta e verdura, 2 litri d'acqua, 1 cucchiaino di sale, preferire carni bianche e fare scorta di omega3. Come nello sport di squadra, coinvolgere gli amici, raccontargli i risultati e sfidarli a fare meglio. Solo dopo qualche giorno di attivita' fisica si iniziano a sentire i muscoli piu' in forma e ci si affatica meno. L'allenamento aiuta a conoscere meglio il proprio corpo e quindi bisogna imparare a consumare solo le calorie necessarie. Le 'tattiche' per muoversi ogni giorno sono tante: ballare in compagnia, salire le scale anzichè usare l'ascensore, scendere un paio di fermate prima dall'autobus e andare in bicicletta. Infine non bisogna perdere la concentrazione: l'allenamento aiuta a combattere lo stress e non si deve mollare mai, anche quando la strada sembra essere in salita.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	di&amp;nbsp;Silvia Pogliaghi&lt;/p&gt;</summary>
    <dc:creator>Silvia Pogliaghi</dc:creator>
    <dc:date>2012-09-20T09:34:28Z</dc:date>
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    <title>PROFESSIONE CHIROPRATICA: IN AIUTO AI TERREMOTATI DELL'EMILIA</title>
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      <name>Antonella Franchini</name>
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    <updated>2012-09-04T09:33:19Z</updated>
    <published>2012-07-24T18:05:15Z</published>
    <summary type="html">&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;img alt="" src="http://www.donnainsalute.it/documents/12586/14836/P7160161.JPG?t=1343152886521" style="margin: 5px; width: 200px; float: left; height: 150px" /&gt;Nelle terre emiliane colpite dal terremoto c’è chi ha lavorato e ancora continua a lavorare, dietro le quinte per aiutare Vigili del Fuoco, Croce Rossa e Protezione Civile, volontari e abitanti delle zone devastate. Tra questi angeli in carne e ossa si trovano anche i dottori in chiropratica di CAT, Chiropractic Action Team, un’associazione senza scopo di lucro con sede a San Diego (California, Usa) e a Bologna il cui obiettivo è coordinare dottori in chiropratica, tra cui molti sono donne, che desiderino operare a beneficio dei soccorritori nelle zone interessate da emergenze e calamità naturali. Nel nostro Paese l’Associazione Italiana Chiropratici (AIC), supporta il progetto e sostiene CAT attraverso l’intervento dei suoi associati. E, già dai primi giorni di giugno, parecchi di questi professionisti, come Alexie Scorsipa, una giovane&amp;nbsp; dottoressa in chiropratica francese che da sei anni esercita a Como, hanno lasciato da tutta Italia i propri studi per raggiungere Modena e i paesi vicini e praticare trattamenti chiropratici a moltissimi soccorritori. Un lavoro di notevole importanza che, come già successo dopo il terremoto dell’Aquila, permette all’organismo di chi si sta sottoponendo a un’enorme fatica, di recuperare e continuare ad affrontare al massimo dell’efficienza i compiti gravosi della ricostruzione. Spiega infatti la dottoressa Scorsipa: &amp;lt;I trattamenti chiropratici, attraverso tecniche manuali mai invasive, permettono di ristabilire l’equilibrio psicofisico quando questo è minato dai traumi fisici ed emotivi, come ad esempio quelli provocati da eventi catastrofici&amp;gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	E proprio questo benefico effetto è uno dei motivi fondamentali che hanno spinto Alexie Scorsipa a intraprendere gli studi chiropratici. &amp;lt;Terminato il liceo avrei voluto iscrivermi a medicina, ma un episodio avvenuto nella mia famiglia mi ha fatto cambiare idea. Mamma, che da sempre soffriva di mal di schiena e di stanchezza cronica, andò da un dottore in chiropratica e già dai primi trattamenti iniziò a sentirsi meglio&amp;gt;. Sottolinea poi la dottoressa: &amp;lt;Come spesso succede è la donna a occuparsi della salute di tutta la famiglia e così anche mio padre, i miei fratelli e io abbiamo incominciato a essere trattati da un chiropratico. L’esperienza fu talmente positiva che diede una svolta decisiva al mio percorso professionale. Compresi che anch’io volevo occuparmi degli altri e della loro salute con trattamenti naturali; incominciai quindi a provare su me stessa le tecniche e ben presto mi accorsi che dall’equilibrio del sistema nervoso attraverso la colonna vertebrale dipende il benessere di tutto l’organismo, di corpo e psiche. Avevo dunque raggiunto la certezza che era proprio questa la professione che più si addiceva al mio carattere e alla mia sensibilità. Da Nizza, dove sono nata, mi sono trasferita a Parigi e dopo 6 anni di studio ho conseguito la specifica laurea in chiropratica presso l’Institut Franco Européen de Chiropratique di Parigi, uno dei college riconosciuti dalla Federazione Mondiale della Chiropratica (World Federation of Chiropractic) che ha per interlocutore l’Organizzazione mondiale della sanità&amp;gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	Oggi la dottoressa in chiropratica collabora con un poliambulatorio medico di Como, dove coordinandosi con altri specialisti quali medici di base, Neurologi, Neurochirurghi, Otorini, Fisiatri, Reumatologi e Psicologi, aiuta i pazienti a ottenere i benefici effetti della chiropratica. In un mondo del lavoro che riserva ben poche soddisfazioni ai giovani, la dottoressa Scorsipa è del tutto appagata dalla propria professione, ma tiene a precisare: &amp;lt;Questo non significa che non ho più nulla da imparare, anzi ogni seminario di aggiornamento promosso dall’AIC è per me un appuntamento irrinunciabile, per confrontarmi coi colleghi e conoscere nuove tecniche&amp;gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	E a chi vuole intraprendere la sua strada cosa consiglia?: &amp;lt;Fatevi visitare da un chiropratico, provate i benefici su di voi e fatevi spiegare come si lavora. Per avere il nominativo di un dottore in chiropratica della vostra città potete contattare l’AIC, dove peraltro potrete già ricevere informazioni e risposte alle vostre domande: dalle materie di studio alle sedi all’estero dei college dove iscrivervi. Infatti per ora in Italia non esiste un percorso di studi adeguato, ma l’AIC sta lavorando in proposito. E chissà forse tra breve anche in Italia si potrà conseguire la laurea in chiropratica”.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;strong&gt;Per informazioni: AIC&lt;/strong&gt; &lt;strong&gt;numero verde 800017806, dalle 9 alle 12 e dalle 14,30 alle 17,30.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;a href="http://www.chiropratica.it/"&gt;&lt;strong&gt;www.chiropratica.it&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;; &lt;strong&gt;www.chiroaction.org&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;strong&gt;da Antonella Franchini&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</summary>
    <dc:creator>Antonella Franchini</dc:creator>
