“La principessa afghana” e il giardino delle giovani ribelli

«Con il nonno avevo un rapporto particolare fin da piccola: a 8 anni mi faceva guidare la sua auto, una Chrysler… Quando sono diventata adulta, sono stata la sua ombra, la sua consigliera, ammessa nella ristretta cerchia dei suoi più fidati collaboratori. Si viveva molto bene in Afghanistan ai tempi di mio nonno, Re Zhair Shah, che ha governato il Paese per 40 anni… Poi dal 1973 tutto è cambiato. Prima il colpo di stato e l’occupazione sovietica; poi la guerra civile e l’arrivo dei talebani: villaggi e case incendiate, scuole distrutte, donne e bambini costretti a rimanere in casa o girare per le strade con il burqa. Non si poteva più vivere: la mia famiglia è stata minacciata e mio padre messo in prigione. Non dimenticherò mai la notte in cui vennero a casa nostra per ucciderci, con un carro armato da cui sparavano raffiche di kalashnikov all’impazzata. “Vestitevi e indossate i pantaloni – ci diceva mia madre: così se vi impiccano, non vedranno le vostre gambe”. ‘Per fortuna’ portarono via solo mio padre, che rimase per tre anni in prigione: noi siamo riusciti a fuggire con mamma e nonni, prima in Iran, protetti dallo scià Reza Pahlavi, e poi a Roma. Non sapevo all’epoca che non avrei più rivisto il mio Paese per più di 30 anni!»

In occasione della Giornata contro la violenza sulle donne (25 novembre) vogliamo ricordare il grande coraggio di questa donna, ma anche di tutte le afghane che oggi stanno lottando per far valere i loro diritti, a costo della vita, in una società ormai soggiogata dall’integralismo dei talebani.

La storia della principessa Homaira, nipote prediletta del Re Zhair Shah, e la rocambolesca fuga per salvarsi dai soprusi dei talebani, il suo ritorno in Afghanistan dopo 30 anni di esilio, con il presidente Karzai e l’appoggio degli americani, sono descritti con grande trasporto ne “La principessa afghana e il giardino delle giovani ribelli”, il libro della giornalista Tiziana Ferrario, inviata più volte in Afghanistan per il TG1, diventata amica della principessa e oggi portavoce della situazione drammatica che stanno vivendo le donne, dopo il ritiro delle truppe americane da un Paese ora in balia dell’integralismo islamico.

«Mia mamma avrebbe il cuore sanguinante se fosse ancora viva, a vedere ciò che sta accadendo oggi in Afghanistan», si rammarica Marian, l’unica figlia di Homaira, incontrata in occasione della presentazione del libro a Roma, a Palazzo delle Pietre. «Purtroppo è mancata a Roma nel 2014 per un tumore al polmone, a soli 61 anni. Ma questo libro le rende grande onore! È stata una donna anticonformista e ha sempre difeso i diritti delle donne afghane. E se fosse qui oggi farebbe altrettanto, cercando di aiutare queste donne in una situazione che sta peggiorando di giorno in giorno. Abbiamo faticato tanto per far valere i nostri diritti, per poter studiare e lavorare. Lo dimostrano le tante donne che sono diventate avvocate, poliziotte, magistrate, dottoresse, chirurghe, campionesse sportive. Ma tutti questi sforzi e sacrifici, conquistati con fatica in tanti anni, sono stati vanificati in pochi mesi a causa di un gruppo di talebani pronti ad uccidere le donne che tentano di ribellarsi. È una situazione inaccettabile e spero che i politici di tutti i Paesi facciano qualcosa per tutelare questi diritti. Non possiamo far fuggire tutte le donne dall’Afghanistan: dobbiamo tentare di aprire un dialogo con il governo talebano e quello di altri Paesi che devono però pretendere garanzie di libertà e giustizia in cambio di aiuti umanitari ed economici. Altrimenti il nostro Paese ritornerà al medioevo e perderemo tutto ciò che abbiamo costruito con i sacrifici di tutta la popolazione. Spero tanto che le donne citate nel libro, come l’ostetrica Soraya, salvezza di molte mamme, alcune delle quali sono state seviziate, o Suhaila, chirurga che si è prodigata per salvare molte vite ed è stata richiamata al lavoro anche dai talebani, e le tante donne poliziotte, magistrate, insegnanti, dottoresse, sportive, possano riprendere le loro attività e contribuire a ridare al nostro Paese la dignità e la libertà che aveva ai tempi di mio nonno. Temo però che oggi tutto questo sarà molto difficile da recuperare…».

Purtroppo le cronache di questi mesi lo confermano. Non più tardi di 20 giorni fa viene pubblicata da un giornale iraniano la notizia della decapitazione della campionessa di pallavolo Muhjubin Hakimi, una delle tante donne che in questi due mesi e mezzo ha perso la vita a causa dell’integralismo di questo nuovo regime, che non consente alle giovani nemmeno di andare a scuola. “Riportate subito a scuola le ragazze afghane! Una bambina, un’insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo”. È l’appello di Malala Yousafzai, pakistana, Premio Nobel per la pace, ferita alla testa dai talebani e rifugiata a Londra. E noi ci associamo a questo appello e  rivolgiamo un invito a tutti, in occasione della Giornata contro la violenza sulle donne, di solidarietà e di impegno per la difesa dei diritti delle donne afghane, in questo momento particolarmente delicato, difficile e impegnativo, nella speranza che la loro forza d’animo e il loro coraggio sconfigga l’ottusità di un governo che, in nome di un integralismo pseudo-religioso, penalizza in particolare le donne, considerate “esseri inferiori” da sottomettere, privandole dei diritti inalienabili, propri di ogni essere umano!

di Paola Trombetta

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