    <dc:date>2012-07-24T18:05:15Z</dc:date>
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    <title>E’ ROSSO IL COLORE DELLA VITA</title>
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      <name>Paola Trombetta</name>
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    <updated>2012-07-13T12:42:46Z</updated>
    <published>2012-07-13T09:24:13Z</published>
    <summary type="html">&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;e’ anima="" che="" colore="" dei="" del="" della="" e="" forti:="" il="" rosso="" sentimenti=""&gt;&lt;/e’&gt;&lt;img alt="" src="http://www.donnainsalute.it/documents/12586/14836/giovanni-gastel-senza-titolo-1991-c2a9-giovanni-gastel-mostre-a-milano-expo-e-cultura.jpg?t=1342171494300" style="border-bottom: 5px solid; border-left: 5px solid; margin: 5px; width: 200px; float: left; height: 254px; border-top: 5px solid; border-right: 5px solid" /&gt;&amp;lt;E’ rosso il colore che preferisco, il colore del femminile, dei sentimenti forti: il “colore dell’anima e della vita”&amp;gt;. Con questa affermazione Giovanni Gastel, fotografo-artista di fama mondiale, pur mantenendo le radici nella sua amata Milano, ha presentato la mostra di 12 gigantografie fotografiche di donne immerse nel rosso, nello sfondo del suggestivo Chiostro della Magnolia alla Fondazione Stelline (C.so Magenta 61, fino al 21 luglio, dalle 10 alle 20, ingresso libero).&lt;br /&gt;
	Questa mostra fotografica è uno dei tanti eventi “collaterali” organizzati nell’ambito della mostra Rosso/Red/Rojo dell’artista-scienziato Mario Arlati, che espone negli spazi della Fondazione Stelline ben 22 sue opere, guidando il visitatore in un viaggio nel colore rosso. Ed è proprio il rosso la tinta che fa da filo conduttore a tutte le immagini, in particolare quelle fotografiche di Gastel, in cui la donna appare in tutta la sua femminilità e passionalità, esaltate proprio da questo colore. Che traspare nel morbido drappo, da cui emerge un corpo perfetto. Che esalta le labbra carnose di un viso immerso nella luce. Che avvolge in modo protettivo un corpo quasi impaurito. Che esprime un’espressione intensamente passionale. E’ dunque il rosso il colore delle emozioni, pur contrastanti.&lt;br /&gt;
	&amp;lt;Fin dalla mia giovinezza, sono stato colpito dal mito di Orfeo e del suo sublime canto per la perduta Euridice che scatenò la follia amorosa delle donne che lo ascoltavano, fino all’atto estremo di ucciderlo e dilaniare il suo corpo con le unghie&amp;gt; racconta lo stesso Gastel. &amp;lt;Da allora la leggenda vuole che le donne, in sua memoria, si tingano le unghie di rosso…&amp;gt;.&lt;br /&gt;
	Ma il rosso è anche il colore della vita, del sangue che pulsa nel corpo. &amp;lt;Nei test psicologici, ad esempio, il rosso è il colore dominante che risveglia l’interesse, l’attenzione, la passione&amp;gt; conferma la dottoressa Gabriella Bottini, neurologa all’Ospedale Niguarda di Milano. &amp;lt;E simboleggia il flusso sanguigno che circola dal cuore al cervello e assicura la vita. La vista del colore rosso può ridare lo stimolo, la voglia di agire, in quanto “accende” alcune aree cerebrali magari assopite. Non a caso la cromoterapia rappresenta un valido aiuto per chi soffre di depressione&amp;gt;. Su questi argomenti si confronteranno nel prossimo dibattito, in programma giovedì 19 luglio, ore 19, alla Fondazione Stelline, due medici: Paolo Biglioli e Francesco Giuseppe Arlati, cardiochirurghi all’Ospedale Monzino di Milano. Per informazioni: www.stelline.it.&lt;br /&gt;
	&lt;br /&gt;
	di Paola Trombetta&lt;br /&gt;
	&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</summary>
    <dc:creator>Paola Trombetta</dc:creator>
    <dc:date>2012-07-13T09:24:13Z</dc:date>
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    <title>365 GIORNI DA DONNA</title>
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      <name>Silvia Pogliaghi</name>
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    <updated>2012-05-31T16:45:32Z</updated>
    <published>2012-05-31T16:42:30Z</published>
    <summary type="html">&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;img alt="" src="http://www.donnainsalute.it/documents/12586/14836/copertina.jpg?t=1338482595576" style="width: 200px; height: 153px; margin: 5px; float: left;" /&gt;Alla sua seconda tappa, dopo Roma, è giunta allo Spazio Forma di Piazza Lucrezio Caro a Milano e rimarrà per tutto giugno, la mostra 365 D: protagoniste sono le donne, una al giorno! Un anno con i volti di 365 +1 (il 2012 è bisestile) e altrettante storie di Donne scritte da loro stesse, è sia una mostra sia un libro di immagini e storie.&lt;br /&gt;
	&lt;br /&gt;
	365 D, trecentosessantacinque giorni da Donna, è un progetto che nasce due anni fa da un’idea di Marzia Messina, con la collaborazione del fotografo londinese Sham Hinchey e Claudio Conti che ha curato la grafica. Come ci racconta Marzia &amp;lt;365 D vuole essere anche un ‘anti-calendario’ in cui sono i volti e le storie delle donne ad essere ‘sotto i riflettori’ e non i soli corpi, come i media ci hanno condizionato a vedere: modelli di ‘donne perfette’ ma lontane dalla realtà&amp;gt;. &amp;lt;Loro, le donne, sono vere senza maschere, sono mamme, nonne, libere professioniste, studentesse, giornaliste, attrici: tra loro anche nomi noti come Maria Grazia Cucinotta, Lella Costa, e molte altre ancora. Fotografarle ed ascoltarle nelle loro piccole-grandi storie è stato in primo luogo un’esperienza di vita. Le loro storie e i volti intrecciati in trame a volte tristi a volte poetiche, colorate, felici. Storie diverse, storie d’amore, storie di diritti, e anche storie di violenza ma soprattutto uniche e celate nei loro volti. Una fra tutte mi ha colpita, prosegue Marzia: quella che considero più poetica, è la storia di una donna che incontra casualmente all’aeroporto un distinto signore in difficoltà che le chiede di poter usare momentaneamente il suo cellulare, cosa che avviene. Dopo alcuni giorni nella casa della nostra protagonista vengono recapitate ben 525 rose che invadono il monolocale abitato dalla donna, la quale si ‘dedica’ per giorni e giorni ad accudire le rose, a tagliarne i gambi di un centimetro al giorno e poi, quando ormai tutte sfiorite, perdono i petali, ecco sul pavimento comporsi un soffice tappeto profumato&amp;gt;.&lt;br /&gt;
	&lt;br /&gt;
	Le storie sono doni d’amore diceva Lewis Caroll, autore di “Alice nel paese delle meraviglie“, ma capita anche che le storie possano avere dei ris-volti di sofferenza: riuscire a raccontare un fatto personale e doloroso, come una violenza subita, diventa un atto liberatorio e, come afferma Marzia nell’introduzione del libro, “è di importanza fondamentale la denuncia, intrinseco e forte il messaggio di riscatto“! &amp;lt;Il messaggio che scaturisce da questa iniziativa è molto forte:aiutare le donne attraverso le donne&amp;gt;, conferma Barbara Saba, Direttore Generale della Fondazione Johnson &amp;amp; Johnson, che sostiene l’evento 365 D. &amp;lt;L’intento dell’iniziativa, che si prepara ad essere itinerante, è anche benefico e vuole aiutare concretamente le donne attraverso la Fondazione Susan G. Komen Italia, che dal 2000 si occupa di lotta ai tumori del seno, devolvendo parte del ricavato dalla vendita del ‘libro-immagini’ della mostra.&amp;nbsp; Il libro si può acquistare attraverso il sito&lt;br /&gt;
	&lt;br /&gt;
	www.365d.it e in libreria.Ognuna di noi può ritrovare in questi volti, in queste storie, un pezzetto di sè. Guardiamoli , leggiamoli, ritroviamoci ... e aiutiamoci!&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	di Silvia Pogliaghi&lt;/p&gt;</summary>
    <dc:creator>Silvia Pogliaghi</dc:creator>
    <dc:date>2012-05-31T16:42:30Z</dc:date>
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    <title>DONNE “INVISIBILI”</title>
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      <name>Silvia Pogliaghi</name>
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    <updated>2012-05-22T15:58:55Z</updated>
    <published>2012-05-10T07:42:41Z</published>
    <summary type="html">&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;img alt="" src="http://www.donnainsalute.it/documents/12586/14836/legge-burqa.jpg?t=1336638141718" style="margin: 5px; width: 200px; float: left; height: 145px" /&gt;In occasione dell’8 marzo scorso, Laura&amp;nbsp; Boldrini, portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati disse: &amp;lt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;L'icona dei nostri tempi è la donna migrante&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;: una donna che si sacrifica, che abdica al suo ruolo materno, che ipoteca la sua vita in nome del benessere della sua famiglia; insieme a lei la donna rifugiata, che scappa dal proprio paese e che, nella sua nuova destinazione,&amp;nbsp;è spesso costretta a scegliere fra il lavoro e i figli. Sono le donne che permettono a noi donne del Nord del mondo di fare la nostra vita e la nostra carriera&amp;gt;.&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	A proposito dei rapporti fra donne del Nord e del Sud del mondo, continua la Boldrini, &amp;lt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;non avremo ottenuto una vera emancipazione se non portiamo alla parita' dei diritti anche quei tre quarti di donne del Sud del mondo che ancora oggi non hanno parita' di diritti neppure sulla carta&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&amp;gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	Al recente convegno a Milano su “L’invecchiamento al femminile” organizzato da O.N.D.A.(Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna)&amp;nbsp;&amp;nbsp;la figura della “donna migrante” è stata portata all’attenzione del pubblico da Don Virginio Colmegna, Presidente della Fondazione Casa della Carità “Angelo Albriani” di Milano che ha affermato: &amp;lt;S&lt;strong&gt;&lt;em&gt;e le donne migranti di Milano, per un giorno incrociassero le braccia, l’intera città si fermerebbe&amp;gt;.&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt; Dietro ogni storia –&amp;nbsp; in 8 anni alla Casa della Carità sono state ospitate quasi 400 donne &amp;nbsp;-&amp;nbsp; si nasconde un volto di donne giovani e meno giovani, fragili e coraggiose&amp;nbsp; che&amp;nbsp; provengono da paesi stranieri sia per motivi politici&amp;nbsp; che di povertà economiche.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&amp;lt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;Per sottrarre alla miseria le famiglie&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt; - afferma Don Colmegna - &lt;strong&gt;&lt;em&gt;sono partite madri che hanno lasciato i figli alle zie e alle nonne, mogli che hanno lasciato il marito, figlie che hanno lasciato i genitori per consentire alle loro famiglie d’origine un futuro migliore attraverso i guadagni del loro lavoro&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&amp;gt;. &amp;lt;&lt;em&gt;Emigrazione femminile&lt;/em&gt; – continua Don Colmenga - &lt;em&gt;significa anche vulnerabilità in quanto donna e contemporaneamente immigrata e connotata in&amp;nbsp; termini culturali e religiosi che porta a una discriminazione&amp;nbsp; multipla.&amp;nbsp;Oltretutto spesso, le cosidette ‘badanti’ che assistono i nostri anziani e i nostri bambini sono in Italia senza permesso di soggiorno il che comporta l’esclusione dai normali circuiti di cittadinanza&lt;/em&gt;.&amp;nbsp;&lt;em&gt;Un’alta percentuale di donne straniere&lt;/em&gt; &amp;nbsp;&lt;em&gt;riesce&amp;nbsp; ad arrivare in Italia&amp;nbsp; attraverso il ricongiungimento famigliare: quindi è in qualità di moglie che la donna migrante divviene titolare di diritti&amp;gt;.&lt;/em&gt;&amp;nbsp; &amp;lt;&lt;em&gt;Partendo&amp;nbsp; da un punto di vista istituzionale&lt;/em&gt; – conclude Don Virginio Colmegna - &amp;nbsp;&lt;em&gt;bisogna &amp;nbsp;dare dignità a questa professione (badante), che da tempo sta sostituendo il&amp;nbsp; nostro sistema di welfare, auspicando in un Albo professionale, magari a livello comunale, in cui le donne migranti si inseriscano con una dimensione di diritti e professionalità: questo genererebbe garanzia e qualità del servizio e garantirebbe loro una cittadinanza di diritti&amp;gt;.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	Silvia Pogliaghi&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
	&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
	&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
	&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</summary>
    <dc:creator>Silvia Pogliaghi</dc:creator>
    <dc:date>2012-05-10T07:42:41Z</dc:date>
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    <title>UNA FESTA ANTICA COME IL MONDO</title>
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    <author>
      <name>Monica Caiti</name>
    </author>
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    <updated>2012-05-18T13:34:41Z</updated>
    <published>2012-05-10T08:14:05Z</published>
    <summary type="html">&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;img alt="" src="http://www.donnainsalute.it/documents/12586/14836/festa%20mamma%20home.jpg?t=1336637664567" style="margin: 5px; width: 200px; float: left; height: 130px" /&gt;Si celebra la seconda domenica di maggio. È la festa della mamma. Le parvenze commerciali -fiori, regali e un certo strascico di retorica- possono indurre a banalizzarla. In realtà, &lt;strong&gt;le sue origini ‘ufficiali’ risalgono al 1914&lt;/strong&gt;. Anno in cui il presidente americano Woodrow Wilson indice il Mother’s Day. A volere fortemente questa ricorrenza è Ana Jarvis di Philadelphia (1864-1948): alla morte della madre, a cui era molto legata, persuade la sua parrocchia a Grafton, nel West Virginia, a ricordarla la seconda domenica di maggio. L’anno successivo tutta Philadelphia celebra la festa della mamma. Ana e i suoi sostenitori iniziano, così, a scrivere petizioni a ministri, uomini d’affari e membri del Congresso.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	Alla fine, la loro determinazione viene premiata. Ana sceglie il garofano – fiore preferito dalla madre, poi sostituito dalla rosa - per simboleggiare la giornata: rosso per le mamme in vita, bianco in ricordo di quelle scomparse. La stessa data è adottata anche in Italia, Danimarca, Finlandia, Turchia, Australia e Belgio. In Norvegia cade, invece, la seconda domenica di febbraio, in Argentina la seconda di ottobre, mentre in Francia viene vissuta - l’ultima domenica di maggio - come anniversario della famiglia. Come sempre, fa storia a sé la Gran Bretagna che, fin dal 1600, celebra il Mothering Sunday, in marzo, la quarta domenica di Quaresima. All’epoca, chi lavorava come servitore per le famiglie ricche e nobiliari, viveva spesso nelle case dei padroni. In quel giorno di libera uscita, si poteva tornare a casa e trascorrere un po’ di tempo con le madri, regalando loro un dolce speciale, chiamato ‘mothering cake’.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;strong&gt;La celebrazione &lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;della figura materna&lt;/strong&gt; nel mese di maggio ha in realtà rimandi ben più antichi. Proprio in questo periodo dell’anno, contrassegnato dal gioioso risveglio della natura, dall’esplosione di colori e profumi, gli antichi celebravano la dea madre legata alla fertilità. A conferma dell’alone di intangibile sacralità che da sempre la circonda, in quanto dispensatrice di vita. Fin dal Paleolitico, compare infatti la rappresentazione della dea incinta o nella posizione di partoriente o sotto forma di animale: orsa, cerva, daina, bisonte femmina o giumenta. I greci, ogni anno festeggiavano Rea, progenitrice di tutte le divinità (anche maschili) dell’epoca classica. Il suo compagno Crono aveva una brutta abitudine: ingoiava tutti i maschi da lei partoriti, per impedire che la profezia – essere spodestato dal figlio - si avverasse. Disperata e, ancora una volta incinta, Rea si nasconde in una caverna del monte Ida sull’isola di Creta, dando alla luce Zeus in gran segreto. Al suo posto, consegna all’avido coniuge un fagottino contenente una pietra da inghiottire! Consentendo così al divino pargolo di diventare il signore dell’Olimpo.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	Il culto di Rea, mamma esemplare, si diffonde anche in Asia minore e tra i Romani, che la chiamano Cibele. Raffigurata sul trono tra due leoni o leopardi, con un tamburello in mano e una corona turrita sul capo, è venerata come Grande Madre, dea della natura, degli animali e dei luoghi selvatici. Dalle feste pagane a quelle cristiane il passo è breve. Fin dalla nascita della chiesa cristiana, a Cibele, madre di Giove subentra Maria, madre di Cristo. Non a caso, dunque, è maggio il mese a lei dedicato.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;strong&gt;Venerata, dunque, &lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;fin dalle epoche più antiche&lt;/strong&gt;, la madre è una figura universalmente riconosciuta grazie a due connotazioni simboliche: l’addome, che porta in sé la pienezza della vita e il seno, veicolo della sua trasmissione attraverso il latte, alimento per eccellenza. Un gesto ‘primario’, quello di nutrire il proprio bimbo, che accomuna tutte le mamme del mondo. Ma anche percepito con sfumature diverse a seconda delle culture e degli stili di vita. Ecco alcuni esempi, tra i più emblematici.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;strong&gt;&lt;u&gt;In Cambogia, Cina e Vietnam&lt;/u&gt;&lt;/strong&gt;, la giovane madre deve restare chiusa in casa un mese dopo il parto, perché ritenuta vulnerabile al freddo e... alla magia. Per predisporsi nel modo migliore all’allattamento, che durerà oltre un anno, mangia solo cibi detti ‘caldi’: pollo, maiale, zenzero, riso bollito, tè, sale e pepe. I primi giorni getta via il colostro (il primo latte dopo la nascita), perchè lo considera ‘vecchio’, sostituendolo con tè o acqua zuccherata.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;strong&gt;&lt;u&gt;In Giappone&lt;/u&gt;&lt;/strong&gt;, oltre a incoraggiare gli alimenti ‘caldi’, si dona alla neo-mamma un’immaginetta sacra per aiutarla nelle sue preghiere e avere più latte.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;strong&gt;&lt;u&gt;In India&lt;/u&gt;&lt;/strong&gt;, le partorienti non possono uscire di casa per i primi 40 giorni e, in genere, trascorrono questo periodo dalla madre. E mentre allattano, si nascondono dietro il velo.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;strong&gt;&lt;u&gt;Nel Mali&lt;/u&gt;&lt;/strong&gt;, si crede che il latte materno crei un legame ‘di sangue’ tra madre e figlio. Per questo, quello in polvere viene utilizzato molto raramente e i bambini sono svezzati intorno ai due anni di età.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;strong&gt;&lt;u&gt;In Europa dell’Est &lt;/u&gt;&lt;/strong&gt;Dopo ogni poppata, la mamma aggiunge un integratore, perché pensa che il latte materno non basti. E disinfetta sempre il seno e la bocca del bambino.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;strong&gt;&lt;u&gt;Nelle culture ispaniche&lt;/u&gt;&lt;/strong&gt;, la madre osserva la ‘cuarentena’, un periodo di riposo di 40 giorni. E predilige formaggi, tortilla, caffè macchiato, cacao e pollo, considerati i più consoni all’allattamento. Pensa che il freddo diminuisca la produzione di latte, mentre il caldo eccessivo lo renda difficile da digerire. Niente spezie, prezzemolo e verdure, mentre birre scure e malto giovano al latte. Attende parecchi giorni prima di allattare, considerando ‘sporco’ il colostro. Anche lo stress danneggia, mina la qualità del latte: per proteggere il bambino dai suoi effetti nocivi opta, talvolta, per il biberon. Lo svezzamento, infine, è d’obbligo entro i 3 mesi di età: altrimenti il latte diventa troppo diluito e può nuocere al piccolo.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;strong&gt;&lt;u&gt;Nei paesi musulmani&lt;/u&gt;&lt;/strong&gt; il Corano, testo sacro dell’Islam, raccomanda l’allattamento materno per 2 anni. Le donne in attesa e quelle che allattano sono dispensate dal ‘ramadan’, ma obbligate a digiunare subito dopo. Spesso, il padre recita una preghiera speciale, prima che il bambino venga allattato ma, in sua assenza, può farlo anche la madre.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;strong&gt;di Monica Caiti&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</summary>
    <dc:creator>Monica Caiti</dc:creator>
    <dc:date>2012-05-10T08:14:05Z</dc:date>
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    <title>JOSEFA IDEM: I SEGRETI DI UNA CAMPIONESSA</title>
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      <name>Silvia Pogliaghi</name>
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    <updated>2012-04-23T12:54:13Z</updated>
    <published>2012-04-21T10:26:09Z</published>
    <summary type="html">&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;img alt="" src="http://www.donnainsalute.it/documents/12586/14836/fz.jpg?t=1335185575990" style="width: 200px; height: 130px; margin: 5px; float: left;" /&gt;Sport: questa è la parola chiave che caratterizzerà la prossima estate 2012 e saranno molte le occasioni per fare sport all’aria aperta. Ma sia per gli sportivi professionisti che per chi pratica sport a livello amatoriale si potrà incorrere in piccoli/grandi problemi come traumi, distorsioni, crampi…. Una sportiva d’eccezione: unica donna 8 volte alle Olimpiadi nella specialità canoa, ospite presso la sede di Milano della multinazionale francese Boiron, ci racconta la sua esperienza con l’omeopatia, rispondendo alle domande che con piacere le abbiamo posto.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;strong&gt;35 anni di carriera sportiva svolta ai massimi livelli mondiali: Josefa come fa?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;em&gt;&amp;lt;Il segreto del mio ‘durare molto nel tempo’ è il sapersi ascoltare, il saper ascoltare il proprio corpo e i messaggi che ci invia. Al primo sintomo di malessere, in accordo con il medico che mi segue, ci fermiamo subito con gli allenamenti e, seguendo una strategia molto precisa, interveniamo con i medicinali omeopatici. L’omeopatia&lt;/em&gt; &lt;em&gt;mi permette di combattere quello che non va, rapidamente: ad esempio se interviene una tendinite prendo subito l’arnica. &lt;/em&gt;&lt;em&gt;Per la prevenzione, &lt;/em&gt;&lt;em&gt;benché nell’immaginario comune gli atleti siano considerati individui sani e forti, in verità, proprio a causa dell’enorme sforzo e stress a cui è sottoposto il nostro organismo, siamo degli ‘immunodepressi’, dobbiamo quindi cautelarci dando al corpo la possibilità, con un piccolo stimolo, di farcela anche con le proprie forze&amp;gt;.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;strong&gt;Josefa, come ti stai preparando per Londra 2012&lt;/strong&gt;&lt;em&gt; ?&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;em&gt;&amp;lt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;Soprattutto quest’ultimo anno è particolarmente impegnativo, con momenti di grande concentrazione, dove c’è veramente poco spazio per altre cose. &lt;/em&gt;&lt;em&gt;Ho un fantastico team composto dall’allenatore [mio marito],&amp;nbsp; un fisioterapista, un omeopata, un osteopata e nessuno di noi lascia qualcosa al caso; tutto ‘ruota’ attorno a quest’evento. &lt;/em&gt;&lt;em&gt;L’equilibrio mentale&lt;/em&gt; &lt;em&gt;è fondamentale nel ‘ gestire l’ansia’ e anche se seguo rigorosamente le regole, ad esempio quelle del regime alimentare, a volte ascolto e ‘lascio spazio’ al mio stato d’animo del momento e so anche concedermi e gustarmi una pizza o della cioccolata&amp;gt;.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;strong&gt;Cosa porterai con te a Londra 2012?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;em&gt;&amp;lt;Anche se non mi ritengo scaramantica, porterò una pietra ‘portafortuna’ regalatami da un’amica in occasione delle olimpiadi 2000, e porterò anche&amp;nbsp;un ciondolo d’oro che rappresenta un sole in un cuore, regalato da&amp;nbsp;mio marito quando ci siamo conosciuti. E’ un simbolo d’amore, buonumore e ottimismo&amp;gt;.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;strong&gt;&lt;em&gt;Il sole con il cuore d’oro è un ottimo auspicio e ciò che ti auguriamo è… buona fortuna Josefa!&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;
	&lt;strong&gt;&lt;em&gt;Silvia Pogliaghi&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;table border="0" cellpadding="1" cellspacing="1" style="width: 5px; height: 3px;"&gt;
	&lt;tbody&gt;
		&lt;tr&gt;
			&lt;td style="text-align: justify;"&gt;
				&amp;nbsp;&lt;/td&gt;
		&lt;/tr&gt;
		&lt;tr&gt;
			&lt;td style="text-align: justify;"&gt;
				&amp;nbsp;&lt;/td&gt;
		&lt;/tr&gt;
	&lt;/tbody&gt;
&lt;/table&gt;
&lt;p&gt;
	&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</summary>
    <dc:creator>Silvia Pogliaghi</dc:creator>
    <dc:date>2012-04-21T10:26:09Z</dc:date>
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    <title>NEL NOME DI IPAZIA</title>
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      <name>Silvia Pogliaghi</name>
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    <updated>2012-04-10T21:54:08Z</updated>
    <published>2012-04-05T09:14:52Z</published>
    <summary type="html">&lt;p style="text-align: justify; "&gt;
	&lt;img alt="" src="http://www.donnainsalute.it/documents/12586/14836/ipazia_01.jpg?t=1333617437818" style="width: 200px; height: 160px; margin: 5px; float: left;" /&gt;&lt;strong&gt;E’ partito nel mese di marzo il ‘&lt;em&gt;Premio Ipazia per la nuova drammaturgia’&lt;/em&gt;&amp;nbsp; fortemente voluto dal &lt;em&gt;Festival delle Eccellenze al Femminile&lt;/em&gt; , &amp;nbsp;la più importante manifestazione di genere&amp;nbsp; che da oltre sette anni si svolge a Genova nel mese di novembre, evento&amp;nbsp; che ha già ricevuto 2 medaglie del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il &lt;em&gt;Premio Ipazia alla Nuova Drammaturgia contemporanea&lt;/em&gt;&amp;nbsp; ha l’obiettivo di valorizzare la figura femminile e la presenza delle donne nel Teatro, con cadenza&amp;nbsp; annuale e con un tema diverso ‘al femminile’ per ogni edizione: quest’anno l’argomento è&amp;nbsp; ‘&lt;em&gt;La maternità e il rapporto tra generazioni’&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt; .&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
	Il&amp;nbsp;&amp;nbsp; Bando di consegna dei testi scade il 15 maggio 2012&amp;nbsp; e tutte le informazioni si possono trovare sul sito &lt;a href="http://www.eccellenzalfemminile.it/"&gt;www.eccellenzalfemminile.it&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
	&lt;strong&gt;Ma in quanti conoscono la&amp;nbsp; scienziata Ipazia ?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
	&amp;nbsp;In un giorno di marzo del 415, Ipazia d’Alessandria &amp;nbsp;viene aggredita per strada,&amp;nbsp; scarnificata con conchiglie affilate, smembrata e bruciata da&amp;nbsp; un gruppo di monaci detti parabolani (parabalanoi) –&amp;nbsp; cristiani talebani&amp;nbsp; dell’epoca –&amp;nbsp; gli stessi, che diedero fuoco alla bibioteca di Alessandria, assecondando l’ordine dell’imperatore&amp;nbsp; Teodosio I, per cui&amp;nbsp; tutti i templi ellenici dovevano essere distrutti. Era l’alba di un oscurantismo &amp;nbsp;soprattutto ginecofobico che non permetterà – pena anche il rogo – per quasi 2 millenni, alle donne di esprimere quello che va sotto il&amp;nbsp; sacro nome di&amp;nbsp; libero pensiero.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
	&amp;nbsp;Ma lei,&amp;nbsp; filosofa, scienziata , matematica e astronoma, come un ‘fiume che scorre sotterraneo’*, dapprima allieva di suo padre Teone- capo della scuola neoplatonica di Alessandria-&amp;nbsp; insegnante e mentore per i suoi allievi, &lt;strong&gt;impiantò le basi &amp;nbsp;&amp;nbsp;di studio&amp;nbsp; e di approfondimento della scienza moderna, arrivando a&amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;mancare per un soffio’ la teoria copernicana&amp;nbsp; sull’eliocentrismo, che solo dopo quasi un millennio venne ‘centrata’ da Copernico&lt;/strong&gt;, appunto. Anche &lt;strong&gt;l’invenzione dell’ idroscopio , del planisfero e&amp;nbsp; dell’astrolabio si devono a lei.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
	Per noi, donne dell’ultimo millennio, Ipazia è&amp;nbsp; ‘al nostro fianco’ anche se dei suoi lavori ci è rimasto solo qualche scritto fortunatamante ritrovato nel 1600 – guarda caso proprio negli archivi del Vaticano - ,la sua storia ‘ci fiancheggia ‘ nell’affermare la nostra dignità di donne di scienza di raziocinio e di libero pensiero.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
	&amp;nbsp;Ipazia è altresì ai giorni nostri, resa famosa dal film del 2009 &lt;em&gt;Agorà&amp;nbsp; &lt;/em&gt;di &lt;em&gt;Alejandro Amenábar&lt;/em&gt; ,dove scienza, storia e emozione si mescolano con equilibrio rendendo giustizia al ‘vuoto di conoscenza’ su questa – quasi sconosciuta e per secoli ignorata – figura femminile.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
	E molte sono le iniziative ‘nel nome di Ipazia’ : mostre d’arte (Caselle Torinese), spettacoli teatrali a Milano (Ipazia: la nota più alta) oltre al Premio alla Nuova Drammaturgia&amp;nbsp; al femminile&amp;nbsp; di Genova&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
	&amp;nbsp;&lt;strong&gt;*&lt;/strong&gt;significato del nome greco Ipazia : “ciò che scorre sotto” – “ciò che scorre in fianco” [Lessico Greco-Latino E.F. Leopold, pubblicato a Lipsia 1866 – Dizionario dei nomi e sostantivi C.Ermanno Ferrari, Bologna 1827]&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
	&lt;strong&gt;di Silvia Pogliaghi&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
	&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
	&lt;em&gt;&amp;nbsp;Informazioni su alcune manifestazioni passate e future:&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
	- Comune di Caselle Torinese TO -&amp;nbsp; Incontro d’arte e convegno su Ipazia d’Alessandria&amp;nbsp; (Marzo 2012);&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
	- Progetto Donne Teatro Diritti: Ipazia. La nota più alta. Frammenti (Milano, marzo 2012): www.pacta.org;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
	- Festival dell’eccellenza al&amp;nbsp; femminile.&amp;nbsp; Le generazioni di Ipazia. Dialoghi al femminile (Genova, 19 -25 Novembre 2012).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
	&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</summary>
    <dc:creator>Silvia Pogliaghi</dc:creator>
    <dc:date>2012-04-05T09:14:52Z</dc:date>
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  <entry>
    <title>LA FOTOGRAFIA ITALIANA "SI MUOVE" E SOSTIENE AISLA</title>
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    <author>
      <name>Silvia Pogliaghi</name>
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    <updated>2013-03-19T00:30:54Z</updated>
    <published>2012-03-23T11:50:19Z</published>
    <summary type="html">&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;span style="text-align: justify"&gt;Mostra fotografica a favore dell’Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica (AISLA Onlus), promossa dal Circolo di Cultura fotografica e sostenuta da Fondazione Bracco.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;table border="0" cellpadding="1" cellspacing="1" style="width: 500px"&gt;
	&lt;tbody&gt;
		&lt;tr&gt;
			&lt;td&gt;
				&lt;img alt="" src="http://www.donnainsalute.it/documents/12586/14836/C_02_massimo_minioto.jpg?t=1332503595457" style="margin: 5px; width: 200px; height: 134px" /&gt;&lt;/td&gt;
			&lt;td&gt;
				&lt;img alt="" src="http://www.donnainsalute.it/documents/12586/14836/C_16_Luras_MarioPietro.jpg?t=1332503936436" style="margin: 5px; width: 200px; height: 134px" /&gt;&lt;/td&gt;
		&lt;/tr&gt;
		&lt;tr&gt;
			&lt;td&gt;
				&amp;nbsp;&lt;/td&gt;
			&lt;td&gt;
				&lt;br /&gt;
				&amp;nbsp;&lt;/td&gt;
		&lt;/tr&gt;
	&lt;/tbody&gt;
&lt;/table&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	Bella, interessante e ... fluida è ‘&lt;strong&gt;&lt;em&gt;Start Living Again’&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;, la mostra il cui titolo, volutamente, ‘ribalta’ l’acronimo della malattia SLA; la mostra&amp;nbsp; rimarà aperta &lt;em&gt;fino al 15 maggio 2012&amp;nbsp; presso il Centro Diagnostico Italiano di Milano in Via Simone Saint Bon, 20.&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;
	L’iniziativa nasce dalla volontà del “&lt;em&gt;Circolo di cultura fotografica&lt;/em&gt;” di sostenere &lt;em&gt;l’Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica&lt;/em&gt;, in particolare grazie all’incontro con Osvaldo Pieroni, socio fondatore del circolo nazionale, fotografo e professore ordinario di Sociologia dell'ambiente presso l'Università della Calabria, affetto da Sclerosi Laterale Amiotrofica da due anni.&lt;br /&gt;
	Cinquantacinque i fotografi, Europei e Italiani,&amp;nbsp; per altrettanti scatti, sia a colori sia in bianco e nero.&lt;br /&gt;
	Le &amp;nbsp;suggestive fotografie raccontano, attraverso passi di danza, acrobazie sportive, armonie della natura e la &amp;nbsp;quotidianità,&amp;nbsp; lo scorrere,&amp;nbsp; il fluire&amp;nbsp; degli istanti,&amp;nbsp; catturati e fissati in una ‘&lt;em&gt;staticità fluida’&lt;/em&gt; e che nel tempo e nello spazio non si ripeteranno mai identici.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	Qualcuno si ricorda il ‘panta rei’ di Eraclito ?&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	Le foto sono esposte lungo gli spazi del Centro Diagnostico Italiano, che in passato ha ospitato altre mostre&amp;nbsp;fotografiche come “L’incanto della scienza” (2005), “Nella luce” (2007), e “Lo spettacolo del corpo” (2010), a sottolineare il legame che unisce l’arte al benessere, cui si aggiunge in questo caso anche un profondo valore di solidarietà sociale.&lt;br /&gt;
	La SLA è una malattia neurodegenerativa dell’età adulta, di cui non si conoscono le cause e per cui non esiste ancora guarigione.&lt;br /&gt;
	Questa patologia comporta la perdita progressiva dei motoneuroni, i neuroni deputati a controllare&amp;nbsp;direttamente o indirettamente i muscoli e il loro movimento.&amp;nbsp;In pochi anni la SLA causa una compromissione delle funzioni motorie, fino ad arrivare al coinvolgimento di quelle vitali: deglutizione, fonazione e respirazione.&amp;nbsp;Con l’acquisto delle immagini e del catalogo dell’esposizione sarà possibile sostenere la ricerca contro la SLA.&lt;/p&gt;
&lt;table border="0" cellpadding="1" cellspacing="1" style="width: 500px"&gt;
	&lt;tbody&gt;
		&lt;tr&gt;
			&lt;td&gt;
				&lt;img alt="" src="http://www.donnainsalute.it/documents/12586/14836/BN_09_fabrizio_raso.jpg?t=1332503615416" style="margin: 5px; width: 200px; height: 200px" /&gt;&lt;/td&gt;
			&lt;td&gt;
				&lt;img alt="" src="http://www.donnainsalute.it/documents/12586/14836/C_12_McLaughlan_Tom%20print%2040x40.jpg?t=1332504762024" style="margin: 5px; width: 200px; height: 200px" /&gt;&lt;/td&gt;
		&lt;/tr&gt;
		&lt;tr&gt;
			&lt;td&gt;
				Fabrizio Raso&lt;/td&gt;
			&lt;td&gt;
				Tom McLaughlan&lt;/td&gt;
		&lt;/tr&gt;
	&lt;/tbody&gt;
&lt;/table&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;strong&gt;Start Living Again (SLA)&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
	&lt;strong&gt;Cultura fotografica in movimento per chi non può muoversi&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
	Dal 13 marzo al 15 maggio 2012&lt;br /&gt;
	Centro Diagnostico Italiano&lt;br /&gt;
	Milano, Via Simone Saint Bon, 20&lt;br /&gt;
	Da lunedì a venerdì: dalle ore 7 alle ore 19&lt;br /&gt;
	Sabato: dalle ore 7 alle ore 12&lt;br /&gt;
	Info:&amp;nbsp; Tel. 02 48 31 75 59&lt;br /&gt;
	Ingresso libero&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;strong&gt;AISLA Onlus &lt;/strong&gt;nasce nel 1983 con l’obiettivo di diventare il soggetto nazionale di riferimento per la tutela, l’assistenza e la cura dei malati di SLA, favorendo l’informazione, la ricerca e la formazione sulla malattia e stimolando le strutturecompetenti a una presa in carico adeguata e qualificata dei malati.&lt;/p&gt;
&lt;table cellpadding="1" cellspacing="1" style="width: 500px"&gt;
	&lt;tbody&gt;
		&lt;tr&gt;
		&lt;/tr&gt;
	&lt;/tbody&gt;
&lt;/table&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	L’Associazione attualmente conta 58 rappresentanze territoriali in 19 regioni italiane e circa 1600 soci grazie al lavoro di oltre 100 volontari e di 7 collaboratori.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	&lt;strong&gt;La Fondazione Bracco&lt;/strong&gt; forma, promuove e diffonde espressioni della cultura, della scienza e dell’arte anche quali mezzi per il miglioramento della qualità della vita e della coesione sociale. In questo contesto essa promuove la valorizzazione del patrimonio culturale, storico e artistico nazionale, sviluppa la sensibilità ambientale, promuove la ricerca scientifica e la tutela della salute, favorisce l’educazione, l’istruzione e la formazione professionale dei giovani, sviluppa iniziative di carattere assistenziale e solidale per contribuire al benessere della collettività.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	Il &lt;strong&gt;Centro Diagnostico Italiano (CDI), &lt;/strong&gt;attivo a Milano da oltre 35 anni, è una struttura sanitaria ambulatoriale aservizio completo orientata alla prevenzione, diagnosi e terapia in regime di day hospital. E’ certificata ISO 9000 e dal 2006 è accreditata dalla Joint Commission International.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;
	Nelle 20 strutture lombarde del CDI lavorano oltre 800 tra medici, specialisti, tecnici e personale sanitario e la sua sede centrale di Milano ospita ogni giorno più di 3000 pazienti. Ogni anno effettua circa 4 milioni di analisi di laboratorio, 225mila visite specialistiche e 140mila procedure di diagnostica per immagini.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
	&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</summary>
    <dc:creator>Silvia Pogliaghi</dc:creator>
    <dc:date>2012-03-23T11:50:19Z</dc:date>
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  <entry>
    <title>"PEAU D'AME", IL 'RITORNO ALLA CASA DELL'ANIMA'</title>
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      <name>Silvia Pogliaghi</name>
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    <updated>2013-03-19T00:30:15Z</updated>
    <published>2012-03-16T20:17:06Z</published>
    <summary type="html">&lt;p&gt;
	&lt;span style="text-align: justify; "&gt;Alla&amp;nbsp; Wannabee Gallery di Milano, via Massimiano 25, fino al&amp;nbsp; 13 marzo 2012&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify; "&gt;
	&lt;strong&gt;&lt;img alt="" src="http://www.donnainsalute.it/documents/12586/14836/Nel%20bosco%202011%20olio%20su%20lino%20.jpg?t=1331928900213" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px; margin-top: 5px; margin-bottom: 5px; float: left; width: 200px; height: 397px; " /&gt;‘Peau d’âme’&amp;nbsp; personale di&amp;nbsp;&amp;nbsp; Anna Madia&amp;nbsp; &lt;/strong&gt;a cura di &lt;strong&gt;Vera Agosti&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify; "&gt;
	&lt;em&gt;‘C’era una volta una splendida fanciulla. Per sfuggire alle mire del re, suo padre, che la voleva in moglie, chiese in dono regali impossibili: un vestito del colore del sole, della luna e del tempo, domandò anche&amp;nbsp; una pelle d’asino. Accontentata in tutte le&amp;nbsp; sue richieste, si coprì con la pelle d’asino, rendendosi irriconoscibile e sporca. Solo nei giorni di festa indossava gli abiti da principessa e venne scoperta da un giovane principe che la sposò, con la benedizione del genitore, ormai guarito dall’insana passione.’&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify; "&gt;
	Questa, la breve sintesi della fiaba di Pelle d’Asino da cui Anna Madia trae ispirazione per i suoi &amp;nbsp;lavori. Non c’è la volontà di illustrare la storia, ma un sentimento lirico liberamente interpretato e il desiderio di indagare con gli strumenti dell’arte i temi psicologici affrontati nel racconto. &lt;em&gt;Peau d’âme&lt;/em&gt;, ovvero “pelle d’anima”, sottolinea il legame con il testo letterario e la tradizione folkloristica, ma anche il preciso intento di cogliere determinati aspetti di ricerca spirituale e introspettiva.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify; "&gt;
	Le storie sono un balsamo: lo può confermare chi&amp;nbsp; nel corso della sua vita, ha avuto la possibilità di ascoltare e raccontare le ‘storie’ che&amp;nbsp; si evocano, davanti ad un camino&amp;nbsp; o in qualsiasi luogo ci sia ‘emozione’. E nelle storie, si trova ‘il tempo umano’ del ‘hic et nunc’, e il&amp;nbsp; ‘tempo sacro’ con &amp;nbsp;i ‘c’era una volta’: tre parole che hanno un potere evocativo molto forte.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify; "&gt;
	&amp;nbsp;Questo è anche &amp;nbsp;il percorso che&amp;nbsp; si trova in&amp;nbsp; ‘pelle d’asino’: il ritorno alle origini,&amp;nbsp; al proprio sè &amp;nbsp;vero, selvaggio, a quella ‘casa dell’anima’ che è propria dell’essere selvaggio, non costruito e finto, che l’Artista ritrova come &amp;nbsp;simbolo archetipo nella pittura, precisamente nella mostra &lt;strong&gt;‘Peau d’âme’, &lt;/strong&gt;&amp;nbsp;magistralmente curata da Vera Agosti.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify; "&gt;
	&amp;nbsp;Spiega Vera Agosti ‘ &lt;em&gt;La mostra si apre con il dipinto La Nuit (La Notte): è l’inizio del viaggio di fuga di Pelle d’asino, che scappa dalla violenza e dalla follia del maschio, argomento purtroppo ancora tristemente alla ribalta delle cronache ai nostri giorni. Sola, nel buio, in un labirinto intricato, una coroncina di&amp;nbsp; candele sulla testa rimanda alla Santa Lucia scandinava e illumina il suo cammino nel tormento, invitandoci a seguirla. In Punizione è raffigurato un bambino con le orecchie d’asino, citazione di Pinocchio e rappresentazione del castigo per le bugie. In Innocence (Innocenza), la protagonista tiene tra le mani un ramo di cotone, simbolo di purezza. Il suo sguardo è vuoto, smarrito, come se la sua anima fosse stata risucchiata lontano. &lt;/em&gt;&lt;em&gt;Nel ritratto del re (La Promessa) e nella scultura in cartapesta, realizzata in collaborazione con l’artista francese Loic Lemonon, si concretizza il lato animalesco: una maschera d’asino che è possibile indossare.’&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify; "&gt;
	Silvia Pogliaghi&lt;/p&gt;
&lt;table border="0" cellpadding="1" cellspacing="1" style="width: 500px; "&gt;
	&lt;tbody&gt;
		&lt;tr&gt;
			&lt;td&gt;
				&lt;img alt="" src="http://www.donnainsalute.it/documents/12586/14836/ANNA15b.jpg?t=1331929171467" style="border-style: initial; border-color: initial; width: 200px; height: 260px; " /&gt;&lt;/td&gt;
			&lt;td&gt;
				&lt;img alt="" src="http://www.donnainsalute.it/documents/12586/14836/ANNA11b.jpg?t=1331929195252" style="border-style: initial; border-color: initial; width: 200px; height: 261px; " /&gt;&lt;/td&gt;
		&lt;/tr&gt;
		&lt;tr&gt;
			&lt;td&gt;
				&lt;img alt="" src="http://www.donnainsalute.it/documents/12586/14836/12-La-terza-notte-2012b.jpg?t=1331929141124" style="border-style: initial; border-color: initial; width: 200px; height: 200px; " /&gt;&lt;/td&gt;
			&lt;td&gt;
				&lt;img alt="" src="http://www.donnainsalute.it/documents/12586/14836/ANNA03b.jpg?t=1331929154879" style="border-style: initial; border-color: initial; width: 200px; height: 191px; " /&gt;&lt;/td&gt;
		&lt;/tr&gt;
	&lt;/tbody&gt;
&lt;/table&gt;
&lt;p style="text-align: justify; "&gt;
	Per info: 02/36528579&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify; "&gt;
	Wannabee Gallery&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify; "&gt;
	Via Massimiano ,25&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify; "&gt;
	Milano&lt;/p&gt;</summary>
    <dc:creator>Silvia Pogliaghi</dc:creator>
    <dc:date>2012-03-16T20:17:06Z</dc:date>
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    <title>"IN CARRIERA" CON IL CUORE</title>
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      <name>Silvia Pogliaghi</name>
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    <updated>2013-03-19T00:36:03Z</updated>
    <published>2012-03-06T21:48:51Z</published>
    <summary type="html">&lt;p&gt;
	&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify; "&gt;
	&lt;img alt="" src="http://www.donnainsalute.it/documents/12586/14836/donne-manager-generica-G00.jpg?t=1331070488217" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px; margin-top: 5px; margin-bottom: 5px; float: left; width: 200px; height: 133px; " /&gt;In un contesto aziendale, la parola “marketing” può fare rima con la parola “cuore”? &amp;nbsp;Lo abbiamo chiesto&amp;nbsp; a&amp;nbsp; Laura&amp;nbsp; Sarti, responsabile &amp;nbsp;Marketing di Totalerg S.p.A. &amp;nbsp;premiata&amp;nbsp; il 29 febbraio a&amp;nbsp; Milano “Donna Marketing 2012” dal Club del marketing e della comunicazione, Associazione di manager italiani, che organizza da 9 anni e premia le donne che si sono particolarmente distinte per talento, impegno , professionalità e innovazione nei difficili e competitivi comparti del marketing e della comunicazione d'impresa.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify; "&gt;
	&amp;nbsp;&amp;lt;La parola marketing non fa rima con la parola cuore – dice Laura –&amp;nbsp; ma se ci “metti &amp;nbsp;il cuore” ...il marketing sarà sicuramente più ‘rosa’ e forse arrivera' al cuore dei tuoi clienti... emozionandoli... e perché no... fidelizzandoli&amp;gt; .&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify; "&gt;
	Scrittrice per passione, &amp;nbsp;al suo&amp;nbsp; terzo &amp;nbsp;romanzo, &amp;nbsp;Laura Sarti scrive quando può, anche di notte, &amp;nbsp;conciliando bene &amp;nbsp;la scrittura con il suo lavoro.&amp;nbsp;Il suo primo romanzo , dal titolo&amp;nbsp; &lt;em&gt;Viverla o chiuderla?&lt;/em&gt; pubblicato nel 2005, si dipana come un filo nel labirinto emozionale della vita di Arianna, dai 16 ai 34 anni. &amp;nbsp;E’ un romanzo d’amore. Il secondo &lt;em&gt;Chiuderla e poi&lt;/em&gt;, &amp;nbsp;uscito l’anno successivo, ritrova la protagonista &amp;nbsp;un po’ più cresciuta e disincantata.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify; "&gt;
	&amp;lt;Descrivo&amp;nbsp; in modo vivace, tra pagine di diario e sms&amp;gt;, racconta l’autrice, &amp;lt;la dinamica contraddittoria dell’amore. Come nel mio primo libro, ma con più maturità&amp;gt;. Nell’edizione&amp;nbsp; 2012, &lt;em&gt;Viverla o chiudera?&lt;/em&gt;&amp;nbsp; è l’insieme dei due romanzi, rivisti.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify; "&gt;
	I valori umani , le&amp;nbsp; emozioni,&amp;nbsp; la creatività… sono le tematiche che Laura porta con sé anche in azienda: dalle pagine dei suoi libri alla vita di ogni giorno, coi colleghi, con i quali “fa squadra”. E così oggi “manager”&amp;nbsp; diventa sinonimo di “leadership umane e creative”. E queste leader sempre più spesso sono donne.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify; "&gt;
	di Silvia Pogliaghi&lt;/p&gt;</summary>
    <dc:creator>Silvia Pogliaghi</dc:creator>
    <dc:date>2012-03-06T21:48:51Z</dc:date>
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